Archivio | dicembre 9, 2009

MUSICA – Diego Genta, un pianista da scoprire

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‘Sentimental Journey’, l’album d’esordio di Diego Genta

Il primo disco del pianista e compositore imperiese. Melodie serene e rilassanti. Inevitabile il paragone con Giovanni Allevi. L’intervista di Luca Giarola

di Luca Giarola
21 AGOSTO 2009
Sentimental Journey di Diego Genta si può acquistare richiedendolo direttamente al musicista: l’indirizzo mail per contattarlo è pianofortissimo_1970@libero.it.

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Metto il cd nel lettore, lascio scorrere le note. Pacifiche, rilassanti. Muovo le dita come se fossi io a suonare i tasti del pianoforte. È una musica serena, quella di Diego Genta, compositore imperiese (di Diano Marina, per l’esattezza) che a giugno ha pubblicato il suo primo album, Sentimental Journey.
Tredici brani: nove per piano solo, tre con l’accompagnamento dell’Ensemble Belle Epoque di Imperia e di Mariano Dapor (primo violoncello dell’Orchestra Sinfonica di Sanremo e membro dei Cellobassmental), più una bonus track.

Inevitabile paragonarlo al pianista più in voga del momento, Giovanni Allevi. «Qualcuno mi ha anche detto che sono meglio di Allevi», scherza Diego. Il confronto tra i due, comunque, ci sta. Spesso Diego, nei suoi concerti, suona i pezzi del pianista marchigiano («L’orologio degli dei è un capolavoro», afferma) alcune reinterpretazioni si possono anche ascoltare sul suo canale You Tube), che conosce personalmente e che ha recentemente espresso pareri positivi sulla sua musica.

Per Diego la musica è la vita: inizia a suonare seriamente intorno agli 11-12 anni, poi si diploma in pianoforte al Conservatorio Giuseppe Verdi di Torino. È il 1996: la vena compositiva ha inizio proprio in quel periodo (alcuni dei brani di Sentimental Journey risalgono ad allora). Dal 2000 al 2008 insegna pianoforte ai ragazzi delle scuole di Diano Marina. Intanto trova il tempo per qualche concerto e compone colonne sonore per cortometraggi (nel 2005, Noumeno di Lauren Hoekstra, che ha partecipato al Festival di Venezia).
È nel 2007, poi, che inizia a scrivere altri pezzi e a pensare al suo primo disco: «l’idea di Sentimental Journey è di dare tranquillità, serentà, energia positiva», racconta.

Quali compositori consiglierebbe Diego ad un profano di musica classica? «Vivaldi, Chopin, Debussy. E poi Rachmaninov, che però è già più complesso». Lui, però, non ascolta solo classica: «mi piace un po’ di tutto, da Michael Nyman a Joe Satriani». E nel tempo libero si diverte a suonare con una rock band: «ci chiamiamo Rock n’ Joy e suoniamo musica anni ’70 e ’80, dai Simple Minds ai Deep Purple».

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Nella foto sopra: la copertina di Sentimental Journey
Nella foto sotto: da sinistra, Diego Genta, l’Ensemble Belle Epoque e Mariano Dapor in sala di registrazione

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da sinistra, Diego Genta, l'Ensemble Belle Epoque e Mariano Dapor  in sala di registrazione

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fonte:  http://www.mentelocale.it/musica_notte/contenuti/index_html/id_contenuti_varint_24590

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«Salve, sono un pianista. Dicono che sia meglio di Allevi…»

08 dicembre 2009

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«Salve, sono un compositore di Diano Marina (Imperia) che sta riscuotendo un discreto successo locale…e un po mi dispiace che il mio cd per pianoforte non abbia la dovuta attenzione anche perché purtroppo i mezzi miei mediatici sono molto pochi essendomi autoprodotto e senza casa discografica…vi propongo di ascoltare i miei brani tratti dal mio cd di esordio ”Sentimental Journey” e poi magari se interessati ad un articolo di parlarne (da quanto dicono parecchie persone, e la cosa mi onora non poco, sarei meglio anche di Allevi non lo dico io)».

Una lettera come questa merita sicuramente un approfondimento. E dunque dopo averla ricevuta, ilsecoloxix.it ha contattato Diego Genta, che ci ha inviato tre tracce di questo disco e diverse notizie. LEGGI TUTTO

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Ascolta alcuni brani del cd Sentimental Journey

Green melody
Children play
Tra cielo e terra (Ensemble)

fonte: http://ilsecoloxix.ilsole24ore.com/p/imperia/2009/12/08/AMykwZBD-meglio_dicono_pianista.shtml

UNIVERSITA’ – Corteo negato, Atenei in rivolta

di ma.ier.

tutti gli articoli dell’autore

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La storia si ripete. Non è la prima volta che agli universitari dell’Onda viene negato il diritto di manifestare. E’ accaduto nell’autunno scorso e nei mesi scorsi. E dopodamani si ripete. La Questura ha negato l’autorizzazione agli studenti e ai precari dei Comitati di recarsi in corteo fin sotto il ministero dell’Istruzione. Come è noto, venerdì 11 a Roma si fermano i lavoratori pubblici e della Conoscenza. E proprio allo sciopero indetto dalla Flc-Cgil l’Onda voleva partecipare, pur fermandosi sotto le finestre della Gelmini.

Il comunicato degli Atenei in rivolta «Ancora una volta, in tempo di crisi, si vuole limitare la libertà d’espressione e il diritto al dissenso, attraverso l’imposizione di un protocollo amministrativo, valido, quindi, solo per le parti contraenti». È quanto si legge in una nota di Ateneinrivolta che riunisce studenti e precari della conoscenza che fanno parte dell’Onda universitaria.

Il comunicato fa seguito alla revoca di uno dei due cortei previsti a roma venerdì in occasione dello sciopero dei lavoratori della Conoscenza.

«Ancora una volta viene agito il tentativo di limitare il protagonismo dei soggetti della formazione, studenti, ricercatori, insegnanti e genitori, che rifiutano di pagare una crisi che non hanno prodotto – commenta la nota – in un paese a democrazia bloccata crediamo invece sia fondamentale rivendicare il nostro diritto a manifestare, contro i processi di dismissione di scuola e università, contro ogni forma di precarizzazione del nostro lavoro e delle nostre vite. Per questo venerdì, in occasione dello sciopero dei lavoratori della Conoscenza attraverseremo le strade della città riprendendoci la libertà d’espressione e il diritto a manifestare».

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9 dicembre 2009

fonte:  http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=92406

Uganda, pena di morte per i gay

La controversa proposta di legge: rapporti omosessuali puniti con la pena capitale. Attivisti in rivolta

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In Uganda gli omosessuali sono circa 500.000

KAMPALA
Pena di morte per gli omosessuali:
è questa la controversa proposta di legge all’ordine del giorno in Uganda. Nel Paese gli atti omosessuali sono già considerati illegali, ma questo provvedimento punta a colpire la cosiddetta “omosessualità aggravata”, cioè i rapporti gay consumati con disabili, minorenni o persone affette dal virus dell’Hiv, che verrebbero puniti con la pena capitale.

La legge prevede inoltre fino a 7 anni di reclusione per amici o familiari che non denunciano l’illecito alle autorità, e ai proprietari terrieri è vietato l’affitto agli omosessuali. Secondo le stime in Uganda ci sarebbero 500,000 omosessuali su una popolazione di 31 milioni di persone.

Gli attivisti dei diritti gay sostengono che le leggi esistenti perseguono in modo già molto aspro gli atti omosessuali, con la condanna a ingenti risarcimenti pecuniari e, in alcuni casi, all’ergastolo. I promotori della legge sostengono invece che sia “fondamentale proteggere la famiglia tradizionale proibendo in maniera categorica ogni tipo di relazione tra persone dello stesso sesso”.

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9 dicembre 2009

fonte:  http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/200912articoli/50228girata.asp

Colpi di fucile contro l’ultimo indios

E’ soprannominato l’uomo della buca perché si nasconde da chiunque si avvicini

https://i1.wp.com/www.corriere.it/Media/Foto/2009/02/23/indios-rodi.jpg

Colpi di fucile contro l’ultimo indios

Hanno tentato di uccidere l’unico sopravvissuto di una tribù sconosciuta. Sospetti sugli allevatori brasiliani

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Se c’è un uomo sulla Terra che non disturba nessuno è lui: l’uomo della buca, ultimo sopravvissuto di una tribù sconosciuta dell’Amazzonia, che vive nello stato brasiliano di Rondonia. E’ stato individuato pochi anni fa e, da allora, ha sempre rifiutato ogni contatto con la civiltà. E’ stato soprannominato “l’uomo nella buca” perché scava delle buche di diversi metri di profondità in fondo alle quali pianta pali appuntiti per catturare gli animali. Ha anche fatto una buca nel centro della minuscola capanna in cui tiene le sue poche cose in modo da potersi nascondere da qualunque estraneo si avvicini. Nascondersi fa parte della sua vita, comune a quella di tutti i membri delle circa 100 tribù “no contact” sparse negli angoli più remoti del pianeta.

COLPI DI FUCILE Eppure, anche se è difficile immaginarsi qualcuno che si fa i fatti suoi più

La capanna dove viveva l'indios prima dell'agguato
La capanna dove viveva l’indios prima dell’agguato

dell’uomo della buca, qualcuno ha tentato di farlo fuori. L’incidente è avvenuto il mese scorso a Tanaru, ma se ne è avuta notizia solo ora. Non si sa se i sicari volessero uccidere l’indiano o solo metterlo in fuga. Ma i mandanti più probabili dell’attacco sono gli allevatori dell’area che si oppongono agli sforzi compiuti dal governo per proteggere il suo territorio. I funzionari del Funai, il dipartimento agli affari indiani del governo brasiliano, si sono accorti che il rifugio in cui l’uomo si nascondeva in caso di pericolo era stato saccheggiato e hanno trovato cartucce di fucile da caccia sparse lì vicino, nella foresta.

INDAGINILa polizia ha indagato sull’incidente, ma per ora nessuno è stato accusato. «La situazione è molto grave – ha dichiarato Altair Algayer, un funzionario del FUNAI. «Per difendere gli interessi degli allevatori è stata messa in pericolo la vita dell’Indiano». Il Funai ritiene che l’indiano sia sopravvissuto all’attacco.

IL VIDEOLe uniche immagini disponibili dell’Uomo della Buca, che si ritiene sia l’ultimo sopravvissuto del suo popolo, una tribù massacrata dagli allevatori negli Anni Settanta e Ottanta, sono state fugacemente catturate dal produttore cinematografico Vincent Carelli. Carelli le ha utilizzate nel suo film “Corumbiara” che documenta il genocidio degli Akuntsu, ci cui sono rimastio solo cinque membri, e di altre tribù nella regione.

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VIDEO – Per vedere il video vai alla pagina originale

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Stefano Rodi
09 dicembre 2009

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fonte:  http://www.corriere.it/esteri/09_dicembre_09/indios-uomo-buca_bc573fbe-e4c9-11de-b76e-00144f02aabc.shtml

Norvegia, “buco nero” in cielo: Nessuno sa spiegare perché

Norvegia, “buco nero” in cielo

Il fenomeno, come nei film di fantascienza, questa mattina nel nord del paese scandinavo. Gli scienziati tacciono. Missile russo? Le autorità smentiscono

  Il mistero del buco nero in Norvegia

di TIZIANO TONIUTTI

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UFO, fenomeno atmosferico o apparizione messianica? Non si può ancora dire ma per ora l’ipotesi che si può escludere più di tutte è un lavoro fatto con Photoshop o in postproduzione video. Insomma sembra proprio che il fatto sia avvenuto davvero. Ma cos’è successo nei cieli norvegesi stamattina?

E’ successo che la zona più nord ha potuto assistere a un peculiare spettacolo in cielo per ora incatalogabile, che gli stessi testimoni norvegesi derubricano dalla fenomenologia delle aurore che si possono ammirare in quelle terre. La formazione di una sorta di “buco nero” a spirale, molto simile a come li immaginano i film di fantascienza. L’apertura di un buco in cielo, iniziato con l’apparazione di un globo luminoso che irradiava anelli di luce. In poco tempo, gli anelli hanno preso la forma di spirale, colorandosi di bianco verso l’esterno e di blu verso il nucleo di origine. Fino a diventare in breve tempo la cosa più grande in cielo in quel momento, più della luna.

Stando alle testimonianze, la spirale ha percorso un tratto di cielo, lasciando dietro di sé una scia bluastra.
Il fenomeno è durato meno di un minuto, fino al collasso della spirale luminosa. Che però ha lasciato in cielo un buco vuoto, senza luce.

L’avvenimento è stato ripreso da vari giornali norvegesi e documentato con foto e video. Al momento, spiegazioni sulle possibili origini non ce ne sono. Qualcuno ha avanzato l’ipotesi che il fenomeno possa essere stato generato da un missile russo, ma sia le autorità norvegesi che l’ambasciata di Mosca a Oslo hanno smentito. E se si tratta di una “bufala”, è costruita davvero bene.

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Multimedia

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9 dicembre 2009

fonte:  http://www.repubblica.it/2009/12/sezioni/scienze/norvegia-fenomeno/norvegia-fenomeno/norvegia-fenomeno.html?rss

Caso Cucchi. Parla il testimone: “Ho paura di uscire. Hanno pistole” / Pentito dei casalesi impiccato in cella. La moglie: pieno di lividi, non è suicidio

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9 Dicembre 2009

“Ho paura per quando esco. Loro hanno le pistole”. Con questa motivazione un detenuto albanese, 24enne, ha parzialmente risposto alle domande del gip Luigi Fiasconaro nel corso dell’incidente probatorio per acquisire le sue dichiarazioni nell’ambito del procedimento relativo alla morte di Stefano Cucchi, il 31enne deceduto il 22 ottobre scorso, sei giorni dopo essere stato arrestato.

Lo straniero, attualmente detenuto nel carcere di Velletri per un furto, ha riferito di aver sentito “qualcuno piangere e lamentarsi” il 16 ottobre – giorno in cui lui e Cucchi erano nelle celle di sicurezza del tribunale e il luogo dove secondo l’accusa il 31enne sarebbe stato picchiato dagli agenti penitenziari -. Una circostanza che il detenuto colloca intorno alle 8.30, poco dopo suo trasferimento in tribunale avvenuto alle 8 circa.

Il testimone ha dichiarato che la mattina del 16 ottobre scorso, nella fascia oraria tra le 8.30 e le 11.00, in una cella di sicurezza del tribunale di Roma, c’era un italiano che si lamentava e che diceva “sto male, portatemi in ospedale”. L’albanese ha dichiarato di non aver visto “l’italiano che si lamentava” e di non aver udito rumori riconducibili ad un presunto pestaggio. Secondo la ricostruzione dell’accusa, Cucchi è arrivato in tribunale intorno alle 9.30.

Per Diego Perugini, difensore dell’agente Nicola Minichini, “è stata una testimonianza claudicante perché il teste non ha sentito rumori di colluttazioni, o comunque riconducibili ad un pestaggio”. I legali di parte civile, gli avvocati Dario Piccioni e Fabio Anselmo, hanno sottolineato invece che si tratta di un un testimone “reticente” appunto perché impaurito, ma soprattutto spaventato anche perché il 12 novembre scorso – il giorno dopo essere stato sentito dai pm – “è stato interrogato dal capo degli agenti penitenziari del carcere di Velletri in merito ai motivi della sua convocazione in Procura”.

L’albanese, infatti, si sarebbe rifiutato di rispondere a quest’ultima domanda in assenza del suo avvocato e comunque per tutto l’incidente probatorio ha chiesto di essere messo sotto protezione . Il legale della famiglia Cucchi, ha evidenziato che è “inquietante che un comandante del carcere abbia convocato il detenuto. Ne prendiamo atto ed i pm faranno le loro valutazioni”.

In aula era presente anche Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, la quale ha detto di aver “rivissuto il dolore di Stefano”. All’atto istruttorio, dove erano presenti inoltre i genitori, i familiari hanno auspicato che emerga la verità sulla morte del giovane: “Tutto può essere utile per ricostruire quella giornata – ha detto la Ilaria – Certo ora bisognerà cercare di chiarire la questione degli orari per capire chi abbia picchiato mio fratello. Speriamo di riuscire a fare chiarezza”.

Intanto, il Gip ha respinto la richiesta, avanzata da uno dei legali degli indagati, di acquisire in sede di incidente probatorio la testimonianza di un detenuto tunisino che aveva accusato del pestaggio i carabinieri in una lettera ritenuta dai pm falsa perché non scritta da lui e il cui contenuto non è stato neanche confermato da altri detenuti che erano con lui nell’infermeria del carcere di Regina Coeli dove questi avrebbe incontrato Cucchi.

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fonte:  http://www.loccidentale.it/articolo/caso%20cucchi.%20parla%20il%20testimone:%20%22ho%20paura%20di%20uscire.%20hanno%20pistole%22.0082997

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Parla la sorella di Stefano, Ilaria Cucchi

scarica l’intervista a Ilaria Cucchi a cura del Il Tuffatore del 31 ottobre 2009

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Alessandria, giallo in carcere. Era stato appena trasferito

La vittima, Ciro Ruffo, era legato al boss della camorra Schiavone (Sandokan)

Pentito dei casalesi impiccato in cella
La moglie: pieno di lividi, non è suicidio

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di SANDRO DE RICCARDIS

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Pentito dei casalesi impiccato in cella la moglie: pieno di  lividi, non è suicidioCiro Ruffo

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MILANO – Sabato aveva chiamato la moglie dal carcere di Ariano Irpinio, provincia di Avellino. “Devo darti una bella notizia. Sono arrivate le carte del trasferimento, le aspettavo da quindici giorni. Da lunedì sono più vicino a te, ci vedremo più spesso”. Ma Ciro Ruffo, 35 anni, pentito del clan Di Tella, sottogruppo dei casalesi operanti nel comune di Carinaro, provincia di Caserta, è stato trovato morto ieri nella casa circondariale San Michele di Alessandria.
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Una morte in carcere che si tinge di giallo. “La direttrice mi ha comunicato che lo hanno trovato impiccato, ma non è vero” accusa la moglie, D. B., che insieme ai due figli – una bambina di 11 anni e un bimbo di 7 – è sotto protezione in Piemonte dalla fine di luglio. “Ho visto il corpo all’obitorio del cimitero di Alessandria – continua in lacrime – ha il naso rotto, un livido sotto l’occhio destro, tanti altri lividi sulla schiena, sulla pancia, in faccia. Ha perso sangue dagli occhi e dalle orecchie. È stato pestato”.
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Ciro Ruffo era legato alla camorra del boss Francesco Schiavone, Sandokan, da oltre dieci anni in carcere. Quei clan che a colpi di agguati, omicidi ed estorsioni avevano il controllo assoluto del territorio.
Finisce dentro lo scorso 16 luglio insieme ad altri sei presunti affiliati, ritenuti responsabili di estorsioni a imprenditori edili e commercianti della zona. Le accuse per loro sono di associazione a delinquere di stampo mafioso ed estorsione. Ciro Ruffo è un gregario.
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Su di lui non emergono reati di sangue. Una settimana dopo l’arresto, Ruffo decide di dissociarsi e diventare un collaboratore di giustizia. Mentre la moglie e i due figli vengono trasferiti in una località segreta del Nord, lui inizia a ricostruire con gli investigatori della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, gli organigrammi dell’organizzazione criminale e a chiarire episodi di minacce e richieste di tangenti.
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Nei 180 giorni previsti dalla legge, Ruffo finisce di redigere il verbale illustrativo, il primo atto di un pentito. Ora avrebbe dovuto superare la prova del dibattimento in aula e confermare accuse e ricostruzioni. “Ho una moglie, due figli. Lo faccio per loro. Voglio dargli un futuro diverso” spiega al pm della dda Catello Maresca. Così lui, la moglie e i due figli entrano nel programma di protezione previsto dalla legge, mentre il resto delle due famiglie sembra non condividere la scelta e rimane a Carinaro.
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Dopo cinque mesi di reclusione Ruffo riesce finalmente ad avvicinarsi alla famiglia. Un desiderio che ha da tempo. E anche per questo, oltre che per le ferite viste e denunciate dalla moglie, nulla della versione ufficiale convince i familiari. “Non aveva problemi di salute e non si sarebbe mai fatto del male” dice il fratello Ciro. “Sabato, al telefono, mi aveva spiegato bene cosa fare per le visite e i colloqui – ricorda la moglie – Finora, nel carcere di Ariano Irpino, potevamo vederci solo una volta ogni quindici giorni, o una volta al mese. “Fatti fare i colloqui permanenti di quattro ore alla settimana. Non ti dimenticare”, mi diceva. “Stai attenta ai bambini e non ti dimenticare di me””.
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Invece, dopo poche ore di permanenza nel carcere di Alessandra, dove sarebbe arrivato alle 17 di lunedì pomeriggio, Ruffo è stato trovato senza vita. Cadavere, secondo l’amministrazione penitenziaria, per suicidio. “Anche il carabiniere che mi ha accompagnato a vedere il corpo mi ha detto di non crederci” dice ancora la moglie.
Sarà l’autopsia, in programma oggi, a chiarire il giallo e spiegare se Ciro Ruffo si è tolto la vita o è morto per altre cause, e a cosa siano dovuti il sangue e i lividi presenti sul corpo.
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9 dicembre 2009
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I segreti di Spatuzza: “Così uccide la mafia”

Giuseppe Di Matteo in una foto scattata dai  rapitori durante la prigionia (Ansa)
Giuseppe Di Matteo in una foto scattata dai rapitori durante la prigionia (Ansa)

Delitti, pizzo e attentati: le verità del pentito di Cosa Nostra: “Per il giudice Caselli era pronto un missile”. Il racconto della fine del piccolo Di Matteo

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di FRANCESCO VIVIANO e ALESSANDRA ZINITI

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I segreti di Spatuzza "Così uccide la mafia"Gaspare Spatuzza

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PALERMO – “Ti facciamo saltare. Con un missile terra-aria, che ci è arrivato dalla Jugoslavia”. Quella lettera anonima che nell’agosto del 1993 annunciava un attentato a Giancarlo Caselli, non era opera di un mitomane. Sedici anni dopo, il pentito Gaspare Spatuzza racconta che il lanciamissili per uccidere il procuratore era in suo possesso. Nelle centinaia di pagine di verbale che il collaboratore di giustizia che accusa Berlusconi e Dell’Utri ha riempito con i magistrati delle Procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze ci sono vent’anni di orrori, dalle stragi ai dettagli raccapriccianti dell’uccisione del piccolo Giuseppe Di Matteo, dai progetti di sequestri di un altro bambino e dell’editore del “Giornale di Sicilia” Antonio Ardizzone per finanziare le stragi, fino alla verità sul mistero della “Natività” del Caravaggio, il prezioso dipinto rubato quarant’anni fa dagli uomini di Cosa nostra dall’oratorio di San Lorenzo a Palermo e mai ritrovato. Oggi, Gaspare Spatuzza rivela: “Ho saputo da Filippo Graviano nel carcere di Tolmezzo intorno al 1999 che il quadro era stato distrutto negli anni Ottanta. La tela era stata affidata ai Pullarà (capimafia della cosca di Santa Maria di Gesù), i quali l’avevano nascosta in una stalla, dove era stata rovinata, mangiata dai topi e dai maiali, e perciò venne bruciata”.
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Il missile per Caselli
“Tramite la ‘ndrangheta, la cosca dei Nirta, abbiamo acquistato delle armi, due mitra, due machine-pistole ed un lanciamissili. Era un carico di armi per fare un attentato al procuratore Caselli che avevamo saputo che si muoveva con un elicottero dell’elisoccorso che partiva dall’ospedale Cervello. Io avevo la reggenza del mandamento di Brancaccio e tramite Pietro Tagliavia mi dicono che devo “curarmi” Caselli. Questo lanciamissili era custodito in un magazzino della nostra famiglia che venne poi perquisito dalla Dia. Era nascosto nell’intercapedine di un divano e non fu trovato”. Siamo nel ’94, quando i fratelli Graviano vengono arrestati a Milano e Spatuzza assume la reggenza del mandamento. Qualche mese prima quel progetto di attentato era stato annunciato da ben quattro lettere anonime giunte alla Procura di Palermo con minacce di morte non solo per Caselli ma anche per tre imprenditori, uomini politici e per l’allora presidente della Regione, Giuseppe Campione. L’anonimo su Caselli, però, alla luce delle dichiarazioni di Spatuzza, era un segnale estremamente preciso. Recitava così: “Ti facciamo saltare. Con un missile terra-aria, che ci è arrivato dalla Jugoslavia. Spariamo contro l’elicottero che ti porta da Punta Raisi a Boccadifalco…”.
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Il figlio del pentito sciolto nell’acido
Al sequestro e all’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio undicenne del collaboratore di giustizia Santino Di Matteo, uno dei killer della strage di Capaci, parteciparono decine di “uomini d’onore” di diverse famiglie. La squadra di Gaspare Spatuzza fu quella che andò a prelevare il bambino in un maneggio. Il suo è un racconto che mise in crisi anche uomini con più di 40 delitti sulle spalle. “Siamo partiti da Brancaccio a bordo di una Croma. Eravamo io, Salvatore Grigoli, Francesco Giuliano. Luigi Giacalone e Cosimo Lo Nigro erano con un’altra macchina di copertura. Avevamo pistole ed un kalashnikov perché se c’era qualche problema… quindi siamo entrati in questo maneggio, avevamo le casacche della polizia, nessuno di noi conosceva questo bambino, quindi abbiamo chiesto, chiamavamo “Giuseppe, Giuseppe”. Il bambino dice: “Io sono”. Ci siamo avvicinati e gli abbiamo detto: “Dobbiamo andare da papà e sto bambino si è fatto avanti, perché rappresentavamo per lui la sua salvezza. Lo abbiamo portato in macchina e siamo usciti, gli abbiamo detto che si doveva nascondere bene, perché “siamo qui per te, per tuo papà”. E questo bambino ha detto: “Ah, papà mio..”. E io gli ho risposto: “Sei contento che devi andare da papà?”. “Sì, papà mio, amore mio”, una frase così toccante che sul momento non ci fai caso, poi però…”. Spatuzza racconta del lungo viaggio del bambino, rinchiuso in un Fiorino, verso la sua prima prigione dove sarebbe stato rilevato da uomini di un’altra cosca che non dovevano neanche conoscere l’identità di quelli che lo avevano prelevato. “I nuovi carcerieri lo volevano legare, noi eravamo risentiti, perché noi sì lo dovevamo sequestrare, ma trattarlo bene”. Il piccolo Giuseppe, un anno e mezzo dopo, quando la Cassazione rese definitivi gli ergastoli per la strage di Capaci, fu strangolato e sciolto nell’acido per ordine di Giovanni Brusca.
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I sequestri per finanziare le stragi

Dopo le bombe di via dei Georgofili a Firenze, Giuseppe Graviano dà ordine ai suoi di progettare due sequestri di persona, quello dell’editore del Giornale di Sicilia, Antonio Ardizzone, e quello di un bambino di sette anni, nipote di un industriale dell’argento di Brancaccio, che non aveva voluto pagare il pizzo. Ecco il racconto di Spatuzza: “Si doveva sequestrare il proprietario del Giornale di Sicilia, Ardizzone si chiama, mi sembra, e un bambino di 7-8 anni, il nipote di D’Agostino, un argentiere della zona industriale di Brancaccio, che non aveva pagato il pizzo e che minacciava di rivolgersi ai suoi cugini americani per farci tirare le orecchie. Dovevamo portarli fuori, in uno scantinato a Misilmeri. Graviano ci disse che questi sequestri servivano per finanziare altre stragi. Eravamo senza soldi, per la strage di Firenze ci dividemmo dai 10 ai 5 milioni ciascuno e per le stragi successive c’erano problemi finanziari”. Ai pm che osservano che la famiglia di Brancaccio era una delle più ricche, Spatuzza replica: “Una cosa è pigliare dal nostro, un’altra cosa…” E poi racconta di quel piccolo tesoro in lingotti d’oro sepolto in un agrumeto di Ciaculli: “C’eravamo andati per nascondere delle armi e lì abbiamo trovato l’oro del Monte di Pietà, che era stato rubato, l’oro nostro, anche di mia madre sicuramente, di molti palermitani perché chi è palermitano, chi è che non ha l’oro al Monte di Pietà?”.
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Il giallo della moglie di Bagarella
È proprio scavando sotto gli aranci di Ciaculli che Spatuzza si imbatte in un indumento appartenuto a Vincenzina Marchese, moglie del boss corleonese Leoluca Bagarella, morta in circostanze mai chiarite senza che il suo corpo sia mai stato ritrovato. L’autista di Bagarella, Antonio Calvaruso, poi pentitosi, raccontò che la donna si era suicidata perché non riusciva ad avere figli. Ora Spatuzza aggiunge: “Vedo un sacchetto di plastica – ricorda Spatuzza – lo apro e trovo una vestaglia lunga, da notte, con macchie nelle parti intime. Era piegata bene, non era messa lì a casaccio e mi sono chiesto a chi apparteneva. Poi mi sono ricordato della moglie di Bagarella perché io e altri abbiamo sotterrato questa signora, questa povera donna e posso dire che quella vestaglia apparteneva a quella signora”.
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L’omicidio di Don Puglisi
Spatuzza ha partecipato, insieme all’altro killer pentito Salvatore Grigoli, al delitto del parroco di Brancaccio Pino Puglisi e racconta alcuni retroscena inediti. Tutto comincia con il sospetto che nella chiesa di San Ciro si muovano degli infiltrati della polizia. “Addirittura si sospettava delle suore che potevano essere infiltrate perché avevano la possibilità di muoversi all’interno delle case del quartiere e quindi potevano anche piazzare delle microspie. Padre Puglisi non si era “incanalato”, stava cercando di fare tutto a modo suo e quello che si fa nel quartiere invece deve partire dalla “famiglia” che gestisce tutto. Don Puglisi si doveva uccidere simulando un incidente stradale, quindi io mi metto a cercare per rintracciare il prete, mi organizzo per cercare di simulare un incidente, ho fatto quattro-cinque tentativi per investirlo ma non sono andati a buon fine. E allora Giuseppe Graviano mi disse di ucciderlo con la pistola”. Come già raccontato da Grigoli, anche Spatuzza ricorda le ultime parole del sacerdote davanti ai suoi killer: “Dovevamo simulare una rapina. Lui era fermo al portone di ingresso di casa sua. Lo accostiamo, io da sinistra e Grigoli da destra. Gli puntiamo la pistola e gli diciamo: “Questa è una rapina”. Lui si gira e dice: “L’avevo capito”. Gli prendiamo la borsa che aveva nelle mani e Grigoli gli ha tirato un colpo in testa e siamo andati via”. L’omicidio Puglisi provocò una stretta investigativa su Brancaccio e per cercare di depistare le indagini i Graviano decisero di uccidere un giovane rapinatore del quartiere, Diego Alaimo, il cui corpo fu poi abbandonato vicino la chiesa. “Volevamo dare un segnale per far credere che era lui il responsabile dell’omicidio di padre Puglisi e che la mafia lo aveva punito”.
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Il pizzo sui beni confiscati
L’hotel San Paolo Palace, di via Messina Marine, confiscato al costruttore Gianni Ienna, prestanome dei Graviano e fondatore di uno dei primi club di Forza Italia, secondo i magistrati di Palermo, era uno dei beni occulti dei boss di Brancaccio. Ora Spatuzza racconta che persino l’amministrazione giudiziaria fu costretta a pagare il pizzo ai Graviano: “Questo dava all’epoca 20 milioni al mese, un mese alla famiglia Graviano, un mese ai Tagliavia. Poi l’albergo era stato sequestrato e c’erano problemi per fare uscire questi 20 milioni perché c’era la gestione del curatore, comunque questi soldi uscivano sempre”. Quanto al costruttore Gianni Ienna, Spatuzza rivela che “era stato autorizzato dai Graviano a farsi pentito per salvare il salvabile. Era stato autorizzato e quindi poteva camminare libero a Brancaccio. Me lo disse Filippo Graviano nel carcere di Tolmezzo”.
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Giornalista Rai e l’imprenditore nel mirino
Spatuzza racconta di altri due progetti di omicidio commissionatigli dai Graviano e poi non portati a termine. “Il gruppo di fuoco che gestivo io a quell’epoca (1994, ndr) era stato incaricato di seguire gli spostamenti di un giornalista, si chiama D’Anna, della Rai. Io neanche lo conoscevo. Vittorio Tutino, che era latitante, mi spiega che era stato incaricato di passare alla fase esecutiva di questi due omicidi, quello del giornalista e quello di Giorgio Inglese, proprietario della vecchia Indomar, concessionaria Renault poi acquistata dai fratelli Graviano”.
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9 dicembre 2009
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