Archivio | luglio 3, 2008

Berlusconi-Mills, il file segreto

L’espresso – anticipazione / da domani in edicola

Appunti cancellati e scoperti sul computer dell’avvocato inglese. In cui si parla di incontri nel 2002. E di somme molto più alte elargite da Fininvest. Con una nota: ‘Il Cavaliere capisce la mia posizione’.

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di P. Gomez e L. Sisti

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David Mills
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Il 5 febbraio 2004, mentre ascoltava il suo cliente David Mills rievocare una volta ancora la storia dei suoi rapporti con la Fininvest e spiegare che con le sue testimonianze reticenti aveva “tenuto Mr. B fuori da un mare di guai”, il fiscalista Bavid Barker annota su un pezzetto di carta due parole: “Subornazione di testimone”. Ai suoi occhi, i 600 mila dollari che il legale inglese di Silvio Berlusconi aveva incassato dal “braccio destro” del Cavaliere, Carlo Bernasconi, non potevano essere altro che il prezzo del silenzio. La somma, o una parte della somma, sborsata dagli uomini Fininvest per evitare che Mills rivelasse ai magistrati come il leader di Forza Italia avesse bonificato nel 1991 in Svizzera 21 miliardi di lire a Bettino Craxi; come avesse violato le leggi anti-trust italiane e spagnole controllando attraverso prestanome la maggioranza della vecchia Telepiù e di Telecinco; e come centinaia di milioni di dollari fossero stati sottratti dai bilanci del gruppo per finire sui conti personali della famiglia Berlusconi.

“Ci parve tutto molto strano: a che titolo Mills aveva ricevuto soldi da Bernasconi? Era per caso il suo figlio adottivo?”, ha ripetuto in aula con humour britannico Barker quando è stato ascoltato nel processo che vede Mills e Berlusconi imputati per corruzione in atti giudiziari. Un dibattimento da fermare a tutti costi: a colpi di ricusazione dei giudici e persino facendo ricorso a leggi unanimemente considerate incostituzionali. Un processo da bloccare, non solo per il timore della sentenza, ma anche per quello della requisitoria. Gli onorevoli avvocati Niccolò Ghedini e Piero Longo non vogliono infatti che il pm Fabio De Pasquale ricostruisca pubblicamente tutti gli aspetti di una vicenda definita, nel 2004, dallo stesso Mills in uno sconcertante documento inedito “molto insolita” come “sono stati anche, a dir poco, insoliti i miei ultimi nove anni”.

È la carta segreta dell’accusa che ‘L’espresso’ ha potuto leggere: due paginette sperdute tra le centinaia di migliaia di atti che De Pasquale vorrebbe ripercorrere nel suo intervento finale. È un file cancellato dal computer di Mills, ma recuperato dai detective di Londra. Scorrendolo si scopre che Bernasconi nel 1999 promise all’avvocato molto più dei 600 mila dollari fatti poi rientrare in Inghilterra. Ma che invece, scrive il legale inglese a un misterioso interlocutore, “voleva farmi un regalo di circa 500 mila sterline”. E questa non è l’unica sorpresa del processo Berlusconi-Mills. Di che cosa si sia finora discusso in tribunale gli italiani del resto non lo sanno. Le tv non si sono fatte vedere. I giornalisti nemmeno, salvo qualche cronista inglese e alcuni stoici colleghi milanesi che, da marzo 2007, hanno seguito le udienze riuscendo però a pubblicare ben poco.

Per questo, nel luglio dello scorso anno, il duo Ghedini-Longo ha detto chiaro e tondo che quello contro Berlusconi “è un processo di cui meno si parla e meglio è per il cliente”. Per questo ora la requisitoria di De Pasquale fa paura. Se il pm riuscirà a intervenire, butterà sul tavolo nuovi documenti, i file di Mills, i bonifici bancari giunti da poco per rogatoria, le testimonianze rese in un aula semideserta, che raccontano come, secondo l’accusa, per 13 anni il Cavaliere e i suoi uomini abbiano tentato di risolvere le loro grane giudiziarie distruggendo prove, pianificando versioni di comodo e versando milioni di sterline al loro avvocato londinese. Al centro del processo infatti non c’è solo la presunta mazzetta contestata dall’accusa. C’è anche un pagamento di 2 milioni e 400 mila sterline, definito da Mills “inaspettato”, versato a titolo di compenso professionale, su esplicito consenso del presidente del Consiglio, dopo un incontro avvenuto ad Arcore nel luglio del 1995.

Insomma, se il processo venisse stoppato dopo la requisitoria, ma prima della sentenza, su Berlusconi resterebbe una macchia indelebile capace di azzoppare le sue aspirazioni di successione a Giorgio Napolitano al Quirinale. E ancor peggio potrebbero andare le cose se, come prevedibile, dopo il fermo di un anno del dibattimento, che il Parlamento dovrebbe votare il prossimo 27 luglio, il tribunale decidesse di stralciare (a causa dell’approvazione del lodo Schifani bis) la posizione del premier da quella di Mills. In quel caso si andrebbe a una sentenza contro il solo avvocato inglese che, nell’eventualità di una condanna o di una prescrizione, finirebbe per avere effetti politici anche sul Cavaliere (per l’accusa Mills è il corrotto, Berlusconi il corruttore, mentre Bernasconi è morto nel 2001).

Il pm Paolo De Pasquale con Niccolò Ghedini, avvocato di Berlusconi
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Sul momento comunque il problema maggiore per il premier è la requisitoria di De Pasquale. Mills, come è noto, all’una di notte del 18 luglio del 2004 ha confermato davanti ai pm il contenuto di una lettera in cui confessava al proprio commercialista di aver ricevuto nel 2000, 600 mila dollari dopo una serie di colloqui con “una persona legata all’organizzazione di B” (Bernasconi). Poi però ha ritrattato. E ha indicato come fonte del denaro un altro suo cliente: l’armatore di Salerno Diego Attanasio. Ma in aula Attanasio è stato categorico: “Mai dati o prestati 600 mila dollari a Mills”. L’analisi dei conti esteri gestiti dal legale londinese e le dichiarazioni di altri clienti hanno quindi dimostrato come Mills confondesse il suo patrimonio personale con quello di chi gli aveva affidato soldi in gestione. Tanto che ora De Pasquale, pur non essendo stato in grado d’individuarne l’origine esatta, lo dice chiaramente. E nel capo d’imputazione, riformulato pochi mesi fa, parla di “denaro confluito, e di seguito occultato, nella massa di fondi ($10 mln) di proprietà di Attanasio movimentati – su istruzioni di Mills – a Londra, in Svizzera e a Gibilterra”. Non per niente tra le carte il pm milanese conserva uno schema da cui emerge come Mills, prima d’incassarla, abbia fatto circolare quella somma decine di volte (anche avanti e indietro) su conti suoi e della clientela.

La difesa di Berlusconi però teme soprattutto altri documenti: i file spuntati fuori dal pc di Mills nel febbraio del 2006, quando la Metropolitan police ha fatto irruzione nella sua abitazione. Uno di questi è la bozza della memoria con cui Mills aveva ritrattato la sua confessione del 2004. In due righe, non presenti nell’originale depositato, si cita un incontro, avvenuto nel novembre del 2002, tra Mills, l’attuale deputato Alfredo Messina (ex direttore finanziario di Mediaset) e gli “avvocati Fininvest” alla vigilia della deposizione del legale londinese nel processo (in cui era imputato Berlusconi) Sme-Ariosto. Un episodio che conferma come al di là degli attacchi di facciata – Mills fino ad allora era sempre stato trattato ruvidamente dai difensori del Cavaliere – i rapporti tra lui e il gruppo Berlusconi fossero in realtà più che buoni. Del resto proprio Mills, nella carta segreta di De Pasquale, un memorandum intitolato ‘Il dividendo Fininvest e Carlo Bernasconi-Confidenziale’, scrive: “Carlo mi assicurò che lui e il suo boss (Berlusconi, ndr) si erano resi conto che avevo fatto quel che dovevo fare e niente di più. Capì anche quanto la saga Berlusconi fosse stata distruttiva per la mia carriera”. Poi prosegue, ricordando che Bernasconi “rimase inorridito” quando seppe che buona parte del denaro che gli era stato dato da Fininvest nel 1995 (i 2,4 milioni di sterline) non era stata riscossa da Mills, ma dai suoi partner di studio che lo avevano costretto a dividere la somma (1,5 milioni di sterline al netto delle tasse) con loro. Per questo Bernasconi decise di dargli mezzo milione di sterline. Vediamo come: “Nel settembre ’99 Carlo mi chiamò e mi disse che aveva avuto un successo eccezionale in quell’hedge fund (che gli avevo consigliato, ndr) e voleva condividerlo con me. Disse che lui, e non soltanto lui (non fu più preciso né io insistetti – non penso intendesse Berlusconi stesso, ma altri della Fininvest), era molto dispiaciuto per me e che voleva farmi un regalo di circa 500 mila sterline. A dire il vero si scusò che (quella cifra, ndr) non fosse tanto quanto i miei partners mi avevano preso. (…) disse che il regalo sarebbe stato in parte in un hedge fund e parte in contanti. Alla fine mi trasferì 600 mila dollari, valore facciale, nel Torrey Fund (il fondo consigliato da Mills, ndr) nell’ottobre 1999 e mandò l’equivalente di 250 mila dollari alla mia banca di Londra”.

Non è chiaro che cosa sia
esattamente questo memorandum; Mills, come Berlusconi, rifiuta di farsi interrogare in aula. È probabile però che si tratti di una bozza delle spiegazioni preparate per il fisco inglese che proprio nella primavera del 2004 gli stava facendo le pulci. Nel documento il legale tende infatti a tenere fuori Berlusconi dal giallo politico-finanziario. Esattamente come ha scritto in una lettera ufficiale del 4 maggio inviata agli uffici delle tasse. Resta il fatto che in quei mesi, con chiunque parlasse o a chiunque scrivesse, Mills faceva risalire ‘il tesoro’ ai suoi affari con la Fininvest. Non con altri clienti. Federico Cecconi, l’avvocato di Mills, ostenta sicurezza: “Dagli atti risulta che quelle somme sono da ricondurre a soggetti ed entità diversi da Bernasconi o da manager Fininvest-Mediaset”. Il Cavaliere, invece, è tutt’altro che tranquillo. E per essere sicuro di vincere conta sulle Camere: la legge blocca processi passerà a fine mese.

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ESCLUSIVO

Ecco il documento

La carta segreta del pm De Pasquale: un memorandum di Mills intitolato “Il dividendo Finivest-Carlo Bernasconi-Confidenziale” che mostra come i rapporti fra lui e il gruppo Berlusconi fossero più che buoni

“Nei primi mesi del ’98 vidi Carlo (Bernasconi) un paio di volte a Milano… Mi assicurò che lui e il suo boss (Berlusconi, ndr) avevano capito che avevo fatto quel che dovevo fare e niente di più. Si rese conto anche quanto la saga Berlusconi fosse stata distruttiva per la mia carriera. Era rammaricato per i fastidi che mi aveva causato… Durante la nostra conversazione lui e io discutemmo di strategie d’investimento… un hedge fund a corto-lungo termine… Come braccio destro di Berlusconi nel business della televisione (Bernasconi) era molto ricco… In quel fondo, Torrey Global Offshore, avevo messo il 35 per cento nella prima metà del 1999. Nel settembre ’99 Carlo mi chiamò e mi disse che aveva avuto un successo eccezionale (investendo) in quell’hedge fund e voleva condividerlo con me.

Disse che lui e non soltanto lui (non fu più preciso né io insistetti – non penso intendesse Berlusconi stesso, solo altri della Fininvest), era molto dispiaciuto per me e volle farmi un regalo di circa 500 mila sterline… Fui ovviamente imbarazzato per quel gesto. (Carlo) disse che il regalo sarebbe stato in parte in un hedge fund (Torrey: 600 mila dollari nell’ottobre ’99) e in parte cash (l’equivalente di 250 mila dollari inviati alla mia banca di Londra)… Considerai con attenzione se il regalo… potesse o dovesse essere valutato reddito, o dividendo oppure un guadagno da tassare… Ne parlai con contabili e avvocati fiscalisti. Non poteva essere reddito (non stavo lavorando per la Fininvest)… né una liquidazione (non ero mai stato un dipendente Fininvest)… Considerai perfino se (quella somma) potesse essere giudicata una tangente (il che era alquanto sgradevole), ma nessuna condizione vi era attaccata… (Quindi) credo fosse un regalo proveniente da un uomo ricco, che se lo poteva permettere, a un amico a lui vicino, e che aveva comprensione per le sue difficoltà e forse sentiva di condividere qualche responsabilità, indirettamente.

Non so se Berlusconi (uno degli uomini più ricchi d’Europa) fosse coinvolto: io credo che (Bernasconi) abbia assicurato che i manager più anziani della Fininvest (parecchi di loro sono stati indagati insieme a lui in vari casi) erano stati trattati generosamente, quanto a pensioni e così via. Ma Carlo non ha mai fatto cenno a una tale cosa se non per dirmi questo: Berlusconi capiva la mia posizione… L’investimento nel Torrey Fund venne venduto alla fine del 2000… per un po’ ha avuto un andamento eccezionale e poi ha cominciato ad andar giù… Scambiai l’investimento con il fondo Sigma in euro… Mi resi reso conto che questa è una storia molto insolita, ma anche gli ultimi nove anni sono stati, a dir poco, insoliti.

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03 luglio 2008
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Ladri di tombini, i nuovi criminali dell’America in crisi

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Noi siamo ancora all’età del.. rame. Si rubano cavi, grondaie e quant’altro per rivendere il rame a prezzi vantaggiosi, dato l’alto costo della materia prima. Ma non è difficile pensare che anche noi si arrivi al ferro. L’America, che fa le cose in grande, come sempre è l’apripista: nel bene come nel male (ma più spesso nel male, si ha l’impressione). E’ in arrivo, questa è la verità, una nuova Grande Depressione che, inevitabilmente, arriverà a investire l’orbe terraqueo tutto. A farne maggiori spese saremo proprio noi, la cosidetta civiltà avanzata, quella dei Consumi. Che a forza di ‘consumare’ arriverà a consumare se stessa. E questo non è detto che non sia un bene. Anzi…

mauro

Rivendono il bottino a chi ricicla metalli di scarto per 10-15 dollari al pezzo. Le autorità: “Un segno di questi tempi difficili”

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Possono centinaia di tombini, ciascuno del peso di quasi un quintale, volatilizzarsi nel giro di tre mesi in cinque diversi Stati americani? Sì, se il loro valore sul mercato dei metalli di recupero si è moltiplicato con l’impennata dei costi della materia prima: si sono così moltiplicati anche i ladri specializzati nella rimozione delle pesanti coperture, ognuna delle quali vale fra i 10 e i 15 dollari.

Un guadagno modesto a fronte di rischio e fatica consistenti, che parla della disperazione di tanti americani travolti dalla crisi economica: “E’ un segno dei tempi: quando l’economia va male, la gente comincia a rubare il ferro”, conferma sconsolato il sergente Jay Baker, che dice di non aver mai visto tanti furti di questo genere in 16 anni di lavoro nella polizia della Georgia. Nella sola contea di Cherokee, dove Baker presta servizio, sono spariti 28 tombini in un mese, ma il record di furti per ora spetta a Long Beach, in California, che ha perso 80 dei suoi chiusini, 10 dei quali in un solo giorno.

Situazione difficile anche in Michigan, Pennsylvania e Massachusetts: a Philadelphia, dove nel 2007 sono scomparse ben 600 coperture, due bambini sono caduti all’interno di tombini scoperti, senza gravi conseguenze ma portando alla ribalta il grave rischio per la sicurezza che questi furti comportano. L’aspetto economico non è poi secondario: sostituire un tombino costa in media fra i 200 e i 500 dollari, cui si aggiungono le spese che le città stanno sostenendo per difendersi in tribunale, dopo essere state citate in giudizio da automobilisti le cui auto sono rimaste danneggiate nell’ “incontro” con le aperture non protette.

Diverse città stanno procedendo a saldare i tombini e nel frattempo alcuni Stati stanno avviando la procedura per intervenire sul fenomeno dal punto di vista legislativo: in Missouri e, prossimamente, in Ohio è al vaglio un progetto per rendere più severe le sanzioni e migliorare gli strumenti di controllo, in modo che proprietà chiaramente riconoscibili come pubbliche non possano essere messe in vendita.

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LADRI DI RAME

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A far fronte ai crescenti furti di oro rosso, ricercato sul mercato clandestino, una nuova task force della polizia ferroviaria

di Annapaola Palagi

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È notte. Ad essere presi di mira sono: cimiteri, chiese, zuccherifici, industrie ma soprattutto le linee ferroviarie. I ladri di rame si attaccano a tutto per riuscire a racimolare un po’ di questo metallo, talmente ambito e costoso da essere definito “oro rosso”. Vasi, tettoie e addirittura crocifissi divelti dalle tombe nei cimiteri in Toscana e in Puglia; ma anche grondaie di palazzi e di chiese, smontate e portate via per essere rivendute o riutilizzate sul mercato illegale.
I furti di rame in Italia sono raddoppiati nel 2006 rispetto all’anno precedente e il fenomeno sta diventando sempre più preoccupante anche perché le quotazioni di questo metallo sono salite moltissimo. Oggi una tonnellata arriva a costare anche 8 mila euro. Il rame d’altronde – metallo di base utilizzato nell’edilizia, nei trasporti, nell’elettrotecnica e nell’industria – è considerato il miglior conduttore elettrico, dopo l’argento. Non solo: è resistente alla corrosione, robusto e flessibile e può essere riciclato al 100% senza perdere le sue capacità. Diventa quindi ambitissimo sul mercato clandestino dove un chilo di “oro rosso” può arrivare a costare fino a 10 euro e comunque non meno di 7.

Il più rubato? Quello delle Ferrovie
Il più ricercato a livello di qualità e purezza è il rame della Rete ferroviaria italiana (Rfi) che pertanto è anche il più rubato. Le regioni maggiormente colpite sono Piemonte, Lazio e Campania e in particolare la tratta Torino-Milano e quella dell’alta velocità Roma-Napoli. Molto battute anche le linee Torino-Pinerolo, Caserta-Napoli, Roma-Formia e Roma-Cassino.
Sui binari morti, negli scali ferroviari in disuso, ma anche sulle linee dove ogni giorno passano migliaia di treni, merci e passeggeri. È qui che agiscono, di notte – più o meno indisturbati – i ladri di rame, con tronchesi in mano e zainetti in spalla.
I danni provocati alle ferrovie italiane da questi furti ammontano all’incirca a tre milioni di euro all’anno per non parlare dei forti disagi provocati ai passeggeri, principalmente ritardi o blocchi sulla linea. Per quanto riguarda la sicurezza fisica di chi prende il treno si può stare tranquilli: non c’è pericolo di incidenti. La sottrazione dei cavi di rame, infatti, fa scattare i meccanismi di sicurezza che interrompono il circuito, bloccando la corrente e quindi la linea, per il tempo necessario alla riparazione dei guasti.
Così sempre più spesso, nel buio, uno strano luccichio si presenta all’improvviso agli occhi degli agenti della polizia ferroviaria che controllano i binari: sono le trecce tagliate di netto di un cavo appena rubato. I ladri sono appena passati di lì, ma è difficile, molto difficile, riuscire a coglierli in flagranza di reato. Sia perché la linea ferroviaria si estende per più di 16 mila chilometri e sia perché al ladro basta più o meno un quarto d’ora per tirare su un po’ di rame e sparire nel nulla.

Superquotato sul mercato clandestino
La febbre da “oro rosso” che ha contagiato il nostro Paese è salita in virtù del fatto che il metallo ha ormai un mercato internazionale. La maggior parte delle esportazioni riguarda i Paesi dell’Est fino all’Estremo Oriente. L’operazione Cuprum dello scorso giugno ha permesso alla polizia di scoprire nel porto di Gioia Tauro, in provincia di Reggio Calabria, un grosso carico di rame (circa 22 tonnellate) in partenza per la Cina. Paese che negli ultimi anni è risultato sempre più interessato all’acquisto di rame a prezzi inferiori rispetto a quelli di mercato. Il mercato clandestino oggi è molto florido ma non sembra gestito da organizzazioni criminali. Secondo i dati della polizia a rubare il rame sono soprattutto bande di nomadi e in particolare cittadini di nazionalità rumena che cercano un guadagno facile rivendendo il rame ai grossisti. La vasta diffusione di questo mercato parallelo ha spinto Guido Longo, direttore del Servizio polizia ferroviaria, ha costituire a maggio dello scorso anno una task force per contrastare il fenomeno. In ognuno dei 15 compartimenti Polfer sono stati istituiti dei gruppi di poliziotti specializzati e coordinati dal primo dirigente Pietro Milone.

La strategia della Polfer
Vista la difficoltà di cogliere sul fatto i ladri di rame l’obiettivo delle forze dell’ordine è quello di cercare di frenare il fenomeno contrastando il riciclaggio. Chi ruba il cosiddetto “oro rosso” è costretto a rivenderlo in tempi rapidi. In genere i ricettatori sono i grandi rivenditori italiani, nella maggior parte dei casi dotati di fonderie. Per questo motivo sostiene Pietro Milone, il dirigente Polfer che coordina l’attività dei gruppi specializzati, “è necessario scoraggiare gli addetti ai lavori, in particolare i gestori di depositi ferrosi, a comprare rame di dubbia provenienza”. Per fare questo gli agenti della task force hanno portato avanti, nell’ultimo anno, un monitoraggio dei depositi di rottami e materiale ferroso presenti sul territorio. In seguito hanno svolto i controlli amministrativi di routine, puntando in particolare sulla regolarità delle licenze commerciali.
Da maggio a dicembre 2006 sono stati controllati 1.751 depositi di materiale ferroso e dalle indagini è risultato che molto materiale accatastato è di sospetta provenienza. Risultano inoltre indagate ben 320 persone mentre 111 sono state arrestate. Nello stesso periodo l’attività della Polfer ha permesso di recuperare quasi 4 mila chili di rame per un valore che supera i 2 milioni e 700 mila euro.
“Il metallo rosso recuperato e sequestrato”, spiega ancora Milone, “viene dato in custodia giudiziale alla Rete ferroviaria italiana che deve tenerlo in un deposito fino alla fine del procedimento penale”.
Ma questi depositi, in genere, non sono controllati per cui c’è un ulteriore rischio di furto.
Per riconoscere il rame rubato alle Ferrovie i poliziotti del nucleo specializzato sono dotati di un calibro millesimale. Uno strumeento che permette di verificare se il diametro del metallo recuperato corrisponde con quello specifico della Rete ferroviaria italiana. Le trecce di rame di Rfi hanno infatti una forma, una dimensione e dei marchi inconfondibili. Sono composte da vari cavetti annodati e hanno un diametro particolare di 11,9 millimetri. Una volta fuso però anche questo diventa irriconoscibile.
La strategia portata avanti dalla task force della polizia ferroviaria è articolata dunque su tre livelli operativi, come spiega ancora il coordinatore Milone. Oltre al tentativo, difficile ma qualche volta riuscito, di cogliere i ladri sul fatto, c’è l’obiettivo di rendere meno remunerativa l’attività dei “ramaroli” cercando di scoraggiare, attraverso i controlli, l’acquisto di metallo di dubbia provenienza. Reato di ricettazione che prevede la reclusione da 2 a 8 anni. Il terzo livello è quello che riguarda il mercato internazionale e quindi le ditte di import ed export che comprano il metallo. Spesso il rame esportato è già trattato e proprio per questo in molti casi le ditte ne ignorano la provenienza.
Nel 2007 dunque gli sforzi della polizia saranno indirizzati principalmente verso coloro che esportano il rame rubato nei vari Paesi, in particolare in Estremo Oriente, con strategie concordate secondo standard internazionali dall’apposito gruppo di lavoro.

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Fenomeno europeo

Il rame è un metallo molto ricercato anche nel resto d’Europa. La Polonia sembra essere il paese dove il furto dell’“oro rosso” è più diffuso. A seguirla è la Germania dove lo scorso anno il numero dei furti si è addirittura quintuplicato rispetto all’anno precedente. L’Austria comincia ora ad essere interessata dal fenomeno e i ladri sono per lo più ungheresi. I cittadini dell’Est sembrano dunque quelli maggiormente attivi nei furti di questo metallo che hanno capito essere molto redditizio. Le aziende e polizie ferroviarie di 26 Paesi europei hanno dato vita a un organismo: Colpofer all’interno del quale, su sollecitazione della polizia ferroviaria italiana, è stato costituito un gruppo di studio permanente dedicato ai furti di rame. Si riunisce con cadenza trimestrale in diverse capitali europee e lo scopo è soprattutto quello degli scambi di informazione, molto importanti per tenere sotto controllo il fenomeno e svolgere eventuali controlli congiunti a livello europeo.

Gianluca Picardi

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Gli altri metalli

Anche se ad essere più colpito è il rame, i furti riguardano anche altri metalli pregiati, non ferrosi, come l’ottone e l’alluminio. Sei italiani sono stati arrestati poco tempo fa nel bresciano grazie ad un’operazione congiunta della Squadra mobile, della polizia stradale e della Guardia di finanza che ha smantellato la “Premiata ditta metalli pregiati”. La banda è accusata di una decina di colpi tutti ai danni di grosse aziende del settore metallurgico. Erano dei veri e propri professionisti del settore e agivano con t tecnologie sofisticate, come spray per neutralizzare gli allarmi e macchine in grado di provocare fori nelle pareti. A volte compravano materiale già rubato da nomadi e li rivendevano su un mercato parallelo per lo più nell’Est Europa. Il loro patrimonio, stimato dalla Fiamme gialle, ammontava a 10 milioni di euro.

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Poliziamoderna.it

fonte: http://www.poliziamoderna.it/articolo.php?cod_art=1033

SICILIA – La Destra? Vince così

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Caos alle amministrative a Messina: Verbali in bianco e calcoli sbagliati

«Voglio sapere dov’è il mio voto»

Il candidato dell’Idv che non trova la sua preferenza oltre a quella della moglie e della figlia (Guarda il video)

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Peppino Buzzanca (Pdl) festeggia la vittoria a sindaco (Enrico Di Giacomo)
Peppino Buzzanca (Pdl) festeggia la vittoria a sindaco (Enrico Di Giacomo)

MESSINA – Finalmente ci sono i risultati ufficiali delle amministrative a Messina. A 17 giorni dal voto del 15- 16 giugno, adesso si conoscono ufficialmente i nomi degli eletti alla Provincia e al Comune. Ora possono partire i ricorsi. Già perché, complice la sostituzione di 67 di presidenti di seggio su 254 all’ultimo minuto, a Messina e provincia è accaduto di tutto: verbali consegnati in bianco, numero di votanti superiori al 100% degli aventi diritto, liste apparentate che ottengono lo stesso numero di voti, voti di lista superiori alla somma dei voti dei candidati.

VOTI SPARITI – E perfino voti spariti, come quello di Mariano Rossello. Insegnante in pensione, Rossello, ex comunista tutto d’un pezzo, correva per un posto da consigliere al Comune e alla Provincia con l’Italia dei Valori. Nella sezione dove è andato a votare con tutta la famiglia, per la Provincia, manca all’appello non solo la preferenza della moglie e della figlia ma persino la sua. Come dire Rossello non si è votato. E lui giura di averlo fatto. Vi pare possibile?

LO SCRUTINIO – A tre giorni dalla chiusura dei seggi si contavano ancora i voti e si redigevano verbali di scrutinio. Un tale caos che la Procura ha deciso di aprire un’inchiesta. Decine le denunce alla Digos per vistose irregolarità ravvisate dai rappresentanti di lista ma anche per la presenza di malavitosi davanti ai seggi. Ferdinando Licata, presidente dell’ufficio elettorale, e giudice della Corte d’appello, ha cercato di mettere ordine. Solo mercoledì ha finito per controllare i verbali. Badate i verbali, anche quelli compilati da almeno trenta presidenti di seggio che non sapevano come fare a compilarli. Le singole schede, invece, non le controlla nessuno. Solo il Tar in caso di ricorsi. Il resto lo vedrete nel video.

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Nino Luca
03 luglio 2008

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fonte: http://www.corriere.it/cronache/08_luglio_03/voto_amministrative_Messina_2f293432-48ec-11dd-a3c9-00144f02aabc.shtml

C’è posta per te (licenziamenti Telecom)

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3 lòuglio 2008

dal blog di beppe grillo

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Le lettere di licenziamento Telecom stanno arrivando. 5.000 subito, 10.000 a seguire. Un impiegato ci ha mandato la sua avente come oggetto: “Licenziamenti per riduzione di personale – art.24 della legge n.223/1991”. La lettera specifica che Telecom “intende avviare le procedure di mobilità nei confronti di n. 5000 lavoratori eccedenti rispetto alle proprie esigenze tecnico-organizzative”.

La lettera è un campionario di burocrazia, commi, articoli, leggi, disposizioni che hanno un unico significato: “Sei licenziato, la tua famiglia non può più contare sul tuo stipendio”.
Telecom spiega in tre punti le motivazioni del licenziamento:

1. “sul versante tecnologico, dalla semplificazione dei processi produttivi che ha inciso sui profili tecnici e sulle funzioni di supporto specialistico, nonché sulle attività di provisioning di rete e servizi, con conseguente necessità di razionalizzazione delle strutture di indirizzo e governo e di quelle territoriali”

2. “per le strutture di mercato, dalla ricomposizione delle attività e delle responsabilità delle mansioni intervenuta nelle funzioni aziendali (quali, ad esempio, il pre e il post sales e la programmazione commerciale), dalla rilevante riduzione delle redditività nell’ambito dei business più tradizionali, dalla progressiva defocalizzazione delle attività di out bound e della semplificazione dei processi di back end”

3. “per le funzioni di Staff, dalle esigenze di razionalizzazione della struttura aziendale connesse al completamento di fusione societaria e organizzativa di Telecom Italia S.p.A. e di TIM S.p.A., nonché all’integrazione delle Staff centrali e di ex Opertions e Corporate”

L’ex dipendente Telecom potrà quindi spiegare ai suoi figli che è stato licenziato per “progressiva defocalizzazione delle attività di out bound e della semplificazione dei processi di back end” o, in alternativa, per “la semplificazione dei processi produttivi che ha inciso sulle attività di provisioning di rete e servizi”.

I figli potrebbero chiedere se i motivi sono solo questi o se, invece, l’azienda non sia stata depredata con la vendita di parti produttive, di immobili, di partecipazioni estere per dare i dividendi a Tronchetti e stock option a Buora, Ruggiero, e stipendi tra i più alti di Europa ai dirigenti di fiducia e ai membri del consiglio di amministrazione. I figli potrebbero chiedere perché chi ha messo la sua famiglia in mezzo a una strada è stato premiato con milioni di euro di buonuscita invece di subire una causa da Telecom.

I bambini, i ragazzi, si sa sono ingenui. Sono pezzi ‘e core, come direbbero a Napoli. Non riuscirebbero mai a capire le strategie del tronchetto dell’infelicità e perché il loro genitore, forse, sta piangendo di nascosto.

Invito ancora i dipendenti Telecom licenziati a partecipare all’iniziativa della class action contro i precedenti amministratori.

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Diffondi l’iniziativa (copia e incolla-html)
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fonte: http://www.beppegrillo.it/2008/07/ce_posta_per_te.html

«Privatizzare la valle dei Templi? Incredibile»

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Privatizzare i più bei monumenti della Sicilia, primo fra tutti la Valle dei Templi di Agrigento, per fare cassa. La brillante idea è venuta alla giunta Lombardo.

«Per rendere il più possibile redditizia la gestione dei beni culturali in Sicilia dobbiamo affidare a un privato di qualità il pacchetto completo di un sito turistico per trent’anni. Penso ad esempio alla Valle dei Templi o al teatro greco di Siracusa». La proposta è dell’assessore regionale ai Beni culturali, Antonello Antinoro.

«In cambio – annuncia Antinoro – i privati dovranno garantirci un canone fisso e alcune opere da realizzare nell’indotto. Penso alle strade o a un certo numero di alberghi. Nel caso della Valle dei Templi potremmo chiedere ai privati di migliorare la Palermo-Agrigento e un eliporto».

L’idea sarà contenuta in una relazione che l’esponente dell’Udc proporrà alla giunta Lombardo: «L’elenco di siti dovrà essere concordato con l’assessorato regionale al Turismo – dice l’assessore – ma sicuramente potrebbero essere inseriti il teatro antico di Taormina, Selinunte o la Cappella Palatina. Ma non solo: potremmo affidare anche gruppi di opere in cambio della realizzazione di un museo per ospitarle in Sicilia».

Inorridite le reazioni dell’opposizione. Prima fra tutte quella di Vincenzo Cerani, ministro ombra dei Beni culturali. «Forse sarà stato il caldo e l’afa soffocante che in questi giorni attanaglia il Paese e surriscalda la testa di qualche assessore avventurista, ma non possiamo lasciare sotto silenzio la proposta che arriva dalla Sicilia. Siamo effettivamente esterrefatti circa l’ipotesi che il responsabile alla cultura della regione possa cedere a privati la Valle dei Templi e altri gioielli che fanno parte del patrimonio del nostro Paese». «Lo Stato che appalta i suoi tesori ci sembra una proposta irricevibile – aggiunge – Suggerisco, quindi, all’assessore Antinoro e al neo sindaco di Salemi, Vittorio Sgarbi, che si è subito accodato (probabilmente anche lui sotto il pericoloso influsso del solleone) di aspettare l’autunno e con un clima più adatto, a mente fresca, riflettere meglio su questa sciagurata ipotesi».

Critiche del Pd sulla proposta di privatizzare la Valle dei Templi avanzata dall’assessore ai beni Culturali, Antonello Antinoro. «È un paradosso che nella regione che ha il più altro numero di dipendenti, si pensi di affidare i beni pubblici a soggetti privati», dice Filippo Panarello, (Pd) vicepresidente della quinta commissione Beni culturali dell’Ars.

«Prima di lanciare ipotesi falsamente innovatrici – prosegue Panarello – Antinoro farebbe bene a spiegare come viene utilizzato il personale attualmente in carico alla Regione: oltre ai dipendenti di ruolo vi sono, infatti, articolisti, lsu, e dipendenti della società mista “Arte e Vita”».

«Non basta che ci stanno togliendo il presente e stanno pesantemente ipotecando il nostro stesso futuro – dice Mario Bonomo, deputato regionale siracusano del Partito Democratico – Adesso vogliono anche toglierci il passato, la storia della civiltà millenaria di una Terra che, oggi come oggi, meriterebbe certamente ben altra classe dirigente». «Quest’idea di provare a fare cassa in tutti i modi, di trasformare in business anche la nostra stessa memoria mi fa semplicemente inorridire -aggiunge Bonomo -. E non faccio del moralismo spicciolo».

La Valle dei Templi - foto Ansa - 120*160 - 03-07-08

No anche dal Fai Deciso no anche dal Fai, il Fondo italiano per l’ambiente presieduto da Giulia Mozzoni Crespi, all’ipotesi di privatizzazione della Valle dei Templi. Beni di tale importanza «sono e devono restare pubblici in virtù del loro valore simbolico», fa notare l’associazione ambientalista alla quale il neo sindaco di Salemi Vittorio Sgarbi ha proposto di affidare il progetto messo in campo dall’assessore regionale ai beni culturali della sicilia Antonello Antinoro (Udc). Un invito al quale l’associazione risponde con la richiesta a Stato e Regione Sicilia a «non rinunciare al proprio compito istituzionale».

Cedere la gestione
e la valorizzazione dell’intero parco di Agrigento – la più vasta area archeologica greca in Italia, singolare integrazione di arte e natura -, fa notare il Fai, «apparirebbe come una rinuncia definitiva dell’Ente Pubblico a uno dei suoi compiti primari».

La Valle dei Templi,
così come altri siti archeologici come Pompei o monumenti come il Colosseo, ribadiscono i responsabili della associazione, «per la loro vastità e il loro immenso valore culturale, non possono essere ceduti a privati perchè necessitano di una gestione che va ben oltre le logiche del profitto, inevitabili e corrette per un soggetto privato». Si tratta di tesori straordinari, proseguono, «che richiedono una continua attenzione culturale e scientifica che solo lo Stato con le proprie svariate strutture e competenze può garantire».

Il Fai si augura quindi «che lo Stato non rinunci ai propri doveri, difendendo un bene che appartiene a tutti i cittadini italiani e che è anche patrimonio dell’umanità» e chiede «di agire con fermezza per mantenere inalterata la bellezza del paesaggio, proteggendolo dalla speculazione edilizia, intervenendo sulla viabilità, per esempio con la chiusura al traffico della strada che attraversa la Valle e incrementando
il turismo, con strutture non invasive e rispettose dell’ambiente».

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Pubblicato il: 03.07.08
Modificato il: 03.07.08 alle ore 15.36

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=76828

G8, il pm: «Non ci fu sassaiola contro la polizia prima dell’irruzione alla scuola Diaz»

GENOVA -3 luglio 2008- Il pm di Genova Enrico Zucca, nella prima parte della sua requisitoria al processo per la violenta irruzione della polizia nella scuola Diaz durante il G8 di Genova, ha contestato, citando le deposizione dei testi della difesa, che ci sia stata una sassaiola da parte degli occupanti la scuola Diaz contro alcune pattuglie della polizia.

L’episodio per l’accusa
è importante perché la sassaiola è stato il motivo addotto dai vertici della polizia per decidere l’irruzione nella scuola che sfociò nella «macelleria messicana» e nell’arresto di 93 manifestanti.

Il pm ha quindi citato uno degli imputati, Spartaco Mortola, all’epoca capo della Digos, come il poliziotto che parlò per primo di un lancio di oggetti contro le camionette. Il fatto Mortola lo riferì direttamente a Kovac allora responsabile della scuola adibita a dormitorio.

Al processo, che si tiene
nell’aula bunker del tribunale, non è presente alcuno dei 29 poliziotti imputati. Dopo l’appello del presidente del tribunale Gabrio Barone, ha subito preso la parola il pm Zucca evidenziando la difficoltà riscontrata nelle indagini nei confronti dei poliziotti, a causa della loro «omertà». «Riteniamo – ha detto – di aver usato prudenza nelle indagini, ma ora chiediamo alla giustizia rigore. Invochiamo ordine e legge per il rispetto delle persone e dei diritti».

Il pm ha quindi citato il prefetto Ansoino Andreassi il quale nella sua deposizione spiegò che all’origine della perquisizione nella scuola Diaz vi fu la ricerca da parte delle forze dell’ordine del riscatto del loro operato e della loro immagine offuscata dai disordini e della morte di Carlo Giuliani. Andreassi rivelò che fu deciso di intraprendere un’azione più efficace nei confronti degli autori di reati che avevano caratterizzato le giornate del vertice e che avevano messo in crisi l’operato delle forze dell’ordine.

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fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=27060&sez=HOME_INITALIA

Thyssen, due operai sono stati cassaintegrati perché volevano costituirsi parte civile

I due dipendenti erano tornati a lavorare a marzo
L’ex delegato Fiom: “L’azienda mostra il suo vero volto”

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Thyssen, due operai cassaintegrati Volevano costituirsi parte civile
TORINO – Non c’è pace per gli operai della Thyssenkrupp di Torino. A distanza di appena due giorni dall’apertura del processo che dovrà accertare le responsabilità per l’incendio che il 6 dicembre scorso causò la morte di sette operai, la società siderurgica torna a far parlare di sé. L’azienda ha infatti deciso di mettere in cassa integrazione due dipendenti che erano rientrati in fabbrica a marzo. Entrambi avevano chiesto di costituirsi parte civile al processo.

Secondo Ciro Argentino, ex delegato Fiom della Thyssenkrupp, “l’azienda mostra il suo vero volto confermando il suo atteggiamento persecutorio nei confronti degli operai che non piegano la testa ai suoi ricatti e dimostra ancora una volta di non essere all’altezza della situazione”.

Uno dei due dipendenti
è un gruista addetto allo smontaggio delle linee dello stabilimento torinese, l’altro è invece un addetto alle macchine della sede di Milano a cui sarebbe stata chiesta ancora di recente la disponibilità a lavorare per tutto il mese di luglio.

3 luglio 2008

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fonte: http://www.repubblica.it/2008/02/sezioni/cronaca/incendio-acciaieria-2/thyssen-cassaintegrazione/thyssen-cassaintegrazione.html