Archivio | ottobre 26, 2008

PICCOLI BOSSI CRESCONO – Giovani padani: peggio degli immigrati, meridionali

di Daniele Sensi

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Capitan Padania sfida Neo Pulcinella wrestling, foto Ansa

Wrestling: Capitan Padania contro Neo Pulcinella
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«Non è giusto, siamo invasi! Ovunque ti giri sei sommerso da ‘sti qui che vogliono comandare loro, mi fanno venire la nausea», sbotta una novarese. «Troppi, ce ne sono troppi, meglio con contarli», ribatte un utente di Mondovì. «Ce ne sono tanti, ma molti dei loro figli crescono innamorati del territorio in cui sono nati e cresciuti», replica un magnanimo iscritto ligure. Ennesimo dibattito su immigrazione e presunte invasioni islamiche? No. Il sito è quello dei Giovani Padani, e l’oggetto della discussione è quanti siano i meridionali residenti nel nord Italia.

Non si tratta solo di un divertito passatempo: lamentando la mancanza di dati ufficiali («Purtroppo nessuno ha mai pensato di fare un censimento etnico in Padania, poiché siamo tutti  “fratelli italiani”»), sul forum del movimento giovanile leghista con cura e dovizia vengono incrociate fonti diverse per tentare di fornire una risposta all’inquietudine che pare togliere il sonno ad alcuni simpatizzanti.

Così, ricorrendo ad una terminologia allarmante e servendosi del  censimento del 2001, delle analisi di  alcuni studiosi dialettali e di quelle  relative alle migrazioni interne del dopoguerra (con una certa approssimazione dovuta all’impossibilità  di conteggiare con precisione i «meridionali nati al nord da genitori immigrati o  da matrimoni misti padano-meridionali») alla fine, tenendo comunque  conto «del tasso di fecondità dei centro-meridionali in base al quale è possibile stimare 3 milioni di discendenti meridionali nati in Padania, compresi i bambini nati da coppie miste», il verdetto è di «9 milioni di individui, tra centro-meridionali etnici e loro discendenti puri o misti».

Una stima al ribasso secondo un utente  milanese che arriva a denunciare, nelle statistiche, «la mancanza dei clandestini, cioè di quelli che sono qui di fatto ma non hanno domicilio o residenza padane».

Dati eccessivamente gonfiati, al contrario, per  un  altro giovane lombardo, perché «credo proprio che il meridionale al nord, specie se sposato con una padana, figli meno rispetto al meridionale che sta al sud». Una ragazza di Reggio Emilia, invece, pare poco interessata a parametri e variabili: «Non so quanti siano, non mi interessa il numero, so solo che sono troppi e che stanno rovinando una zona che era un’isola felice. Girando per strada difficilmente si incontra un reggiano! Purtroppo stiamo diventando una minoranza e i meridionali la fanno da padrone».

La Lega, si sa, ha oramai ampliato il proprio bacino elettorale, pertanto  pure un simpatizzante salernitano si inserisce nella conversazione, e, quasi invocando clemenza («Io sono meridionale ma amo la Lega e odio i terroni che vengono qui al nord per spadroneggiare e per rompere i coglioni»), finisce col  cedere    allo stesso meccanismo di autodifesa visto attivarsi  durante la recente campagna mediatica e politica  anti-rom, quando, per riflesso, non pochi cittadini rumeni quasi  si sono messi   rivendicare distinzioni etniche  dai loro connazionali residenti nei campi nomadi, poiché  nel gioco all’esclusione c’è sempre chi sta un po’ peggio: «Certi meridionali non possono essere espulsi perché italiani, ma, se si potesse fare una bella barca, sopra ci metterei i meridionali che non lavorano e gli extracomunitari, che sono più bastardi dei meridionali».

Qualche nordico animatore del forum non indugia nel mostrare comprensione e solidarietà al fratello salernitano, e si affretta a precisare come sia possibile ravvisare differenza  tra “meridionali” e “terroni”, spiegando che «terrone è colui che arriva e pensa di essere nel suo luogo di origine, e si comporta di conseguenza, tanto che nemmeno si offende se lo chiami terrone». Per taluni, addirittura, il luogo di origine non c’entra proprio nulla, perché «non è la provenienza che fa l’individuo,  e nemmeno il sangue o il colore della pelle, ma unicamente l’atteggiamento».

L’insistenza dei più ostinati («Se ne dicono tante sui cinesi ma sicuramente li rispetto più di certi meridionali o marocchini o slavi perché almeno lavorano e si fanno i fatti  loro»)  incontra obiezioni  dalle quali emergono ulteriori sfumature d’opinione tra i giovani padani, quelli più “cosmopoliti”, coinvolti nella surreale disamina, tanto che tra essi diviene possibile distinguere tra filantropi  («Di meridionali ne conosco tanti e tanti miei amici sono meridionali, per me un meridionale è colui che è venuto e lavora onestamente»), progressisti («Esempi di integrazione con il passare degli anni si fanno più frequenti, sono esempi da non snobbare ma anzi da far diventare casi di scuola: piano piano li integreremo»), e possibilisti («Un meridionale che lavora e interagisce con gli altri vale quanto un settentrionale»). Su tutti, però, inesorabile  cade il richiamo ad un maggior pragmatismo da parte dei realisti: «Siete in ritardo di 40 anni, c’è bel altra gente che invade le nostre città, purtroppo!».

Trascorso qualche giorno, sul forum viene avviata una nuova discussione: «Un test per capire a quale sottogruppo della razza caucasica apparteniamo». Un test scientifico, affidabile, perché «per una volta non ci si basa sul colore della pelle, dei capelli e degli occhi, ma sulla forma del cranio».

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Pubblicato il: 26.10.08
Modificato il: 26.10.08 alle ore 17.51

fonte: http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=80300

No ai tagli, uno striscione anche alla Normale di Pisa / I quattro giorni di fuoco della scuola

studenti di Architettura di Palermo, foto Ansa

Palermo, sabato ad Architettura
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Tempio del sapere, luogo d’eccellenza per la ricerca, luogo del merito per eccellenza, culla di accademici di fama internazionale, sul palazzo della Normale di Pisa campeggiano striscioni contro la legge ex 133 sulla riforma delle università. «Un Paese vale quanto ciò che ricerca» è scritto su uno di questi, firmato «studenti della Normale».Sono probabilmente quarant’anni che la protesta delle università non tocca anche l’élite dell’università italiana, quell’istituzione di derivazione napoleonica a cui si accede tramite durissime selezioni. Dai tempi in cui a Pisa la contestazione aveva anche il volto e la voce di Adriano Sofri, che quando ancora era in regime penitenziario proprio alla Biblioteca della Normale infatti aveva trovato un lavoro oltre le sbarre. Proprio da Pisa con qualche anno di anticipo rispetto al ’68, partì la contestazione della vecchia università, con le Tesi della Sapienza e l’occupazione della stessa, ovvero del Rettorato. Così non sfugge il sapore simbolico di questa partecipazione dei normalisti oggi, rimasti invece refrattari ad altri movimenti come pure quello della Pantera nell’anno accademico ‘89-’90.

«Noi allievi – spiegano i normalisti in una nota – abbiamo organizzato dei gruppi di studio per approfondire numeri, informazioni, statistiche in merito alla legge 133 e alla situazione dell’ università italiana. Ci proponiamo di dare un contributo costruttivo alla mobilitazione studentesca».

Intanto, in una nota, alcuni studenti di Pisa annunciano la fine dell’occupazione simbolica della Sapienza (in homepage l’ultima manifestazione a Pisa sui Lungarni), «come promesso – spiegano – andiamo via dalla Sapienza dopo tre giorni di questa nuova occupazione», aggiungendo però che «il Polo Carmignani continua a rimanere occupato».

Nel frattempo contro la conversione in legge del decreto Gelmini 137 che istituisce il maestro unico e termina il tempo pieno nelle scuole primarie istituendo un non meglio specificato “tempo scuola”, continuano le occupazioni di istituti primari. E prosegue la protesta contro i tagli alla scuola pubblica anche nelle medie superiori.Da lunedì 27 inizia un’altra settimana di mobilitazione degli studenti medi ed universitari contro il decreto Gelmini. Appuntamento clou la manifestazione nazionale in programma per giovedì 30 ottobre a Roma. Lo ribadisce la Rete degli studenti che lancia lo slogan «Avanziamo diritti!».

«Lunedì, martedì e mercoledì – fa sapere in un comunicato della Rete – in tutta Italia ci saranno scioperi e notti bianche, che si concentreranno ancora una volta nei giorni di approvazione del decreto 137 al Senato. Dopo lo slittamento ottenuto il 23 ottobre, cercheremo ancora una volta di bloccare i lavori parlamentari».

«Venerdì scorso la Gelmini ci ha detto che lei vuole andare avanti, che non si fermerà. Noi le rispondiamo che “Avanziamo Diritti”, non ci fermiamo e continueremo a chiedere una scuola e un’università nuovi, in grado di darci un futuro».

E i due movimenti, quello della scuola elementare e quello dei licei e delle università, trovano sempre più osmosi e terreni comuni. A Roma gli studenti di Scienze hanno invitato i bambini “in lotta” delle elementari organizzando per loro lezioni domenicali e visite guidate. L’iniziativa partita già con una vistia a Villa Borgheseha preso il nome di «Laurea domenicale in Scienze».

I Cobas chiamano in piazza nuovamente il «popolo della scuola» contro la 137 nei giorni in cui è previsto il suo definitovo varo al Senato: l’appuntamento è dalle 17 di martedì 28 a piazza Navona, a pochi passi da Palazzo Madama, per una manifestazione che andrà avanti fino alla mattina del 29 quando è prevista al Senato la votazione del provvedimento. «No alla legge 133 e al decreto 137. Non pagheremo la vostra crisi», ribadisce gli slogan della protesta del 17 ottobre il portavoce dei Cobas, Piero Bernocchi.

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Pubblicato il: 26.10.08
Modificato il: 26.10.08 alle ore 20.00

fonte: http://www.unita.it/view.asp?idContent=80301

EMME

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Giovedì sciopero di quasi tutti i sindacati e maxi corteo a Roma
Anche oggi facoltà e scuole occupate. E mille forme di protesta dell’Onda

I quattro giorni di fuoco della scuola
Legge al voto e blocco totale

Il Senato vota alla vigilia della mobilitazione. I Cobas: lo bloccheremo con i sit-in

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I quattro giorni di fuoco della scuola Legge al voto e blocco totale
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ROMA – Una domenica senza notizie clamorose, ma con molte scuole che restano occupate, molte aule universitarie teatro di assemblee e gruppi di studio fino al ‘grande ricevimento’ offerto dagli studenti delle facoltà scientifiche della Sapienza di Roma per le loro famiglie, per spiegare i motivi della protesta. E anche mille piccole iniziative spuntate ovunque, secondo l’indicazione generale di questo movimento, di comunicare e fare notizia nei modi più imprevedibili, fino ai lenzuoli con l’ormai famoso “Non pagheremo la vostra crisi” spuntati qua e là dai balconi di molti case della capitale.

La mobilitazione insomma “percorre il paese come una grande ‘ola’ e passerà per Roma nella più grande manifestazione per la scuola che la nostra memoria ricordi”. La sintesi di quel che accadrà nei prossimi giorni è nelle parole del leader della Flc-Cgil, Mimmo Pantaleo. Una sola voce fra le mille che animano la protesta. E che si sono date appuntamento a Roma giovedì 30 ottobre, giorno dello sciopero generale nazionale, per una grande manifestazione.

Giovedì incroceranno le braccia gli aderenti alla Flc Cgil, Cisl e Uil Scuola, Snals Confsal e Gilda degli insegnanti. E il mondo universitario e della ricerca, in aggiunta, ha già attivato le procedure per una giornata di sciopero il 14 novembre. Un raro sciopero di quasi tutte le organizzazioni sindacali, ancora più irritate dalla decisione di provare a dare il via libera alla legge proprio il giorno prima, senza risposte alle ripetute richieste di confronto (in particolare il segretario della Cisl Bonanni ha ripetuto più volte di essere pronto a fermare l’astensione dal lavoro in presenza di una convocazione al ministero).

La protesta contro il decreto Gelmini continua a espandersi con forme, modalità e colori diversi. Il fallimento del dialogo con gli studenti, aperto dal ministro dell’istruzione Mariastella Gelmini ma al grido “il decreto resta” (e si vota al Senato il 29) non ha fatto che amplificare il dissenso. Dissenso alimentato anche dalle parole del premier Silvio Berlusconi che, replicando all’appello lanciato da Walter Veltroni ieri a Circo Massimo di ritirare il decreto e aprire un confronto, difende il testo e il ministro: “Andiamo avanti”, anche perché le critiche al decreto Gelmini “sono strumentali”. “Andiamo avanti a governare qualunque cosa dica Veltroni o chiunque altro dell’opposizione” ha ribadito. “Hanno usato strumentalmente la scuola, pensate all’università dove non abbiamo ancora fatto nulla e già hanno mosso critiche e studenti nelle strade con strumentalizzazioni difficilmente definibili”.

Inizia così una nuova settimana di mobilitazioni “per bloccare la distruzione della scuola e dell’università messa in atto dal governo”. Per contrastare l’approvazione a Palazzo Madama i Cobas hanno organizzato una manifestazione nella vicina piazza Navona a partire dalle 17 di martedì per andare avanti, senza sosta, fino al mattino successivo quando è prevista la votazione del decreto 137. La Rete degli Studenti Medi lancia lo slogan “Avanziamo dei diritti” e informa che nei primi tre giorni della settimana, in tutta Italia, ci saranno scioperi e notti bianche, che si concentreranno ancora una volta nei giorni di discussione al Senato. “Dopo lo slittamento ottenuto il 23 ottobre, cercheremo ancora una volta di bloccare i lavori parlamentari”.

Lunedì, martedì e mercoledì, dunque, scioperi, autogestioni con pernotto, notti bianche e lezioni all’aperto a Torino, Perugia, Firenze, Roma e Palermo. Per giovedì 30, invece, oltre alla partecipazione alla manifestazione nella Capitale, la Rete degli Studenti annuncia cortei a Torino, Padova, Palermo e Genova.

E dalle università continuano a giungere appuntamenti che appaiono propedeutici al blocco della didattica in molte altre facoltà (spesso con l’appoggio dei docenti) se non di possibili occupazioni. L’onda lunga della protesta dei ricercatori approda su Facebook dove parte da oggi un appello internazionale “a favore dell’istruzione e della ricerca”. Una causa, a mezzo Facebook, affermano i promotori, che ha già raccolto centomila adesioni. L’offensiva sul web parte con un’iniziativa precisa: un messaggio inviato a più di 400 indirizzi mail di media europei e internazionali, oltre che di rappresentanti delle istituzioni politiche Ue, in cui si denuncia la miopia del governo nell’imporre provvedimenti che mettono a rischio il futuro delle stesse istituzioni ed esprimendo timore “che si possa passare, dalle dichiarazioni irresponsabili della politica, all’azione violenta di qualche infiltrato”.

Sempre su Internet gli studenti dell’università romana Tor Vergata hanno provocatoriamente messo in vendita il proprio ateneo, per appena un euro e 50 centesimi, sul sito eBay. E ancora gli studenti di Tor Vergata oggi hanno raggiunto la centrale piazza dei Cinquecento in camice bianco e libri in mano per “far conoscere alla popolazione il tragico futuro dell’università italiana”.

La facoltà di Fisica della Sapienza, occupata da giorni, ha invece invitato le famiglie per mostrare loro le esercitazioni e sperimentazioni della materia. Da domani poi, a Roma, partirà una settimana di lezioni all’aria aperta, anche in luoghi simbolo della città come il Colosseo. Alla Normale di Pisa, oggi sono apparsi alcuni striscioni di protesta: “Un Paese vale quanto ciò che ricerca”.

Domani comincia una settimana di fuoco, dunque. E la parola può passare solo alla cronaca, dal momento che le giornate appena concluse hanno mostrato che l’Onda spunta dove meno te l’aspetti, ma anche che si scontrerà con il primo grande scoglio: la probabile approvazione della legge Gelmini mercoledì 29.

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26 ottobre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/scuola_e_universita/servizi/scuola-2009-3/settimana-sciopero/settimana-sciopero.html?rss

COSSIGA E LA REPRESSIONE ‘DEMOCRATICA’ – Resoconto stenografico della seduta n. 076 del 23/10/2008

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FINALMENTE QUALCUNO HA AVUTO IL CORAGGIO DI DISCUTERNE IN PARLAMENTO

Legislatura 16º – Aula – Resoconto stenografico della seduta n. 076 del 23/10/2008

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PORETTI (PD). Signor Presidente, onorevoli colleghi, nell’intervento che avevo preparato avrei voluto parlare del maestro unico, argomento che, peraltro, non scandalizza noi radicali avendo a suo tempo raccolto le firme. Certo, forse non era proprio quello che molti di voi intendono, l’educatore che dà anche le bacchettate sulle mani. Avrei voluto poi parlare dell’ora di religione, del tempo pieno e di tanti altri temi, ma spero di averne l’occasione quando discuteremo gli emendamenti e gli ordini del giorno presentati.

Credo che dopo le dichiarazioni di ieri del Presidente del Consiglio, la priorità sia diversa. Il rischio di fornire la risposta sbagliata non solo alle esigenze della scuola, ma anche alle iniziative che sono in corso nelle scuole mi sembra la priorità.

Un componente illustre di quest’Assemblea, il presidente emerito e senatore a vita Francesco Cossiga, suggerisce una risposta. Ce la suggerisce oggi attraverso un’intervista a “Quotidiano.net Il Giorno il Resto del Carlino La Nazione” e credo che non possiamo ignorare la gravità di queste parole e di questo intervento. Il titolo dell’intervista è: «Bisogna fermarli, anche il terrorismo partì dagli atenei».

Il testo è il seguente: «Presidente Cossiga, pensa che minacciando l’uso della forza pubblica contro gli studenti Berlusconi abbia esagerato? “Dipende, se ritiene d’essere il Presidente del Consiglio di uno Stato forte, no, ha fatto benissimo. Ma poiché l’Italia è uno Stato debole, e all’opposizione non c’è il granitico PCI ma l’evanescente PD, temo che alle parole non seguiranno i fatti e che quindi Berlusconi farà una figuraccia”. Quali fatti dovrebbero seguire? “Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero Ministro dell’interno”». Giorgiana Masi?

«Ossia? “In primo luogo, lasciar perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito…”. Gli universitari, invece? “Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città”». Quello che è ritratto nelle fotografie di quella manifestazione dove è rimasta uccisa Giorgiana Masi? Quello con la maglia a strisce? Questi agenti devono essere pronti a tutto?

«”Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri”. Nel senso che… “Nel senso che le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano”. Anche i docenti? “Soprattutto i docenti”. Presidente, il suo è un paradosso, no? “Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì. Si rende conto della gravità di quello che sta succedendo? Ci sono insegnanti che indottrinano i bambini e li portano in piazza: un atteggiamento criminale!”. E lei si rende conto di quel che direbbero in Europa dopo una cura del genere? “In Italia torna il fascismo”, direbbero. “Balle, questa è la ricetta democratica: spegnere la fiamma prima che divampi l’incendio”. Quale incendio? “Non esagero, credo davvero che il terrorismo tornerà a insanguinare le strade di questo Paese”».

Non so se il senatore a vita, emerito Presidente della Repubblica, intende intervenire in quest’Aula e proporci questa ricetta, casomai discutiamone e parliamone, discutetene anche voi della maggioranza e del Governo: è questa la ricetta? Sono questi i suggerimenti che vogliamo dare al Ministro dell’interno? Giorgiana Masi? Alla Camera è stata già depositata, e la presenteremo in questi giorni anche al Senato, la richiesta di una Commissione d’inchiesta sui fatti che portarono alla morte di Giorgiana Masi.

Chiudo con un appello agli studenti: a queste provocazioni occorre rispondere in un unico modo, praticando la non violenza. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Li Gotti).

PRESIDENTE. Grazie, senatrice Poretti, anche per il suo appello finale.

È iscritto a parlare il senatore Sibilia. Ne ha facoltà.

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Senato della Repubblica

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fonte: http://mobile.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=Resaula&leg=16&id=00315053&part=doc_dc-ressten_rs-ddltit_sdddddl1108ieu-trattazione_dg-intervento_porettipd&parse=no&toc=no&mobile=si&index=si

Vi ricordiamo che è online l’appello a Napolitano. Potete firmarlo qui:

http://www.firmiamo.it/appelloalpresidentenapolitanodichiarazionicossiga

Un’altra settimana calda anti-Gelmini / Scuola, Bossi: graduatorie regionali per insegnanti

Non si placa l’onda anti-Gelmini
Bimbi a lezione alla Sapienza di Roma

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Si preannuncia un’altra settimana calda sul fronte delle contestazioni. E anche di domenica varie iniziative in molti istituti e in giro per Roma

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Corteo di protesta (fotoFn)Roma, 26 ottobre 2008 – Non si placa, neppure di domenica, l’onda di protesta di studenti e universitari contro la riforma Gelmini. Dalle lezioni universitarie per i bambini alla festa-protesta in una scuola elementare, le iniziative continuano.

LEZIONI PER BAMBINI A LA SAPIENZA

Addizioni, sottrazioni, il principio dei vasi comunicanti e la spiegazione, illustrata da un docente di Fisica nucleare, sul funzionamento del giroscopio: e ad ascoltare, sui prati della Sapienza, un drappello di bambini, invitati dagli universitari che da giorni occupano le facoltà hanno organizzato esercitazioni di fisica e matematica per bambini.

“Non ci aspettavamo così tanta gente”, gongolano gli studenti. Alle 11, il pratone alle spalle del Rettorato era già pieno di bambini che sono stai poi divisi in gruppi distinti in base ai colori assegnati. Si sono così formati capannelli con i bambini seduti a terra e i genitori in circolo alle loro spalle che hanno assistito alle lezioni sulle operazioni matematiche e sul principio dei vasi comunicanti con l’acqua della fontana ai piedi della statua della Minerva.

Ad illustrare il funzionamento del giroscopio il professor Egidio Longo, docente di Fisica Nucleare e Subnucleare: “Permette di conservare gli stati di rotazione del movimento angolare – spiega Longo – lo stesso principio della rotazione della Terra”.

TOR VERGATA A PASSEGGIO

In camice bianco e libri in mano, gli studenti dell’Universita’ di Tor Vergata, hanno passeggiato per Roma ‘’per far conoscere alla popolazione il tragico futuro dell’universita’ italiana’’. Dopo aver percorso via Nazionale hanno puntato in piazza della Rotonda, al Pantheon, ma la polizia poi li ha bloccati spiegando che l’iniziativa non era stata autorizzata. “Domani intanto alle 9  – spiegano – faremo un corteo all’interno dell’Universita’ di Tor Vergata, partiremo dalla facolta’ di Scienze e arriveremo a Medicina, dove alle 14 e’ previsto il Consiglio di Facoltà’’

FESTA-PROTESTA ALLE ELEMENTARI

Dalle 19 presso la scuola elementareLuigi Pirandellò nel quartiere ‘Magliana’ parte una festa-protesta con  dibatti informativi sul decreto Gelmini si alterneranno a momenti di animazione per i bambini, che saranno intrattenuti gratuitamente dalle ragazze dell’associazione culturale Eleusys.

“La contestazione festosa – comunica il comitato del coordinamento della scuola pubblica del XV Municipio – è aperta a tutti i cittadini del Municipio e a tutti i genitori e gli insegnanti delle altre scuole che abbiano voglia di partecipare al dibattito sulla scuola in relazione al decreto Gelmini”.

UN’ALTRA SETTIMANA CALDA

Inizia domani un’altra settimana di mobilitazioni: “per bloccare la distruzione della scuola e dell’università messa in atto dal Governo”, annuncia da parte sua la Rete degli Studenti Medi, spiegando che lunedì, martedì e mercoledì in tutta Italia ci saranno scioperi e notti bianche, che si concentreranno ancora una volta nei giorni di approvazione del decreto 137 al Senato.

“Dopo lo slittamento ottenuto il 23 ottobre, cercheremo ancora una volta di bloccare i lavori parlamentari – dichiarano in una nota – venerdì la Gelmini ci ha detto che lei vuole andare avanti, che non si fermerà. Noi le rispondiamo che ‘Avanziamo Dirittì, non ci fermiamo e continueremo a chiedere una scuola e un’università nuovi, in grado di darci un futuro”.

Per i primi tre giorni della settimana, dunque,  previsti scioperi, autogestioni con pernottamento, notti bianche, lezioni all’aperto, a Torino, Perugia, Roma, Firenze e Palermo. Giovedì 30, invece, la Rete degli Studenti medi sarà alla manifestazione nazionale a Roma con i docenti, e, nella stessa giornata, si annunciano manifestazioni cittadine a Torino, Padova, Palermo e Genova.

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fonte: http://quotidianonet.ilsole24ore.com/2008/10/26/128261-placa_onda_anti_gelmini.shtml

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Scuola, Bossi: graduatorie regionali per insegnanti
Ancora proteste contro il decreto Gelmini

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Studenti sfilano a Roma contro la riforma Gelmini ROMA (26 ottobre) – Per il ministro delle Riforme Umberto Bossi ci vorrebbero delle graduatorie regionali per gli insegnanti, da sostituire a quelle nazionali per evitare che i prof si spostino in continuazione «come in un tour operator». Durante un comizio che ha tenuto a Sotto il Monte, in provincia di Bergamo ieri sera Bossi ha detto che «la Gelmini ha fatto qualcosa di buono per la scuola in un momento in cui, a parte le strumentalizzazioni, è chiaro che non ci sono più i soldi per andare avanti come prima e adesso dovrebbe avere il coraggio di sostituire le graduatorie nazionali degli insegnanti con graduatorie regionali».
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Bossi: al Sud più facile avere voti alti. «Non so se può, visto il caos in cui si vive in questo momento, non so se è il momento per fare una riforma così importante  – ha aggiunto Bossi – Ma se la si facesse almeno non avremmo più insegnanti che vanno e vengono come in un tour operator. Senza contare poi che c’è il problema che al Sud è più facile avere voti alti che favoriscono nei concorsi. Io mi auguro che la Gelmini stia in forza e continui sulla sua strada». Sempre nel comizio Bossi ad un certo punto ha poi criticato la sinistra, accusandola di aver  agganciato un filone politico da sfruttare: «Sembra davvero un nuovo ’68 – ha detto – Io lo sapevo che se si cerca di modificare la scuola la sinistra si scatena, non ha più gli operai e adesso usa come motore gli studenti».

Mobilitazione a Cagliari. Prosegue intanto la mobilitazione contro la riforma Gelmini: gli studenti universitari cagliaritani contro il decreto hanno inviato alle redazioni dei giornali decine di lettere di protesta: «Vi scriviamo a nome degli studenti dell’ateneo cagliaritano per comunicarvi la nostra posizione riguardo alla legge Finanziaria e i relativi provvedimenti sull’istruzione – si legge nel comunicato degli studenti – Riteniamo che questa legge antidemocratica e anticostituzionale in quanto viola i seguenti articoli della Costituzione: articoli 3, 33 e 34. L’attuazione della Legge 133/08 creerebbe necessariamente un solco fra istituzioni pubbliche e fondazioni private, portando ad una vera e propria distinzione di classe tra abbienti e non abbienti. Inoltre, una grossissima fetta del corpo docenti verrà tagliata fuori dall’organico a causa dell’abbassamento del turn-over, peggiorando esponenzialmente la situazione attuale, già grave per il mancato rinnovo di contratti di determinate categorie, quali ricercatori, lettori e così via». Gli studenti citano il rettore di Cagliari Pasquale Ristretta, che ha detto che nel corso dell’anno per 68 docenti che hanno chiesto il pensionamento ne saranno assunti 12.

Lezioni autogestite a Viterbo. Porte aperte dalle 15 alle 19, lezioni aggiuntive gratuite autogestite e laboratori a disposizione da oggi pomeriggio e nei giorni successivi: è la protesta organizzata dagli studenti del liceo classico “Mariano Buratti” di Viterbo, «per manifestare profondo dissenso verso il decreto legge 133. L’assemblea degli studenti – recita un volantino -, con il consenso della presidenza e dei docenti, ha deciso di sviluppare un progetto complementare alle lezioni curriculari. L’iniziativa consiste nel presidiare la scuola nell’orario pomeridiano e per l’intera giornata di oggi e nei giorni prossimi, offrendo a chi ne facesse richiesta lezioni aggiuntive gratuite e laboratori autogestiti». Gli studenti del liceo classico di Viterbo intendono così «partecipare attivamente alle manifestazioni che da giorni si svolgono in tutta Italia e ribadire che lo studio è un diritto sancito dalla Costituzione Italiana».

Roma, festa protesta all’elementare Pirandello. Organizzata una festa-protesta a partire dalle 19 presso la scuola elementare “Luigi Pirandello” di Roma nel quartiere Magliana. Durante la serata dibatti informativi sul decreto Gelmini si alterneranno a momenti di animazione per i bambini, che saranno intrattenuti gratuitamente dalle ragazze dell’associazione culturale Eleusys. «La contestazione festosa – comunica il comitato del coordinamento della scuola pubblica del XV Municipio – è aperta a tutti i cittadini del Municipio e a tutti i genitori e gli insegnanti delle altre scuole che abbiano voglia di partecipare al dibattito sulla scuola in relazione al decreto Gelmini». Del coordinamento fanno parte i genitori e gli insegnanti delle seguenti scuole: le elementari V. Cuoca, G. Pascoli, Guttuso, Pirandello, Graziosi, Sciascia e Santa Beatrice; le scuole medie F.lli Cervi e quella di Via Bagnera; e ancora l’Istituto comprensivo Vigna Pia e il Liceo scientifico Keplero.

Da domani nuove proteste. E l’inizio della nuova settimana sarà segnato da nuove proteste: da domani inizia infatti un’altra settimana di mobilitazione degli studenti medi ed universitari contro il decreto Gelmini. Appuntamento clou la manifestazione nazionale in programma per giovedì 30 ottobre a Roma. Rete degli studenti lancia lo slogan “Avanziamo diritti!”: «Lunedì, martedì e mercoledì – fa sapere il sindacato studentesco in un comunicato – in tutta Italia ci saranno scioperi e notti bianche, che si concentreranno ancora una volta nei giorni di approvazione del decreto 137 al Senato. Dopo lo slittamento ottenuto il 23 ottobre, cercheremo ancora una volta di bloccare i lavori parlamentari. Venerdì scorso la Gelmini ci ha detto che lei vuole andare avanti, che non si fermerà. Noi le rispondiamo che “Avanziamo Diritti”, non ci fermiamo e continueremo a chiedere una scuola e un’università nuovi, in grado di darci un futuro».

Su Facebook la “cause” contro il dl. La protesta contro il decreto Gelmini si doffonde anche sul web: su Facebook la cause a favore dell’Istruzione e della ricerca e per dire no alla legge 133/08: «Abbiamo superato le 100.000 adesioni – sostengonogli aderenti alla cause – Rivolgiamo un appello per chiedere l’attenzione e la solidarietà degli studenti, dei docenti, dei ricercatori, dell’opinione pubblica, dei rappresentanti politici degli altri Paesi europei ed extra europei per la salvaguardia della libertà di pensiero, parola ed espressione in Italia, per la salvaguardia delle sue regole costituzionali di democrazia parlamentare e perché, a partire dalle istituzioni scolastiche ed universitarie, si assicuri un futuro degno a questo Paese e a tutti i suoi cittadini».

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La marcia degli indios colombiani: «Senza la terra siamo condannati»

Centinaia di km a piedi fino a Cali. Ora attendono l’incontro con il presidente Uribe

Minacciano di raggiungere Bogotà. Chiedono anche processi per i loro compagni uccisi: oltre 300 morti dal 2005

Un momento della marcia degli indigeni colombiani arrivati fino a Cali. Le bare di cartone rappresentano i morti degli ultimi giorni (Simone Bruno)

Un momento della marcia degli indigeni colombiani arrivati fino a Cali. Le bare di cartone rappresentano i morti degli ultimi giorni (Simone Bruno)
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CALI (Colombia) – Ognuno con le sue scarpe. Di tela, di plastica, le ciabatte coi calzini, gli stivali di gomma nel caldo umido della Valle del Cauca. Quelin, un anno, scalza, sulle spalle della mamma che per oltre cento chilometri ha camminato in sandali. La marcia degli indigeni colombiani è arrivata a Cali venerdì mattina, pomeriggio in Italia. Sessantamila persone ora accampate nel giardino dell’Università del Valle in attesa del confronto con il presidente Alvaro Uribe. Sarà domenica o lunedì, se si arriva a un compromesso. Il governo (schierato quasi al completo davanti a una delle mobilitazioni più forti degli ultimi anni) chiede di applicare la sua formula del “consiglio comunitario”: un gruppo selezionato di interlocutori (due-trecento), il dibattito moderato dal presidente, la diretta televisiva a garanzia di trasparenza.

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La marcia degli indios


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LE RICHIESTE DEGLI INDIOSGli indios vogliono che sia ascoltata la loro “minga”, l’assemblea, la comunità che si è messa in cammino e che da mesi elabora i passi in una consultazione continua, aperta a migliaia di partecipanti, possibilmente, in questo caso, mediata dal procuratore capo o dal presidente della conferenza episcopale. Altrimenti, avvertono, la marcia potrebbe ripartire e spingersi fino a Bogotà. «Speriamo che Uribe abbia la capacità di ascoltare quest’altra Colombia che gli spiegherà molte verità – dice Feliciano Valencia, consigliere del Cric, l’organizzazione degli indigeni del Cauca – Che cosa chiederemo al presidente? Per prima cosa ci risponda concretamente, che non prenda tempo, non ci distragga con sofismi che non vanno più bene…».

TERRA PROMESSASi parla di terra, gli indios reclamano la consegna di ettari promessi e non ancora assegnati, ma soprattutto di condizioni di vita insopportabili, che stanno portando molte delle etnie colombiane all’estinzione. «Che Uribe dichiari l’emergenza politica, sociale, culturale ed economica dei popoli e delle organizzazioni arrivate fin qui – reclama Feliciano -; quindi, che ritratti i giudizi che ha dato sul nostro cammino». Gli indigeni accusano il governo di criminalizzare le manifestazioni di protesta agitando l’allarme delle infiltrazioni di guerriglieri delle Farc. «Qui non ci sono uomini armati o mascherati – rivendica il leader del Cauca – Noi difendiamo il nostro “camminare con la parola”».

CENTINAIA DI INDIOS UCCISI NEGLI ULTIMI TRE ANNIInfine, “le vittime”. Feliciano a nome della sua comunità chiede “riparazione integrale” per gli indigeni uccisi “dal conflitto e la violenza interna”: «Il presidente deve garantire un processo pubblico di verità e giustizia. La maggior parte degli assassinii sono rimasti impuniti». Oltre 300 morti dal 2005, gli ultimi tre durante la marcia di queste due settimane, insieme a 129 feriti, molti raggiunti da colpi di arma da fuoco. Dopo un video trasmesso dalla Cnn che mostra un uomo in divisa puntare il fucile e tirare il grilletto, lo stesso Uribe ha ammesso che (all’insaputa dei comandanti, precisano) qualche poliziotto ha sparato.

IL RICORDO DEI MORTI NELLA MARCIA IN CORSO – Nella marcia i morti sono simbolicamente nelle bare di cartone e stoffa trasportate dai manifestanti. La protezione dalle “infiltrazioni” è invece nei “bastoni del comando” delle “guardie indigene”: un servizio d’ordine di bambini, ragazze, volontari di ogni età che fa cordone intorno ai “fratelli” in marcia e all’arrivo nell’università seleziona e controlla gli ingressi. La doccia sotto un’idrante, le tende malferme di plastica nera, i bagni chimici, i pentoloni, le scorte di cibo e legna trasportate fino a Cali dalle “chivas”, gli autobus colorati con il tetto per i bagagli (e spesso per i bambini) , la fila per mangiare. Un’altra notte di attesa.

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Alessandra Coppola
26 ottobre 2008

fonte: http://www.corriere.it/esteri/08_ottobre_26/marcia_indios_colombia_4292523e-a33b-11dd-8d2c-00144f02aabc.shtml

COMPUTER – Ecco la patch straordinaria promessa da Microsoft – MS08-067

24 Ottobre 2008

https://i1.wp.com/www.openews.it/images/WindowsUpdate.jpg

“MS08-067 è la nuova patch distribuita con urgenza da Microsoft nelle scorse ore”

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di Fabio Boneschi

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Microsoft ha rilasciato l’attesa patch preannunciata nella mattinata di ieri. Contestualmente alla distribuzione dell’aggiornamento sono disponibili alcuni dettagli che descrivono meglio il problema di sicurezza risolto e giustificano il rilascio straordinario, infatti, Microsoft ci ha ormai abituati a un unico rilascio cumulativo con cadenza mensile.

Il bug rilevato in Microsoft Windows 2000, XP, Vista e in Windows Server 2008 potrebbe essere facilmente sfruttato da un exploit eventualmente diffuso attraverso un worm. In realtà il condizionale in questo caso non andrebbe utilizzato poiché Microsoft è a conoscenza di alcuni attacchi già verificatisi in rete. Sicuramente si è lontani da una situazione virale anche se una rapida installazione della patch è estremamente consigliata.

Come riportavamo ieri, nel caso di Windows Vista e Microsoft Windows 2008 il grado di pericolosità scende a importante, mentre sui due prodotti più data è di tipo critico. Questa differenza, pare, è da ricondurre alla miglior gestione dei permessi da parte di Windows Vista e Microsoft Windows 2008.

A questo indirizzo sono disponibili ulteriori informazioni. Microsoft consiglia un rapido e sollecito aggiornamento di tutti i pc che utilizzano i sistemi Windows sopraccitati attraverso il sistema Windows Update.

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fonte: http://www.hwupgrade.it/news/software/ecco-la-patch-straordinaria-promessa-da-microsoft-ms08-067_26941.html

Taranto, battaglia sui veleni dell’Ilva. Il ministero rimuove i tecnici anti-diossina

Il presidente della Regione Vendola si ribella: “Bloccheremo l’impianto”
E sulle emissioni accusa il padrone Emilio Riva, ora socio Cai

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dall’inviato di Repubblica GIULIANO FOSCHINI

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TARANTO – Sul loro tavolo c’era il futuro del più grande stabilimento siderurgico d’Europa, l’Ilva di Taranto. E la salute di centinaia di migliaia di cittadini. Avrebbero dovuto decidere, infatti, se concedere o meno alla fabbrica l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia), una carta necessaria per la prosecuzione dell’attività. Invece, non decideranno nulla. Il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, li ha rimossi: al loro posto ha nominato tecnici di sua fiducia. “Una decapitazione del sapere tecnico-scientifico che dà forte ragione di inquietudine” attacca il presidente della Regione, Nichi Vendola.

Che a questo punto ha deciso di fare da solo: nelle prossime settimane il governatore presenterà infatti al consiglio regionale una legge che imporrà all’Ilva, così come a tutte le altre aziende che producono in Puglia, la riduzione delle emissioni inquinanti. “Stabiliremo un cronoprogramma: più passa il tempo – dice Vendola – e più dovranno tagliare. Altrimenti saremo costretti a farli chiudere”.

La decapitazione ministeriale dei tecnici è stata scoperta dai pugliesi il 15 ottobre. “Convocati a Roma ci siamo trovati davanti il nuovo presidente del nucleo di coordinamento scelto dal ministro Prestigiacomo – spiega l’assessore all’Ambiente, Michele Losappio – Stranamente, più volte e con grande enfasi, ha voluto sottolineare come le emissioni dell’Ilva siano tutte nei limiti dell’attuale normativa nazionale”. “Per la prima volta poi – continua il direttore regionale dell’Arpa pugliese, il professor Giorgio Assennato – al tavolo c’erano anche i tecnici dell’azienda”.

“Insomma l’aria sembra cambiata, almeno al ministero” dice invece Vendola, proprio lui che appena insediato aveva fatto proprio un piano industriale d’accordo con la famiglia Riva. L’Ilva effettivamente ha speso 300 milioni di euro per modernizzare gli impianti e ha dimostrato la possibilità di ridurre le emissioni. “Non ha mantenuto però molti degli impegni presi – continua il governatore pugliese – E soprattutto nel piano presentato al Ministero parla di riduzioni delle emissioni di diossina molto lontane rispetto alla nostra pretesa: indicano limiti tre volte superiori rispetto a quelli che noi chiediamo”.

Ecco perché la Regione Puglia ha già annunciato che se le carte in tavola non cambieranno, esprimerà parere negativo al rilascio dell’Aia. Ma il parere non è vincolante. Da qui la decisione di intraprendere la strada della legge regionale. “Qui si vuol far credere – spiega ancora il presidente pugliese – che in realtà non c’è niente da fare. Che o c’è la fabbrica con tutti i suoi veleni, o c’è una salubrità mentale assediata dalla disoccupazione. Ci si mette davanti all’opprimente aut aut che o si muore di cancro o si muore di fame. Invece investendo nelle tecnologie quelle riduzioni possono arrivare. In caso contrario, meglio una vita da povero che una morte sicura”.

L’Ilva negli ultimi quattro anni
ha prodotto utili per 2,5 miliardi. “E approfittando del vantaggio competitivo che deriva dal non avere i rigori normativi di altre aree d’Europa farà sempre più utili” dice Vendola. “In qualsiasi parte d’Europa, Slovenia esclusa, l’Ilva fosse stata, avrebbe dovuto chiudere o abbassare le emissioni” spiega il professor Assennato. “Soltanto in Italia esiste una legge con dei limiti così alti”.

Il governo pugliese, in più riprese,
ha chiesto di cambiare quella norma sia al governo di centrosinistra sia a quello di centrodestra. “Mai abbiamo avuto risposte. E ora mi trovo con i dirigenti cambiati, con Emilio Riva, il padrone dell’Ilva, come socio della Cai e sempre lui come principale beneficiario della processione anti Kyoto del governo Berlusconi. Io ho il dovere di mettere tutti gli interlocutori di fronte alle proprie responsabilità”.

Questo scontro istituzionale arriva dopo un altro, violentissimo, avvenuto quest’estate. Per motivare la richiesta di diminu-zione degli inquinanti, e in particolare del benzoapi-rene, l’Arpa pugliese aveva allegato una serie di analisi dell’Università di Bari. Soltanto da due anni, infatti, l’Agenzia regionale per l’ambiente sta monitorando l’Ilva. Il direttore regiona le del ministero, Bruno Agricola, ha sostenuto che “le campagne effettuate non pos sono essere ritenute valide”. I criteri di rilevamento, nel 2005 e nel 2006, non avrebbero rispettato quanto previsto da una legge del 2007. In sostanza, avrebbero dovuto prevedere il futuro.

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26 ottobre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/ambiente/ilva-scandalo/ilva-scandalo/ilva-scandalo.html?rss

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Taranto, allarme diossina in centinaia di allevamenti

Le diossine a novembre faranno strage di pecore, capre ed agnellini. Fino ad ora sono più di 1300 i capi di bestiame per i quali è stata decretata la morte
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di Mario Diliberto
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Controlli in un centinaio di allevamenti della provincia di Taranto. Per scovare altri animali contaminati da diossine. È la direttiva saltata fuori da un summit tenuto nei giorni scorsi.

Un vertice operativo tra Regione, Arpa, Asl di Taranto al quale hanno preso parte anche alcuni esperti dell´istituto zooprofilattico di Teramo.

Proprio dall´Abruzzo sino ad oggi sono piovuti i responsi che hanno imposto il vincolo sanitario ad otto allevamenti. Al centro della riunione l´ultimo caso di positività alla sostanza tossica. La capra appartiene ad un allevamento che dista oltre dieci chilometri dalla zona industriale in cui svettano anche gli impianti dell´Ilva. Un imponente agglomerato di camini e ciminiere epicentro dell´emergenza.

Quel segnale inquietante allarga in maniera esponenziale l´area in cui potrebbe aver agito il veleno silenzioso che si è trasformato in un incubo per Taranto. Per questo si è deciso di allargare la rete dei controlli. Il raggio degli accertamenti è stato portato a venti chilometri dalla zona industriale a ridosso della città.

“Faremo prelievi in un centinaio di allevamenti”, conferma Michele Conversano, responsabile del centro multizonale di prevenzione di Taranto. “Controlleremo il latte – spiega – e in caso di positività anche il foraggio”. In attesa di questa nuova e più ampia mappatura si fanno i conti con le prime conseguenze della contaminazione.

Le diossine a novembre faranno strage di pecore, capre ed agnellini. Fino ad ora sono più di 1300 i capi di bestiame per i quali è stata decretata la morte. Per abbatterli, però, vanno risolte alcune complicazioni. A cominciare dall´individuazione di un macello che garantisca il corretto smaltimento delle carcasse. Sarebbe una beffa, infatti, ritrovarsi sulle tavole quelle carni infette.

Intanto, però, negli ovili continuano a nascere agnelli da capi contaminati. È come se fossero già carne da macello. La nuova raffica di test è seguita con attenzione anche dalla procura di Taranto che da quest´estate ha aperto un fascicolo con l´ipotesi di avvelenamento di sostanze alimentari.

L´inchiesta è condotta dal procuratore Franco Sebastio e dal sostituto Mariano Buccoliero. I due magistrati hanno affidato una perizia ad un pool di tre periti. Il loro compito è quello di individuare con certezza la fonte dei veleni che hanno inquinato gli otto allevamenti sottoposti a vincolo sanitario.

Intanto la città si spacca sul referendum per la chiusura dello stabilimento siderurgico promosso da Taranto Futura. Dopo la sentenza con la quale il Tar di Lecce ha imposto al Comune di avviare le procedure per la consultazione su base territoriale, il comitato sta facendo incetta di adesioni. “Stiamo raccogliendo centinaia di consensi”, dice l´avvocato Nicola Russo, del comitato referendario. “La gente ha compreso che i posti di lavoro non si possono barattare con la salute.

L´emergenza ambientale – conclude – oramai è nota. È giunto il momento di passare ai fatti”. Fredda, invece, la reazione della classe politica, poco incline a condividere la battaglia per la chiusura del siderurgico. Fanno paura quei tredicimila posti che potrebbero svanire con la gigantesca fabbrica.

“È un pericolo che non esiste”,
taglia corto Nicola Russo. “In caso di chiusura gli operai sarebbero impiegati nella bonifica della zona”.

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23 ottobre 2008

fonte: http://bari.repubblica.it/dettaglio/Taranto-allarme-diossina-in-centinaia-di-allevamenti/1531728?ref=rephp

ITALIA – Crisi, è boom di debiti e pignoramenti di case

Le famiglie ricorrono a cessione del quinto e carte revolving. Consumi in calo
Non si chiedono prestiti per spese durature ma per gli acquisti quotidiani

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di LUISA GRION e ROSA SERRANO

Crisi, è boom di debiti  e pignoramenti di case

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ROMA – Aumentano i debiti, lievitano i pignoramenti, calano i consumi: le famiglie italiane sono in difficoltà e per mantenere un livello di vita più o meno stabile si affidano sempre più spesso ai prestiti. Ma mentre una volta si ricorreva alle rate per pagare la macchina nuova o rifare il bagno di casa, oggi i debiti si contraggono per campare. Nel variegato mondo del credito al consumo diminuiscono infatti i prestiti finalizzati e aumentano quelli generici. Cresce il ricorso alle carte di credito revolving (quelle che permettono di rateizzare il rimborso a fine mese), esplode la cessione del quinto (ovvero la possibilità data ad un lavoratore di chiedere un prestito e coprirlo con un prelievo diretto dalla busta paga fino ad un quinto dello stipendio). In altre parole, ci si indebita non tanto per far fronte ad un investimento destinato a durare nel tempo (come l’auto nuova o i nuovi elettrodomestici), quanto per coprire esigenze quotidiane e per recuperare il liquido necessario ad arrivare alla fine del mese.

I dati Assofin lasciano, a tale riguardo, pochi dubbi: in particolare quel più 36,6 per cento registrato dalla cessione del quinto mettendo a confronto i primi otto mesi del 2007 con quelli del 2008, dimostra che la famiglia italiana gestisce le spese del presente impegnando le entrate che verranno. Il fatto è che nemmeno così l’intricata impalcatura dei prestiti riesce a reggere il livello dei consumi. Aumentano i debiti insomma, ma gli acquisti continuano a diminuire.

Uno studio dell’Unioncamere fa vedere come, nel terzo trimestre di quest’anno rispetto allo stesso periodo 2007, le vendite al dettaglio siano diminuite del 3,3 per cento. Il confronto precedente, quello sul secondo trimestre, si fermava al meno 2,8 per cento. Un andamento, segnalano le Camere di commercio, che penalizza in particolar modo le imprese più piccole (il 44 per cento di quelle sotto i 20 dipendenti lamenta cali di vendite del 5 per cento), ma attacca ormai anche il fronte delle grandi, quelle che fino allo scorso giugno avevano retto la flessione dei consumi, ma che ora denunciano un calo dello 0,4 per cento.

Le famiglie tagliano un po’ tutto: stringono la cinghia sui beni non alimentari (meno 4,8 per cento), ma alleggeriscono anche i carrelli della spesa (meno 1,6). D’alta parte, secondo quanto riferito dalla Coldiretti, solo per l’acquisto di pane, pasta, e derivati da cereali nel 2008 gli italiani spenderanno 3,4 miliardi in più rispetto all’anno scorso, per un valore di circa 140 euro a famiglia.

Molte famiglie hanno serie emergenze da affrontare: le rate del mutuo, per esempio. Adusbef e Federconsumatori esaminando i dati raccolti nei maggiori tribunali, prevedono che quest’anno il numero di pignoramenti e delle esecuzioni potrebbe crescere del 22,3 per cento rispetto al 2007. Quasi due milioni di famiglie sarebbero a rischio insolvenza. “Secondo le nostre stime le procedure immobiliari o pignoramenti – sottolineano i leader delle due associazioni di consumatori Elio Lannutti e Rosario Trefiletti – sarebbero pari al 2,7 per cento del totale dei mutui: circa 130.000 su 3 milioni e mezzo”.
Questo, sottolineano, “perché la maggior parte dei prestiti è stato erogato a tasso variabile e risente del rialzo dei tassi della Bce e del cartello bancario europeo che fissa i tassi Euribor, ai quali sono indicizzate le rate”.

Senza un urgente decreto “salva-famiglie” che vada incontro a chi ha redditi inferiori ai 25 mila euro con sgravi fiscali da destinare alle future tredicesime a favore di lavoratori a reddito fisso e ai pensionati “si allargherà una frattura sociale con enormi ricadute negative sull’economia reale”.

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26 ottobre 2008

fonte: http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/economia/crisi-consumi/debiti-pignoramenti/debiti-pignoramenti.html?rss

Metodi Kossighiani? NO PASARAN!

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Dell’intervista rilasciata dal senatore a vita sui metodi per gestire la protesta nelle scuole abbiamo già dato notizia qui.

Come se non fossero abbastanza gravi quelle dichiarazioni, un “giallo” si aggiunge alla spinosa questione: le versioni di quanto esternato da Kossiga sono due!

La prima, quella che – non so per quanto – è ancora reperibile sul sito di cui per primo abbiamo avuto notizia (dagospia) riporta:

«Nel senso che le forze dell’ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli a sangue e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano».

Mentre la maggior parte dei blogs che ho visitato (youtube compreso) riporta la versione salvata dalla rassegna stampa del senato:

“Nel senso che le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano.”

Per ulteriori approfondimenti rimandiamo al sito di mildareveno – che tra l’altro ringraziamo per averci segnalato l’anomalia.

Chi avesse il cartaceo con l’intervista dovrebbe cortesemente verificare e magari farci sapere… non che comunque il risultato sia così diverso!

Quello che però decisamente ci preme di più adesso è segnalare (grazie a Laura, instancabile “sentinella della democrazia”!) la raccolta di firme per un appello da inviare al Presidente Napolitano.

Lo trovate qui.

Come sempre, con preghiera di firma e massima diffusione… grazie.

(l’immagine è tratta da dagospia)

Banca Furbetti (ovvero: come ti frego il fisco e chiedo aiuto agli italiani)

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DA L’ESPRESSO, IN EDICOLA

Da Intesa al Monte Paschi. Da Unicredito all’Antonveneta… Hanno eluso oltre 3 miliardi di euro al fisco. E ora chiedono aiuto allo Stato

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di Francesco Bonazzi

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Tra di loro, gli gnomi della finanza londinese lo chiamano ‘trading fiscale’, ovvero vendita di derivati con un solo scopo: permettere al cliente di risparmiare una montagna di soldi sulle tasse. Ma le banche italiane che negli ultimi anni si sono rimpinzate di questi contratti non userebbero mai una definizione così spiccia. Sarebbe come ammettere che hanno volontariamente sottratto al Fisco centinaia di milioni, sfruttando i trattati bilaterali che vietano la doppia imposizione. Un giochetto che, secondo quanto risulta a ‘L’espresso’ (venuto in possesso di documentazione riservata tra contratti, memorandum fiscali e analisi confidenziali sulla clientela italiana), avrebbe permesso ad alcuni tra i maggiori istituti di credito di casa nostra risparmi fiscali per non meno di 3 miliardi e mezzo di euro negli ultimi cinque anni. Una cifra che forse meriterebbe una qualche riflessione in tempi nei quali lo Stato corre a garantire le banche con i soldi dei contribuenti.

Il marchingegno che sta alla base
di questi profitti, se fosse stato sottoposto a un parere dell’Agenzia delle entrate, sarebbe stato probabilmente vietato. Come ha fatto quest’estate il fisco Usa, dopo che una commissione d’inchiesta del Senato ha svelato i segreti del ‘trading fiscale’. Le autorità statunitensi su questi contratti hanno intimato lo stop ai loro banchieri, arrivando perfino a minacciare la galera. Saranno stati un po’ brutali, gli sceriffi del fisco americano, ma non dovevano avere tutti i torti se poi un venditore seriale di questi bond ‘taglia-tasse’ come Deutsche Bank ha improvvisamente smesso di proporli anche in Italia.

DA LONDRA CON LA VALIGETTA Ogni mercato, anche il più riservato, ha i suoi venditori e i suoi compratori. Quello ‘fiscale’ non fa eccezione, se non per il fatto che su ogni singolo contratto ballano cifre che possono toccare 1,3 miliardi in pochi mesi. All’inizio degli anni Duemila, alcuni banchieri con sede a Londra cominciano a bussare alla porta degli ‘investment manager’ delle nostre banche. Lavorano per grandi firme come Dresdner Kleinwort, Barclays Capital, Lehman Brothers, Deutsche Bank e Credit Suisse, e propongono dei ‘repo’ (pronti contro termine) così strutturati. La banca italiana investe in titoli non quotati emessi da una società fiscalmente residente nel Regno Unito o in Lussemburgo e controllata dalla banca straniera che ha proposto l’affare. Alla scadenza del contratto, l’istituto estero s’impegna a ricomprare il bond a un prezzo prestabilito. Nel frattempo, la banca italiana ha diritto a percepire gl’interessi sui titoli di debito e le eventuali cedole. I contratti durano da 2 a 11 mesi, in modo da non dover finire nei bilanci. Vista l’aria che tira, la prima domanda che ci si fa di fronte a questi contratti è se le banche italiane stiano rischiando i soldi dei loro clienti in strumenti pericolosi. La risposta è: assolutamente no. Stanno solo risparmiando sulle tasse. E anche parecchio.

IL BELLO DEL CEDOLONE La parte sugosa di queste operazioni è quella che nei contratti viene sbrigativamente accennata al punto ‘eventuali cedole’, da concordare di volta in volta e magari solo al telefono. Come spiega a ‘L’espresso’ un banchiere che ha venduto decine di questi prodotti, “la cedola in realtà non è mai eventuale, ma è una costante di questi pronti contro termine”. E soprattutto, spesso non è neppure una cedola del 10 per cento, come si legge in qualche brochure riservata, ma un dividendo che può oscillare tra il 35 e il 40 per cento. Insomma, come riassume un altro gnomo, “alla fine il repo può andare più o meno bene, ma il vero business è sul suo collaterale, ovvero la spartizione tra banca estera e banca italiana delle plusvalenze e delle cedole che ci si scambia nel corso del contratto”. Vediamo come funziona. Se una banca fa un miliardo di utili in Italia, deve girare al Fisco circa 310 milioni di euro. Ma se gli utili vengono realizzati in un paese che ha un trattato fiscale con Roma che vieta la doppia imposizione, come il Lussemburgo o il Regno Unito, allora il discorso cambia. La banca italiana può decidere di puntare il suo miliardo su un’obbligazione estera non quotata e incassare gli utili sul ‘collaterale’, dopo di che basta che conservi la ricevuta della ritenuta d’acconto inglese, pari al 10 per cento, e gli obblighi fiscali sono terminati. Rifacciamo i conti ed ecco la prima convenienza di tutto il marchingegno: sui frutti del ‘collaterale’, che magari ammontano a 330-400 milioni, si risparmia il 20 per cento circa di tasse (35 meno 10) grazie al divieto di doppia imposizione. È questa differenza che ha creato oltre 3 miliardi e mezzo di minor gettito in cinque anni dalle banche al Fisco. E come viene diviso questo 20 per cento di ‘utile fiscale’? Secondo quanto hanno spiegato fonti estere a ‘L’espresso’, un terzo se lo tiene la banca straniera e due terzi vanno a quella italiana. Una spartizione singolare per istituzioni abituate a operare tra loro con commissioni percentuali approssimate alla virgola.

La LEGAL OPINION Le banche italiane che hanno stipulato questi contratti si sono limitate a depositare in qualche loro cassetto delle dotte ‘legal opinion’ (le più gettonate sono quelle dell’avvocato Renato Paternollo, dello studio Freshfields), nel caso saltasse fuori qualcosa e l’Agenzia delle entrate sospettasse comportamenti elusivi o fraudolenti. C’è però una considerazione svolta dai loro stessi consulenti che merita di essere qui riportata: “L’amministrazione finanziaria italiana non ha finora fornito chiarimenti sul credito d’imposta per i redditi prodotti all’estero e non si può escludere che l’amministrazione si attenga a una diversa interpretazione delle norme anti-elusione, nel caso in cui avesse occasione di analizzare tali operazioni nel corso di un accertamento”. Tradotto dal giuridichese: care banche italiane, fate pure questi contratti, ma se poi vi beccano potreste avere qualche grana (e noi consulenti fiscali ve l’avevamo detto). Abbiamo girato i contratti anche a uno dei massimi tributaristi italiani e la risposta è stata secca: “È un pratica elusiva, perché sono venduti apertamente come strumenti del ‘dividend stripping'”. Ovvero, sono delle specie di arbitraggi fiscali, con i quali le controparti si scambiano i diritti di usufrutto su un bond, vestendoli e rivestendoli ora da dividendo, ora da plusvalenza, ora da interessi, ma sempre a seconda delle reciproche convenienze tributarie.

BENEDETTE BROCHURE Il punto è che le opinioni legali acquisite dalle banche erano a corredo dei contratti. Ma i contratti sono stati venduti in Italia consegnando ai clienti delle ‘brochure’ ben più esplicite e che forse i consulenti fiscali non hanno visto . In una presentazione di un banca estera datata giugno 2007 e relativa a un investimento in Lussemburgo, ad esempio, si spiega che l’investitore godrà di una serie di benefici fiscali dei quali non godrebbe in Italia. E non ci vuole uno scienziato del marketing per capire che quella pagina di ‘Tax considerations’ che illustra l’operazione è il vero appeal di un investimento che non viene minimamente propagandato per il suo valore finanziario.

ECCO CHI LI HA COMPRATI ‘L’espresso’ ha ottenuto un documento confidenziale di una banca estera nel quale si fa il punto sul mercato italiano e sui concorrenti. Se ne ricava che contratti del tipo sopra spiegato sono stati sottoscritti da Abax-Credem, Antonveneta, Carige, Interbanca, Intesa San Paolo, Monte dei Paschi, Popolare di Milano, Popolare Verona e Popolare Vicentina. In un contratto del marzo 2008, del valore nominale di 800 milioni di euro, lo schema è addirittura quadrangolare e vede in campo Unicredito come investitore, la sede londinese della sua controllata tedesca Hypo-Verein come custode dei titoli, la sede londinese della Dresdner Bank come proponente del contratto e una oscura società di Gibilterra di nome Patara Finance come emittente del bond (nel contratto c’è scritto che Patara “non è controllata di Dresdner, ma entra nel suo bilancio consolidato”). Sempre nel memorandum di mercato si legge che alcune banche hanno respinto l’offerta e per questo sono bollate come “estremamente prudenti” (è il caso di Mediobanca). Mentre altre hanno declinato perché non avevano ‘capacità fiscale’, ovvero utili da abbattere. E quello della ‘tax capability’ è indicato come il requisito fondamentale della banca italiana da abbordare. La discriminante della ‘capacità fiscale’ tradisce così l’elemento chiave di questi contratti e spiega come si possano generare ‘cedoloni’ del 40 per cento in pochi mesi. Facciamo una pura ipotesi: in un certo anno, il gruppo italiano ‘XYZ’ ha fatto a casa sua utili per un miliardo e dovrebbe pagarvi sopra oltre 300 milioni di tasse. Se però ne investe una bella fetta, diciamo 900 milioni, su un pronti contro termine che ‘purtroppo’ dopo tre mesi perde metà del capitale investito, in questo modo abbatte l’imponibile di un bel po’. I soldi però rientrano dalla finestra sul ‘collaterale’ del bond andato male, dove invece si guadagna una maxi-cedola da 300 milioni e sulla quale, per giunta, si pagherà solo il 10 per cento d’imposta alle autorità inglesi. Per ora si tratta di una semplice ipotesi giornalistica, ma i contratti in mano a ‘L’espresso’ potrebbero tranquillamente essere gestiti anche in questo modo. Se fosse così, non saremmo più di fronte a una forma di elusione, ma a un modo fraudolento di far sparire gli utili montando operazioni fittizie. Volendo invece sperare che le cose non sia andate in questa maniera, resta il giallo di tutta quell’enfasi sulla ‘tax capability’ del cliente italiano. Perché se questi contratti non sono neppure ‘trading fiscale’, davvero non se ne capisce il senso. E tutta questa attività delle banche straniere in Italia avrebbe la stessa ragionevolezza di un pressing della Pfizer sui pediatri perché prescrivano il Viagra.

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23 ottobre 2008

fonte: http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Banca-Furbetti/2046038&ref=hpsp