Archivio | luglio 21, 2008

STORIE DI BASSA LEGA – Inno nazionale, scontro a distanza Fini-Bossi

ROMA (Reuters) lunedì, 21 luglio 2008- Il presidente della Camera Gianfranco Fini ha criticato oggi in aula, il ministro delle Riforme Umberto Bossi, che ieri aveva contestato in una manifestazione l’inno nazionale.

Immediata è giunta la replica del capo della Lega Nord, consegnata dal corridoio di Montecitorio ai giornalisti: “Fini poteva non intervenire, che era meglio”.

Bossi è stato criticato anche dal presidente del Senato, Renato Schifani, per il quale “i simboli della patria sono sacri”. Poi Schifani ha invitato tutte le forze politiche ad “abbassare i toni e lavorare per il bene del paese”.

Per Fini, “nessuno deve pronunciare parole che offendano l’inno nazionale”, dopo che ieri, al congresso della Liga Veneta Bossi, secondo quanto riferito dai media, ha alzato il dito medio contestando “Fratelli d’Italia”, l’inno della Repubblica italiana, e in particolare la strofa che dice “E schiava di Roma Iddio la Creò” (riferita alla Vittoria, in realtà, e non all’Italia, come si legge nel testo di Goffredo Mameli).

Il ministro Bossi, ha detto il presidente di Montecitorio, “coglierà, mi auguro, l’occasione per precisare il suo pensiero perché a chi ricopre cariche pubbliche va fatto credito di intelligenza politica”.

“Non c’è dubbio che il rispetto dell’unità nazionale è condizione imprescindibile per le riforme e il federalismo fiscale”, ha aggiunto Fini, citando alla fine il punto di programma che più sta a cuore alla Lega.

Non è la prima volta che il Senatur si attira critiche – e denunce alla magistratura – per gesti o frasi irriverenti, come quelle contro la bandiera italiana.

“MASSIMA LEALTA”

Bossi è stato difeso in aula alla Camera, sia da altri deputati leghisti, che dal capogruppo di Forza Italia Fabrizio Cicchitto: “Respingiamo gli strumentalismi di bassa lega che qui non c’entrano nulla: la storia della Lega è contraddistinta da innovazione e serietà”, ha detto Cicchitto, che ha assicurato “la massima lealtà nell’alleanza con la Lega, pur nel massimo di lealtà nel rispetto dell’Unità nazionale dei suoi simboli”.

Per il segretario del Pd Walter Veltroni, che ha chiesto l’intervento del premier Silvio Berlusconi,”qui si pone una questione politica di profilo diverso. La questione non è tanto quello che ha detto Bossi ma la posizione di tutta la Lega”.

L’uscita di Bossi, che proprio ieri aveva ribadito di essere pronto a dialogare con l’opposizione sul federalismo e anche ad accettare proposte, è di certo motivo di imbarazzo per il governo di centrodestra e per Alleanza Nazionale in particolare, ma rischia soprattutto di compromettere i rapporti col Pd.

Il partito di Veltroni, che ha rotto il dialogo con il Pdl di Berlusconi sulle questioni della giustizia, aveva infatti provato a intavolare una trattativa proprio con la Lega sul federalismo, ricevendo peraltro le critiche dell’Udc di Pierferdinando Casini, anch’esso all’opposizione in Parlamento.

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fonte: http://www.borsaitaliana.reuters.it/news/NewsArticle.aspx?type=topNews&storyID=2008-07-21T163648Z_01_LAN159309_RTRIDST_0_OITTP-BOSSI-FINI-PUNTO.XML

Il governo contro i precari: tempo indeterminato è chimera

Stop ai 36 mesi e alle cause di lavoro

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Nelle 475 pagine di cui è fatto il maxiemendamento alla manovra economica su cui il governo ha chiesto la fiducia ci sono molte cattive notizie per i lavoratori precari. Diritti acquisiti cancellati in fretta e furia senza tanta pubblicità.

Le scoperte si susseguono. L’ultima riguarda i lavoratori che si sono rivolti al Giudice del Lavoro per rivendicare il sacrosanto diritto a veder riconosciuto il rapporto a tempo indeterminato dopo anni di abusivismo, precariato e sfruttamento. La Commissione Bilancio della Camera ha approvato un emendamento che li condanna al precariato a vita precludendo loro ogni possibilità di ottenere dal magistrato la stabilizzazione del rapporto, scambiando l’assunzione con un assegno da due a sei mensilità.

Fino ad ora se il giudice accertava l’irregolarità, dichiarava l’esistenza di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato e conseguentemente il diritto del lavoratore ad essere assunto a tempo indeterminato e riammesso in servizio. Ora, se la norma verrà approvata definitivamente, il giudice non avrà più questo potere, ma dovrà limitarsi a dichiarare la nullità del contratto e ad applicare al datore di lavoro una sanzione di entità variabile fra le due e le sei mensilità.

Il tutto, alla faccia dei diritti acquisiti, vale anche per le cause già in corso.

Ora al precario sfruttato dunque non converrà più rivolgersi più al giudice e dovrà accettare una serie indefinita di assunzioni a termine anche se platealmente irregolari.

Via libera quindi alla precarizzazione totale del lavoro con le aziende che potranno anche dimenticarsi che esiste il contratto a tempo indeterminato.

In più, il governo ha modificato il Protocollo sul lavoro firmato da parti sociali e Prodi nell’estate scorsa. Tante furono le critiche al fatto che dovevano passare 36 mesi (considerati troppi) prima di avere un contratto a tempo indeterminato. Ora anche quello diventa un miraggio.

«La conversione a tempo indeterminato del rapporto (prevista dal governo Prodi, ndr.) – si legge nel maxiemendamento – si applica esclusivamente alle fattispecie regolate dalle medesimi disposizioni, trovando applicazione nei casi di violazione degli articoli 1, 2 e 4 del dlgs 368/2001, l’articolo 1419 del codice civile».

L’articolo 1419 del codice civile stabilisce che «la nullità parziale di un contratto o la nullità di singole clausole importa la nullità dell’intero contratto, se risulta che i contraenti non lo avrebbero concluso senza quella parte del suo contenuto che è colpita dalla nullità. La nullità di singole clausole non importa la nullità del contratto, quando le clausole nulle sono sostituite di diritto da norme imperative».

Lo stesso maxiemendamento prevede «un indennizzo» in caso «di violazione delle norme in materia di proroga del termine» per «un importo compreso tra 2,5 e 6 mensilità».

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Pubblicato il: 21.07.08
Modificato il: 21.07.08 alle ore 14.12

fonte:  http://www.unita.it/view.asp?idContent=77326

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Bimba rom “rapita” dalla giustizia italiana

Genova, 21 luglio 2008

di Donata Bonometti

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C’è una bambina rom di un anno e mezzo che si è “persa” per la città. Non la trova la mamma, non la trova il suo avvocato. Il tribunale dei minori è fermo nel negare ogni tentativo di incontro, di avvicinamento di una madre, fin qui non colpevole di alcun reato, e soprattutto impedisce a una bimba così piccola e che non conosce ovviamente una parola di italiano, di rivedere un volto familiare dopo cinque mesi di separazione.

Sembrerebbe una storia alla rovescia. Chi è perennemente messo all’indice come ladro di bambini, si trova nella condizione di chiedere che fine hanno fatto i suoi.

La macchina della giustizia ha i suoi tempi, spesso anche rispettabili, ma l’avvocato Enrico Bet, il cui studio legale è specializzato sul diritto della famiglia e dei minori, e nel caso specifico è il riferimento di questa famiglia rom-romena, si chiede con preoccupazione in che stato d’animo viva questa piccola missing.

Ricoverata inizialmente al Gaslini, non per malattia ma per offrirle temporaneamente un letto, in seguito potrebbe essere stata data in affido a una famiglia, oppure mandata in una struttura.

«Certo è che per interrompere i rapporti fra genitori e figli devono essersi consumati atti gravissimi di abbandono morale e materiale. E per quel che riguarda la madre non mi risulta sussistano», precisa l’avvocato.

Quanto al padre, il discorso è diverso. Nell’inverno scorso l’uomo, che abita con la moglie e la figlia e con un fratello con la sua famiglia, (quest’ultimo persona abbastanza perbene con un lavoro regolare), in un appartamento (forse occupato abusivamente) nei pressi di Milano, litiga con la moglie e se ne va trascinando con sé la bambina.

Dopo qualche settimana lo intercettano mentre scende dal traghetto su una Porsche Cayenne, la bambina sul sedile posteriore e quindici chili di cocaina. Fa la fine che merita: in galera.

Ma anche per la bambina inizia un percorso quasi punitivo, segregante: prima in ospedale al Gaslini, poi chissà. L’avvocato Bet racconta di aver chiesto più volte al tribunale un incontro protetto, anche alla presenza dei carabinieri, pur di far vedere la mamma alla piccola, per rassicurarla, per dimostrarle che la mamma non è stata inghiottita dal nulla. Dice: «Che mai può passare nella testolina di una bimba di quell’età se non vede la sua mamma da mesi?». Ma il permesso gli è stato negato. Non è riuscito neppure a sapere dove la bambina è stata accolta. Ancora dal Gaslini, da una comunità, da una famiglia?

Si dice che siano in corso delle indagini supplettive su questa famiglia che è senza dubbio squinternata, e siccome nei vari interrogatori sono tutti caduti in contraddizione più volte, pare ci sia il fondato sospetto che la madre in qualche modo sapesse. Di più: che fosse complice. Che avesse acconsentito all’uso della bambina per distrarre i finanzieri. Fondato sospetto ma fin qui non confermato da alcuna prova, garantisce l’avvocato Bet. E per la bambina, che non c’entra proprio niente, la punizione dell’allontanamento. «E comunque sia – commenta Bet – fermo restando che fin qui la complicità della madre non è stata provata, se ci mettessimo a togliere i figli a tutti coloro che spacciano, ci sarebbero le comunità che scoppiano».

Il giudice Marina Besio conferma il fatto che la bambina è stata separata da mesi oramai dalla madre e che non è stato concesso un incontro. Premette «Mi sto occupando di questa bambina, tanto quanto mi occupo degli altri. E non vorrei che si speculasse sul fatto che è una bambina rom». Insomma stessi tempi e stessi modi.

Il magistrato precisa che le indagini supplettive non riguardano eventuali reati commessi dalla madre, perchè questa indagine non è sua competenza, ma sta svolgendo un’inchiesta per accertare le capacità genitoriali di questa donna, le risorse educative. Insomma sta cercando di capire se è una madre in grado di esserlo. Successivamente deciderà se restituire o no la piccola alla sua famiglia.

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fonte: http://ilsecoloxix.ilsole24ore.com/genova/2008/07/21/1101641130340-bimba-rom-rapita-giustizia-italiana.shtml

ALTA VELOCITA’ (o voracità?) – Invisibili in galleria, minatori d’oggi

di Massimo Franchi

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Cantiere grandi opere alta velocità Tav Bologna - Firenze 220x Ansa

Un cantiere dell’Alta velocità
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La galleria fa paura solo a guardarla (e a sentirla) attraverso lo schermo, figurarsi a starci dentro 8 ore al giorno sapendo che «se ti succede qualcosa nessuno può venirti a salvare quaggiù». A 500 metri sotto gli Appennini o nel tunnel che passa sotto Bologna fa poca differenza.

Il capoluogo emiliano ha la massima concentrazione di cantieri di cosiddette grandi opere, centinaia di chilometri di gallerie che trasformeranno uno dei nodi autostradali (variante di valico della Autosole) e ferroviari (attraversamento di Bologna e tratta Bologna-Firenze dell’Alta velocità) più importanti del paese. L’Asl e la provincia di Bologna, tramite l’Istituzione Gian Franco Minguzzi, hanno voluto mostrare facce e storie delle centinaia di lavoratori che le stanno costruendo producendo il documentario “Invisibili ad alta visibilità” di Silvia Storelli ed Alessandro Zanini.

Minatori, carpentieri e ferraioli che rischiano la vita per mantenere le loro (lontane) famiglie. Lo scambio è chiaro ed accettato: ti pago qualche centinaia di euro in più al mese perché tu rischi la vita e la passi lontano da casa chiuso in una galleria quando lavori e in un prefabbricato quando ti riposi.

C’è Pasquale che da due anni fa ininterrottamente il turno dalle 10 di sera alle 6 del mattino e «ormai confonde la notte con il giorno», c’è il minatore sardo Luigi che «fra cinque anni finirà di pagare il mutuo» e spera di tornare a casa, c’è Prospero minatore siciliano in una squadra (fatta da almeno 5 operai) di soli siciliani, ci sono i carpentieri Roberto e Salvatore che per far passare il tempo del non-lavoro («a volte più lungo di quello passato in galleria») sono diventati maratoneti provetti e c’è l’altro Pasquale che fra poco se ne va in pensione dopo 30 passati sotto terra in giro per il mondo ed è «triste perché lascerà i compagni».

La cosa che colpisce è la mancanza di giovani. Sarà come dice Giuseppe da Brescia (uno dei pochissimi del Nord): «I giovani capiscono più di me, in galleria non ci vogliono più andare». Qua tutti il primo lavoro lo hanno trovato per caso su segnalazione di amici pensando che «sarebbe stato per pochi mesi» e invece «dura da 20 o 30 anni».

Per fortuna di questi cantieri non si è sentito parlare moltissimo. In sette anni (da tanto si scava sotto gli Appennini per l’Alta velocità) gli infortuni anche mortali sono stati relativamente pochi. «La sicurezza è aumentata», riconoscono tutti anche grazie ai controlli dei committenti del documentario. Caschi, cinture, paracolpi, paraorecchi «ti riducono come un robot», si lamenta Luigi, «che a volte qualcosa ti togli anche se sai che non dovresti».

Anche nel terzo millennio si lavora come nell’ottocento: i minatori bucano, i carpentieri rendono solido e i ferraioli ripristinano, e così via all’infinito. Le squadre si alternano una dopo l’altra per 24 ore al giorno su tre turni (dalle 22 alle 6, dalle 6 alle 14 e dalle 14 alle 22).

Gli incidenti comunque sono all’ordine del giorno, tanto che Luigi considera «una costola e qualche dito rotto» come «infortuni lievi». Quello che tutti temono però è l’incendio: «Se va a fuoco qualcosa qua sotto in pochi istanti si arriva a temperature inimmaginabili e salvarsi è molto difficile», spiega il saggio Roberto. L’altra grande paura è quella di finire sotto un camion in movimento. Ce ne sono decine che vanno in continuazione avanti e indietro, sono tutti dotati di sirena, ma «quando la trivella gira il rumore è assordante e non riesci a sentire niente». Poi ci sono «gli acciacchi alle ossa, la bronchite» che a lungo andare accomunano tutti tanto da far dire a Pasquale, il pensionando, che «fisicamente sono quasi a terra».

Le interviste sono state fatte nel giro di un anno e terminano con la festa per l’abbattimento dell’ultimo diaframma della galleria. Una festa che, a pensarci bene, è paradossale: se la galleria è finita, è finito anche il lavoro e stanno per arrivare le lettere di licenziamento perché «nessuna azienda è tenuta a tenerti quando il cantiere chiude». C’è la felicità perché «fra un po’ si torna a casa» dove «c’è una moglie che hai lasciato giovane e ritrovi vecchia», ma anche la preoccupazione perché «se stai a casa non hai i contributi e la pensione si allontana». Così «tocca cercare un’altra galleria chissà dove» per ricominciare la vita da invisibili.
Pubblicato il: 21.07.08
Modificato il: 21.07.08 alle ore 12.45

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=77324

Aldrovandi, vittima negata

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Smentire tutto, anche l’evidenza. A tre anni dalla tragedia, parlano per la prima volta i poliziotti imputati per la morte del giovane Federico Aldrovandi. Giurano di averlo colpito solo alle gambe e che lui «stava benissimo». La loro versione è contraddetta dai testimoni e dai loro stessi dialoghi

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di Sofia Basso

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Quattro poliziotti armati di manganello e un ragazzo che muore solo, ammanettato, faccia a terra. Hanno provato a negare tutto, gli agenti imputati per l’omicidio colposo del giovane Federico Aldrovandi. Ma non hanno potuto smentire il tragico epilogo di quell’alba del 25 settembre 2005, quando il diciottenne ferrarese fu fermato da una pattuglia di polizia che lo trova vivo e lo lascia morto sull’asfalto di un’appartata via della cittadina estense. Parlano per la prima volta i quattro agenti, dopo mille giorni di ostinato silenzio e nove mesi di processo, ma non si preoccupano di offrire una spiegazione verosimile dell’accaduto. Una dinamica «incredibile» anche per loro, che giurano che Federico «stava benissimo» prima dell’intervento dei sanitari che ne constatano il decesso e dell’arrivo dei medici legali che lo fotografano livido e tumefatto in una pozza di sangue. Non hanno idea di come si sia procurato le ferite alla testa e allo scroto, dichiarano in aula il 26 giugno scorso: «Forse quando finisce a cavalcioni sullo spigolo della portiera dell’auto e poi cade in avanti, per poi rialzarsi come se niente fosse». Eppure due dei loro sfollagente quella mattina si spezzano all’altezza del manico. E la chiamata alla centrale del capo pattuglia Enzo Pontani è inequivocabile: «L’abbiamo bastonato di brutto. Adesso è svenuto, non so… È mezzo morto». «Una frase detta così, una maniera di dire che non significa niente – si giustifica l’interessato, incalzato dal pm Nicola Proto – anche l’Italia contro l’Olanda è stata bastonata di brutto». Capelli biondi fluenti, tono sicuro, Pontani ci tiene ad aggiungere che sarebbe «assurdo colpire una persona distesa». Eppure è proprio quello che i testimoni hanno visto: quattro agenti di polizia che si accaniscono sul ragazzo anche quando è a terra e implora aiuto.

Bello, alto, magro, Federico viene descritto da Pontani, una decina di chili più del ragazzo e 15 anni di esperienza sulla strada, come un «energumeno di 100 chili, scuro, con il collo taurino e gli occhi fuori dalla testa», che sbuca all’improvviso dall’ombra di un parchetto urlando e ringhiando per aggredirlo con sforbiciate, calci e pugni. Lui li schiva tutti. «Sembrava che avesse voluto mangiarmi la testa», precisa per evocare la pericolosità del giovane, disarmato e incensurato, seppure in stato d’agitazione, come riferì la signora che chiamò il 112, spaventata dalla presenza di un giovane «che sbatteva dappertutto». Per rincarare la dose, Pontani aggiunge un particolare mai emerso prima: durante la colluttazione, Aldrovandi avrebbe addirittura tentato di sfilargli la pistola. Un dettaglio che non compare neppure nella relazione di servizio. Anche Luca Pollastri, il compagno di volante di Pontani, più che di uno studente che rincasa dopo una nottata con gli amici in un centro sociale di Bologna dove, certo, girava anche qualche acido, racconta di una «furia scatenata» che avanza «con aria minacciosa», urlando «a denti stretti e bocca aperta». Era «carico, digrignava i denti», gli fa eco Paolo Forlani, della seconda volante, intervenuta quando la prima chiese rinforzi. «Erano più ringhi che urla. Aveva gli occhi sbarrati. E fissava… Sembrava un automa», ribadisce la sua collega di pattuglia, Monica Segatto, che si presenta pallida e tesa al banco degli imputati.

Deposizioni fiume, quelle dei quattro agenti che fino a quel momento si erano avvalsi della facoltà di non rispondere, mirate però più a smontare i capi d’accusa che non a convincere gli ascoltatori. Più volte, infatti, dal fondo della torrida e strapiena aula B del tribunale di Ferrara si solleva un brusio di incredulità. Come quando Pontani racconta che lo sfollagente del collega Forlani si rompe per un calcio di Federico. Il secondo manganello, dichiara Pollastri, si spezza quando il poliziotto cade a terra assieme al ragazzo nel tentativo di immobilizzarlo. Loro, sostengono, non l’hanno mai colpito, se non alle gambe. Soprattutto, i quattro imputati insistono nel dire che l’ambulanza la chiamarono subito anche se arrivò solo quand’era troppo tardi e che Aldrovandi non ha mai dato segni di sofferenza. Anzi, il loro timore è sempre stato che si rialzasse. Se non usarono il defibrillatore che avevano in dotazione fu perché più volte avevano verificato che respirava. Eppure la dottoressa fu chiarissima nella sua deposizione: quando il 118 intervenne, il cuore aveva smesso di battere da parecchi minuti e infatti i tentativi di salvarlo furono vani.

Uno dopo l’altro, gli imputati negano
che il giovane chiedesse aiuto perché non riusciva più a respirare. Scuote la testa con sofferenza muta, Lino Aldrovandi, padre di Federico, che segue il processo in piedi, appoggiato contro il muro. Anche Patrizia Moretti, determinata nella sua richiesta di verità e giustizia per il figlio fin da quando impedì l’archiviazione del caso aprendo un blog, fatica ad ascoltare gli agenti coinvolti nella morte del suo Federico: «Non ci aspettavamo niente dalla loro deposizione. Però fa male lo stesso, fa molto male. Nel loro racconto sembrano accantonare, dimenticare, quello che hanno fatto, l’effetto di quelle loro azioni che ritengono tanto professionali. Non gli ha mai nemmeno sfiorato l’idea di dire “mi dispiace”. La cosa che mi ha addolorata di più, in questa versione paradossale, è stato quando hanno detto che gli tenevano la mano sulla schiena per fargli sentire la loro presenza. Purtroppo l’ha sentita eccome. Sappiamo, e gli effetti ne sono la prova più grande, che l’hanno schiacciato a terra finché non è arrivata l’ambulanza».

La linea della difesa non convince nemmeno la parte civile: «Da agenti di polizia si poteva pensare che dessero una spiegazione credibile di quello che è accaduto, invece si sono trincerati dietro risposte che respingono a tutto campo i profili dell’accusa senza preoccuparsi di un racconto che anche un elementare vaglio di buon senso fa ritenere del tutto inverosimile», dice l’avvocato Alessandro Gamberini, che sostiene la famiglia assieme a Fabio Anselmo, Riccardo Venturi e Beniamino Del Mercato. «La verità è che, comunque si difendano, la coperta è troppo corta perché riguarda il prima, il durante e il dopo: gli agenti non hanno affatto chiesto nell’immediatezza l’ambulanza, hanno bloccato Federico in una forma così violenta e compulsiva da procurargli quell’asfissia posturale che ha poi determinato l’esito fatale, lasciandolo steso per terra fino all’arrivo del 118, quando era già palesemente morto».

Un caso, quello di Federico, tenuto aperto dalla tenacia di una famiglia che non si è accontentata della versione iniziale di una morte per droga e ha lottato per far partire le indagini, tra macchie di sangue che sparivano, brogliacci manipolati, versioni contraddittorie, testimoni reticenti e comunicazioni date in ritardo. Le anomalie sono talmente tante che è stata aperta un’inchiesta bis per falso e abuso. L’iscrizione nel registro degli indagati dei quattro agenti è arrivata solo nel marzo 2006. Quando il pm titolare dell’inchiesta lascia per motivi personali, subentra Proto che finalmente avvia le indagini. Il processo è iniziato nell’ottobre 2007, due anni dopo la tragedia. «Da cittadina credevo che la giustizia fosse qualcosa di dovuto. Invece già arrivare in aula è stato un enorme risultato», commenta la madre di Federico. «Come dice sua mamma, Aldro è stato ucciso due volte», fa notare Andrea Boldrini, uno degli amici che passò con lui l’ultima serata. «Perché da quando è morto continuano a infangarlo. A ogni udienza sembra lui l’imputato, non i quattro agenti. Fin da quando siamo stati convocati dalla polizia, volevano che dicessimo che era un tossico». Francesco Caruso, giudice monocratico nonché presidente del tribunale, ha imposto un calendario serrato e ascolta attentamente tutte le versioni illustrate in aula. In autunno, con la sentenza, sapremo se in questo Paese è normale non sopravvivere a un controllo di polizia.

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4 luglio 2008

fonte: http://www.avvenimentionline.it/content/view/2190/568/

Gela, la capitale della petrolchimica dice no agli impianti eolici

Dopo l’industrializzazione selvaggia le fonti rinnovabili e non inquinanti fanno più paura delle raffinerie

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GELA – E’ una delle capitali della petrolchimica italiana. In anni di industrializzazione selvaggia ciminiere e raffinerie hanno devastato le coste ma, stranamente, ora è pronta ad alzare le barricate contro un nuovo impianto per la produzione di energia eolica. Come dire: le fonti rinnovabile fanno più paura delle vecchie raffinerie che negli anni hanno reso l’aria irrespirabile provocando anche centinaia di casi di malformazioni neonatali.

INCOERENZA – E’ il paradosso di Gela che da giorni è in fermento dopo che l’Enel ha annunciato che intende realizzare tra Licata e Gela il primo campo eolico off-shore del Mediterraneo. Uno dei più ambiziosi progetti sulle fonti rinnovabili con un investimento di oltre 500 milioni di euro che a regime produrrà energia elettrica per 1.150 milioni di chilowattora, sufficiente a soddisfare il fabbisogno di 400 mila famiglie e soprattutto evitando emissioni di CO2 in atmosferica per oltre 800 mila tonnellate annue. In epoca di caro petrolio una vera boccata di ossigeno.

CROCIATE – Ma il combattivo sindaco di Gela, Rosario Crocetta, ha già avvertito: «Faremo le crociate, questo impianto sul nostro territorio non si deve fare». Il progetto dell’Enel ha puntato su un territorio già fortemente compromesso da punto di vista ambientale e non aveva messo in conto questo tipo di reazione da parte degli amministratori locali. Tra l’altro si tratta di un impianto off-shore cioè verrà realizzato in mare, ad una distanza minima di 3 miglia dalla costa. E quindi anche visivamente le pale eoliche non deturperebbero il paesaggio più di quanto non avvenga già con le mostruose sagome del petrolchimico.

«CONDANNATI PER L’ETERNITA’» – Ma è proprio quel che contesta il sindaco, esponente del partito dei Comunisti Italiani: «Non siamo contrari in se all’eolico. Ma siamo contrari a realizzare questo impianto in una zona già fortemente compromessa sotto il profilo ambientale. Non possiamo essere una città condannata per l’eternità». Secondo il primo cittadino anche la sovrintendenza ai beni culturali di Caltanissetta si sarebbe espressa contro il nuovo impianto eolico. L’Enel intanto va avanti: il progetto è già stato presentato al ministero dell’ambiente con la richiesta di valutazione dell’impatto ambientale.

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Alfio Sciacca
21 luglio 2008

fonte: http://www.corriere.it/cronache/08_luglio_21/eolico_Gela_protesta_bf6c8fea-5714-11dd-81e1-00144f02aabc.shtml

Memento memare…

Non mi sono completamente rincitrullita… a volte un po’ di leggerezza ci vuole.

Ho ricevuto la nomination ad un meme, io che cercavo di fare la persona seria… e adesso mi tocca ballare. Più che altro, ovviamente, perché in palio c’è una cena con il Lupachiotto, che credevate??? Alla romana, e mi sembra giusto. Tanto rischia lui… che è il responsabile di questa “divagazione”.

Il meme mi chiede di pensare due personaggi, uno della letteratura e uno del cinema, dei quali mi potrei innamorare.

Già l’idea di pensare mi è abbastanza ostica, in questi tempi ma non solo… quindi, senza troppo rifletterci e totalmente in linea con il mio personaggio, ecco i prescelti (in questo caso NON POSSO proprio pensare: troppi nomi già mi s’accavallano nella mente e davvero è ardua impresa scegliere. Oltretutto ho l’innamoramento facile… e ovviamente, dacché son pigra, scelgo due personaggi intercambiabili (nel senso che esistono sia in versione stampata che cinematografica, tié!)

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GIMLI, il rappresentante dei nani nel celeberrimo “Il Signore degli Anelli”, la cui battuta “Certezza di morte, scarse possibilità di successo… Che cosa aspettiamo?” è una perla assoluta – soprattutto di questi tempi. Non è bello (neanche secondo i miei canoni!), è piccoletto e tracagnotto, non è un grande capo carismatico, è irascibile scorbutico e permaloso… assomiglia tutto a me! Ma ha un forte senso della giustizia e della lealtà e ha il dono dell’(auto)ironia. Sempre come me!

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Il secondo personaggio di cui mi potrei innamorare, se esistesse, è LISISTRATA, si proprio quella di Aristofane. Quella che dice “Sí, provvedere alla città dobbiamo noi: se no, son finiti gli Spartani…” e anche “Bisognerebbe prima, come s’epura la lana entro nei truogoli, cosí d’ogni sozzura purgar la città nostra, sbacchiando i farabutti, spiccandone le lappole, e scardassando tutti i peli che s’aggrumino su gl’impieghi, o s’accozzino addosso l’uno all’altro: i capi indi si mozzino; e universale infine si fili un buon volere nel cestello, il metèco mischiando e il forestiere, e chi vi preme.” Da interpretare ed attualizzare, ma mi sembra abbastanza chiaro…

Come dite? E’ una donna? E che non lo so? Sarò distratta e vecchierella e rincitrullita, ma non del tutto ignorante…

Lo so: detto da me, che sostengo di non essere femminista (diciamo pure abbastanza misogina…), suona strano. Sono contraria alle quote rosa (che infatti sbeffeggio chiamandole quote latte) e non penso proprio che le donne siano migliori degli uomini. Sono relativista, ecco. Esistono uomini con la U ed esistono donnastre (che non sono le donnacce, quelle moralmente ritenute tali). Ma se esistesse una donna così, che con l’ingegno riesce a far entrare un po’ di buon senso in alcuni cervelli persi alla causa, non me ne potrei innamorare? E non venitemi a raccontare che Lisistrata l’ha inventata Aristofane, lo so. Ma che ne sappiamo… se le donne ne avessero avuto la possibilità, avrebbero potuto scrivere qualcosa di simile e magari anche di meglio… Saffo docet. Non è in assoluto un discorso in difesa delle donne e/o degli omosessuali, anche qui ci sono dei bei distinguo (non è che appartenere ad una categoria fa di una persona tout-court una persona degna, questo intendo dire), però perché avrei dovuto citare obbligatoriamente due uomini?

Anzi, vado pure oltre.

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Ci voglio mettere anche PARRUCCONE e ROVERANDOM (il primo è un coniglio da cui molti “esseri coraggiosi” dovrebbero imparare qualcosa… lo si trova ne La collina dei conigli di Adams; il secondo è un simpatico cagnolino creato da Tolkien nell’omonimo libro).

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Doveva essere un post leggero, quasi estivo… ma, a parte che quest’estate non pare foriera di leggerezza ed io risento del “clima”, non posso dimenticare il mio primo vero grande amore… e tutto questo, al di là del fatto che di tre quarti dei citati esiste una versione cinematografica, altro non è che un tentativo, magari maldestro, di indurre alla lettura.

Aggià: adesso mi tocca nominare i degni prosecutori di cotanta impresa… dunque:

Sam

Daniele

Incarcerato

ilrusso

Laura

Morgan

Pino

Calinde

Sicuramente ho dimenticato qualcuno e probabilmente nessuno dei “prescelti” raccoglierà il guanto… be’, io ci ho provato!