Archivio | dicembre 8, 2009

Influenza A: se andrà avanti così sarà la pandemia più lieve mai registrata

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Negli Stati Uniti possibili «solo» 15mila morti

Il giudizio degli infettivologi Usa nel rapporto pubblicato dalla rivista PLoS Medicine

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MILANO – Alla fine dell’inverno la temuta influenza A potrebbe passare come la pandemia più lieve mai registrata: è questa l’ottimista previsione sull’andamento dell’influenza A/H1N1 avanzata da alcuni tra i maggiori esperti di malattie infettive e biostatistica degli Stati Uniti.

IL RAPPORTO – Secondo il rapporto pubblicato sulla rivista scientifica PLoS Medicine, «se l’andamento dell’infezione continuerà come è stato sinora, si potrà dire che si è trattata di un’epidemia di media intensità». Queste le parole di Ira Longini, dell’università di Washington a Seattle, che sta calcolando il rapporto tra casi di influenza A e mortalità: «questo rapporto tra casi sintomatici e decessi appare sinora più basso che nelle precedenti tre pandemie». Per l’epidemiologo Marc Lipsitch, dell’università di Harvard, «siamo con tutta probabilità di fronte alla più leggera pandemia della storia finora registrata». Secondo i suoi calcoli, i morti a causa dell’influenza A potrebbero oscillare tra 10.000 e 15.000 e, solo nello scenario più grave e al momento meno probabile, potrebbero giungere a 60.000. La scorsa estate le previsioni dello stesso governo Usa avevano indicato un possibile numero di decessi per la pandemia tra 30.000 e 90.000. Altri esperti, inclusi i rappresentanti dei Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie (Cdc) osservano però che, anche a fronte di una globale bassa mortalità per l’influenza A, i decessi tra i bambini sono stati più elevati della norma «e questa è una tragedia di per sè». I Cdc continuano infine a mettere in guardia circa la possibilità di una terza ondata di influenza dopo le vacanze natalizie.

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8 dicembre 2009

fonte:  http://www.corriere.it/salute/09_dicembre_08/influenza-a-pandemia-lieve_b5fb5d18-e432-11de-8eb6-00144f02aabc.shtml

La rivolta dei senza carte

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La rivolta dei senza carte

di Maria Matteo

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Breve (e lacunosa) cronaca di un’estate bollente nei Cie (ex Cpt) e dintorni. Fra retate, fughe, razzismo, voglia di libertà. Chiamarsi fuori non è possibile.

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Oggi, quelli che si salvano dal mare, dai trafficanti d’uomini, dalle guardie di frontiera ma non da uno Stato che li definisce “illegali” vengono rinchiusi nei Cie, i Centri di Identificazione ed Espulsione. I piemontesi che andavano in Argentina finivano negli “Alberghi” degli immigrati. Felicia Cardano riporta i racconti sentiti in famiglia: “Mio padre arrivò a Buenos Aires nel 1889 a bordo del ‘Frisca’. Durante il viaggio morirono il suo migliore amico e altre trenta persone. Lo misero all’Hotel della Rotonda, un enorme baraccone di legno, dove si stava stipati come sardine insieme ai pidocchi e alla puzza.”.
Sono storie di ieri, storie dei tanti italiani che partirono alla volta del Sudamerica per cercare “suerte”, fortuna, ma videro la morte in faccia, poi le baracche/prigioni, il disprezzo, lo sfruttamento bestiale. Tanti scappavano dalla guerra, la prima, quella che si mangiò la vita di tanti giovani contadini ed operai mandati a morire per spostare un confine.
Tanti di quelli che oggi arrivano in Italia scappano dalle guerre e dalla miseria come i nostri bisnonni. Chi arriva ha negli occhi il deserto, le galere libiche, il mare, i pescherecci che passano senza fermarsi, i militari che vanno a caccia di uomini. Hanno negli occhi il ricordo dei tanti lasciati per strada, morti senza tomba né umana pietà. Pochi di loro trovano “suerte”, fortuna: per i più c’è lavoro nero, salari infimi, paura, discriminazione, leggi razziste. Chi viene pescato finisce nei CIE e di lì via, indietro, ancora verso l’inferno.

Vecchio muro scrostato

Torino, corso Brunelleschi. Fuori c’è un vecchio muro scrostato e sporco. Corre lungo tutto il perimetro del CIE, e anche oltre, in quel che resta del parco. Dentro c’è la gabbia di acciaio alta ben oltre il muro.
Ricordo quando l’hanno costruito. Allora si chiamava CPT ed era una novità inventata l’anno precedente da un governo di centro sinistra. Le firme in calce al testo di proposta erano quelle di Livia Turco e Giorgio Napolitano. Passammo mesi lì fuori a protestare per impedire che lo facessero. Una volta saltammo anche sul tetto della centralina Enel per provare a bloccare i lavori. Non bastò. La città, fuori, pareva sorda e muta.
Sono passati dieci anni. I container di lamiera hanno ceduto il posto a più gentili strutture in muratura. Adesso spaccare tutto, saltare sul tetto, difendersi con tubi recuperati nei gabinetti è molto più difficile. Anche filarsela è più difficile. Eppure c’è sempre qualcuno che tenta e, a volte, riesce.
Gli ultimi ci hanno provato il 27 settembre. Erano quattro, uno ce l’ha fatta, per gli altri calci, pugni e bastonate e poi via al carcere delle Vallette. Si sa come funziona: chi prova a scappare le prende e poi viene arrestato con l’accusa di resistenza per giustificare il pestaggio subito. Nella notte un gruppetto di antirazzisti è fermato dalla polizia. Oltre il muro si sentono le grida dei reclusi. Poi la notte e le sirene delle pantere inghiottono tutto, anche le urla di uomini in gabbia.
La vita, la voglia di libertà, la resistenza e la lotta di migliaia di uomini e donne sono passate da qui.
Ricordo un giorno di maggio del 2005. C’erano ancora le scatole di latta e l’ingresso era in corso Brunelleschi: un paio di giorni prima davanti al CPT c’erano stati scontri ed un ragazzo venne arrestato. Qualcuno aveva anche provato a fare un buco nel muro per aprire un varco ai prigionieri che rifiutavano il cibo e salivano sul tetto. Ci fu poi un processo e quella giornata costò una condanna tra i sei e i dodici mesi di reclusione ad una decina di compagni che manifestavano fuori.
Quel giorno la situazione era ancora tesa ma non ci furono scontri. Quello che ho visto resta inciso nella memoria. Un ragazzo sul tetto del CPT grida, saluta, apre un lenzuolo bianco. Poi, in un tempo che mi è parso infinito, si è tagliato e con il suo sangue ha scritto “libertà” sul lenzuolo.
Quelli come lui sono tanti, dappertutto. La loro è una resistenza disperata, che pure non si ferma, perché la vita pulsa forte in chi affronta il deserto, il mare, i mercanti d’uomini, il lavoro da schiavi senza carte per acchiappare una briciola di futuro.
Negli ultimi mesi nei CIE di tutt’Italia la protesta è dilagata. La nuova legge che prolunga da due a sei mesi il periodo di trattenimento nei Centri ha fatto da detonatore. Dai primi di agosto, quando è stato chiaro che la norma veniva applicata retroattivamente e quelli che erano già dentro ci sarebbero rimasti, il ritmo è stato pressoché quotidiano.
Una lunga, caldissima estate. E ancora non è finita, perché l’autunno che si affaccia pare altrettanto incandescente.
Eppure, fuori, nel mondo di sopra, dove vivono i più, non è giunta che una pallida eco. Poche note in cronaca nera, gli anarchici che soffiano sul fuoco, la negazione sistematica delle violenze sempre più sfacciate di polizia e militari.
Settimana dopo settimana incendi, tentativi di fuga, scioperi della fame, gente che si fa tagli profondi a braccia e gambe, suppellettili e materassi distrutti. Poi, puntuale, la repressione: pestaggi, arresti, sputi, insulti. Quelli che con più forza hanno lottato per la propria dignità e libertà sono finiti sotto processo o hanno guadagnato un’espulsione rapida.

Più forte dei manganelli

Tutto comincia l’otto agosto. Il giorno in cui entra in vigore il “pacchetto sicurezza”, la legge 94/09. Quello stesso giorno in due sezioni del CIE di via Corelli a Milano è iniziato uno sciopero della fame e della sete.
Il giorno dopo al CIE di Gradisca d’Isonzo una buona metà dei 200 prigionieri salgono sui tetti contro il prolungamento della loro detenzione. Alla fine i danni alla struttura ed alle suppellettili saranno ingenti. Una parte del Centro per qualche tempo resta inagibile. Dieci immigrati tentano la fuga ma non ce la fanno. Il giorno successivo le varie sezioni vengono chiuse per isolare chi protesta. Trenta protagonisti della rivolta sono trasferiti al CIE di Milano.
Il 13 e 14 agosto è la volta di Torino. In due sezioni del CIE i reclusi rifiutano il cibo: il secondo giorno la protesta sfocia in uno scontro con la polizia.
Lo stesso giorno a Milano scoppia la rivolta. Volano mazzate tra agenti e prigionieri, una sezione del centro va a fuoco. 9 uomini e 5 donne sono arrestati e rinviati a giudizio per direttissima con l’accusa di resistenza a pubblico ufficiale, incendio e danneggiamenti. Il tutto condito dall’aggravante della clandestinità. Una norma speciale per gente speciale, i senza carte.
Il 15 agosto, a Torino, salgono sui tetti in una ventina.
La notte successiva battiture di protesta anche al Cie di Bari dove è stato trasferito un gruppo di reclusi del Cie di Milano.
Due giorni dopo, è il 17 agosto, da Bari tentano la fuga in due ma vengono presi e denunciati per danneggiamenti.
Lo stesso giorno, a Modena, dopo una giornata di sciopero della fame in due delle sei sezioni, gli immigrati incendiano i materassi contro il prolungamento a sei mesi della detenzione. Tre marocchini, che la polizia indica come leader della protesta, sono denunciati e velocemente caricati su un aereo per Casablanca. Le due sezioni andate a fuoco sono ormai inagibili: le donne vengono trasferite in altri centri.
20 agosto, Gradisca. Sette algerini riescono a forzare le grate della finestra e a fuggire, altri due sono bloccati sui tetti dagli uomini in divisa.
Sono trascorse meno di due settimane dall’entrata in vigore della legge e i CIE sono una pentola in ebollizione. La situazione rischia di sfuggire di mano. Serve una punizione esemplare. L’occasione è il processo contro gli immigrati arrestati a Milano per la rivolta del 14 agosto, che inizia il 21 agosto.
Ma è un boomerang. La prima udienza, alla quale partecipano numerosi solidali, si trasforma presto in un atto di accusa verso gli aguzzini che gestiscono il lager. Quando un ispettore capo della polizia si presenta a testimoniare scoppia il finimondo: una delle nigeriane alla sbarra lo accusa di pesanti molestie. L’aula viene sgomberata e le successive udienze si svolgono a porte chiuse. Non manca mai il sostegno degli antirazzisti. La polizia cerca di impedire i presidi e, il 23 settembre, volano anche le manganellate.
24 agosto, Bari. Un recluso fugge dall’ospedale dove era stato ricoverato. 26 agosto. Fallisce un ennesimo tentativo di fuga da Gradisca. Il 29 agosto scappano in 19 dal Cie di Brindisi, da poco riaperto. Lì erano approdati numerosi immigrati trasferiti da Milano, dopo la rivolta del 14 agosto. Il solo effetto dei trasferimenti e il propagarsi della ribellione. 2 settembre. Un giorno di sciopero della fame al CIE di Ponte Galeria a Roma. 4 settembre. Un altro tentativo di fuga è bloccato dai militari nel Cie di Bari. 8 settembre, Lamezia Terme. Sei detenuti scavalcano la recinzione e fuggono: la polizia spara lacrimogeni davanti al Cie. 14 settembre, Milano. Cercano di scappare in venti ma la libertà resta al di là delle gabbie. 15 settembre, Lamezia Terme. Provano a scavare un buco nel muro ma vengono scoperti.
La protesta si macchia di sangue. A Milano un ragazzo si taglia sul collo con una lametta, a Roma due marocchini si lacerano le gambe e le braccia, un peruviano beve candeggina e ingoia due batterie.
22 settembre, CIE di via Mattei a Bologna. Scoppia la rivolta innescata dal rifiuto di curare un ragazzo disabile che si taglia, riempiendo di sangue la stanza. Quando finalmente gli viene prestato soccorso, la protesta attraversa tutto il CIE: altri si tagliano, tutti urlano, materassi e masserizie vanno a fuoco. Il 20 settembre è ancora la volta di Gradisca. Tentano la fuga in 35 ma non riescono a riprendersi la libertà. La reazione della polizia è tanto brutale che gli altri prigionieri per protesta salgono sul tetto, rimanendovi sino al mattino successivo. All’alba gli uomini in divisa promettono che non ci sarebbero state rappresaglie e gli immigrati scendono giù. Tutto tranquillo sino alle 13 quando scatta una “perquisizione” con insulti, sparizione di soldi e telefonini. Poco dopo la sezione “blu” è in rivolta: la reazione della polizia è feroce. I feriti sono una ventina, le testimonianze, le foto scattate dai cellulari ed un breve video mostrano un ragazzo con un occhio tumefatto, gambe e braccia ferite, altri reclusi a insanguinati a terra. Fuori dalle gabbie la polizia in assetto antisommossa. Dodici persone finiscono all’ospedale. Il 26 settembre, nonostante la repressione ci provano ancora in cinque, ma vengono tutti riacciuffati. La voglia di libertà è più forte dei manganelli di poliziotti e militari.

Il silenzio è complicità

Oltre il muro. Qui, fuori dalle gabbie dei senza carte, il silenzio, l’indifferenza, a volte il plauso. È il segno dei tempi terribili che viviamo, tempi segnati dalla paura e dalla ferocia. Eppure, debole, debole, il lessico della solidarietà e della lotta comincia a tracciare, sui muri e nelle coscienze, un solco lieve ma visibile.
C’è chi rifiuta di controllare i documenti al ragazzo che arriva in ospedale, chi sui tram si mette in mezzo per fermare le retate, chi occupa le sedi di Croce Rossa e Misericordia perché chi gestisce un lager non deve essere lasciato in pace.
Piovono pietre e nessuno può stare al riparo in attesa di tempi migliori: il silenzio è complicità.

Maria Matteo

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fonte: http://www.anarca-bolo.ch/a-rivista/index.htm


CENTRALI NUCLEARI – I siti nuovi? Sono quelli vecchi. I Verdi: “Daremo battaglia”

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Un dossier segreto rivela le località individuate dall’Enel per gli impianti. Saranno le stesse dove sorgevano le vecchie centrali. Due sono vicine a Roma.

Bonelli: “Faremo dei sit-in, chiamiamo alla mobilitazione democratica”

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ROMA – Quando il 12 maggio scorso, il Senato diede il via libera al ritorno del nucleare in Italia, stabilì che sarebbero serviti sei mesi per scegliere i siti in cui installare le centrali. A distanza di sette mesi sono stati individuati. Secondo i Verdi sono Montalto di Castro (Viterbo), già candidata a ospitare una centrale nucleare prima che l’italia dicesse addio all’energia dell’atomo, borgo Sabotino (Lt), Garigliano (Caserta), Trino Vercellese (Vercelli ), Caorso (Piacenza), Oristano, Palma (Agrigento ) e Monfalcone (Gorizia). Sorgeranno nelle stesse zone di 20 anni fa, quelle che ospitavano gli impianti chiusi dopo il referendum del 1987.
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Il dossier è rigorosamente top secret: chi ne è a conoscenza, come l’amministratore delegato dell’Enel, Fulvio Conti, afferma che non ne svelerebbe i contenuti “nemmeno sotto tortura”. A oggi, perciò, è difficile avere risposte ufficiali se si chiede dove sorgeranno le centrali. Conti attende le direttive del governo di inizio 2010 e l’avvio dell’Agenzia della sicurezza. La nuova geografia dell’atomo ricalcherà quasi fedelmente la vecchia, con qualche novità che tiene conto delle esigenze dei reattori di allora e di quelli di nuova tecnologia. L’Enel li realizzerà vicino aree costiere o vicino ai grandi fiumi, purché scarsamente popolate e lontane da insediamenti industriali”.
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Dura la reazione dei Verdi: “Le aree sono idonee secondo l’Enel – ha spiegato il presidente Angelo Bonelli – perché vicine all’acqua, e come è noto le centrali necessitano di un gran quantitativo di acqua per funzionare. Noi Verdi avvieremo il presidio dei siti nucleari per dire no al nucleare e sì al solare. Il governo sta spingendo l’Italia in una pericolosa avventura che porterà alla militarizzazione dei territori e a far aumentare la bolletta elettrica dei cittadini, perché i 20 miliardi di euro per la costruzione delle centrali li pagheranno gli italiani. Berlusconi in Italia ammazza le energie rinnovabili e finanzia la speculazione del costoso nucleare. Daremo nel paese dura battaglia”, ha concluso Bonelli.
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Il referendum dell’8 novembre 1987, l’anno dopo della tragedia di Chernobyl, bloccò l’energia atomica. A maggio 2009 l’assemblea di Palazzo Madama con 142 sì e 105 no (sì del Pdl e dell’Udc, no del Pd e dell’Idv) ha approvato gli articoli 14-15 e 16 del disegno di legge “Sviluppo ed energia” che danno al governo la delega per adottare entro sei mesi, e dopo una delibera del Cipe, più decreti per il ripristino dell’intera filiera di produzione dell’energia atomica: tipologia e disciplina per la localizzazione degli impianti, stoccaggio del combustibile, deposito dei rifiuti radioattivi. A febbraio scorso Berlusconi e Sarkozy siglarono un’intesa per la produzione di energia nucleare che coinvolse Edf e Enel. Per la costruzione delle centrali da parte di consorzi sono previste procedure velocizzate: la cosiddetta “autorizzazione unica” che sostituisce ogni tipo di licenza e nulla osta tranne la Via (valutazione impatto ambientale) e la Vas (valutazione d’impatto strategica). Sono previste inoltre “misure compensative in favore delle popolazioni interessate”.
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8 dicembre 2009
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SCUOLA – Tagli all’istruzione. In piazza venerdì con la Cgil / Italiano, questo sconosciuto

Tagli all’istruzione. In piazza venerdì con la Cgil

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di Fabio Luppino

tutti gli articoli dell’autore

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Sarà un solo sindacato, ma l’attesa è per una grande mobilitazione. È lo sciopero generale dei dipendenti pubblici Cgil. Il centro, però, sarà la scuola. Il sito della Flcgil da giorni riporta un banner chiaro: forbice perde, lo slogan per lo sciopero generale dei lavoratori della conoscenza, definizione d’altri tempi, anche un po’ poetica. Ma per Mimmo Pantaleo, segretario generale della FlcCgil, di poetico non c’è proprio nulla. «Il governo sta mettendo in discussione il diritto costituzionale all’istruzione».

Cosa significa lo sciopero in questo momento?
“Si fermerà tutto il pubblico impiego. Ma certo l’emergenza nell’istruzione è enorme. Il governo sta demolendo il sistema di istruzione pubblico, chiamano riordino quello che è uno smantellamento. Quando servirebbe il contrario per dare un futuro al nostro Paese”.

Cosa resta della scuola dopo un anno di riforma Gelmini? Cosa ha fatto più male?
“I tagli agli organici. Sta drammaticamente diminuendo la qualità, c’è un disegno pericoloso dietro tutto questo. Si è toccata la scuola primaria che ci invidiavano nel mondo; adesso stanno mettendo mano alla scuola secondaria superiore, con una ricaduta che sarà devastante. È aumentato il numero di alunni per classe e si fa fatica fisica a fare scuola. Invece di investire nelle strutture si disinveste. Venticinquemila precari non hanno trovato posto. Un miliardo e mezzo in meno per l’università. Il governo sta di fatto mettendo in discussione il diritto costituzionale all’istruzione”.

In silenzio sta andando avanti la destrutturazione della scuola superiore: il governo varerà un regolamento e sarà fatta. Senza discussione pubblica né parlamentare. Non le sembra che il centrosinistra stia sottovalutando quel che sta accadendo?
“Un governo che agisce così è un governo autoritario. Ha avuto tante obiezioni al disegno di riforma delle superiori, a partire dalle regioni. Ma sono pareri non vincolanti. Al centrosinistra dico che la battaglia si deve fare nelle aule parlamentari, ma soprattutto fuori, coinvolgendo tutti. Serve una poderosa mobilitazione pubblica”.

Dopo la vostra una mobilitazione dei partiti…
“Il Pd ha fatto proposte interessanti. Ma si deve fare di più. Siamo di fronte ad una emergenza democratica”.

Cosa direte l’undici dicembre?
“Vogliamo dedicare la giornata di venerdì alle nuove generazioni: sono loro le vittime della manomissione dell’istruzione, dei saperi, del disinvestimento nel settore della ricerca. A loro stanno rubando il futuro. La manifestazione partirà la mattina da piazza della Repubblica a Roma e finirà in piazza del Popolo. Chiuderà Epifani”.

Lo stesso giorno il Pd farà la sua iniziativa politica…
“Sarebbe stato meglio se l’avessero programmata per un’altra giornata. Non importa, comunque. Quel che chiedo, però, è che tutti i partiti dell’opposizione sostengano e dichiarino sin da ora di stare al nostro fianco l’undici dicembre. L’unità delle forze politici e sociali di opposizione è decisiva. Ognuno per la propria parte, il sindacato in autonomia dalla politica, ma tutti bisogna muoversi. Sono in gioco diritti costituzionali irrinunciabili”.

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8 dicembre 2009

fonte:  http://www.unita.it/index.php?section=news&idNotizia=92336

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La maggior parte dei giovani ignora grammatica e sintassi. Anche nelle università
Viaggio in un Paese che non conosce più la sua lingua

Italiano, questo sconosciuto
“Studenti quasi analfabeti”

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di MAURIZIO CROSETTI

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Italiano, questo sconosciuto "Studenti quasi  analfabeti"
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Io cossi tu cuocesti egli cosse: cos’è ‘sta roba? Piccolo esame di verbi: “Se io sarebbe più abile, tu mi affiderai una squadra”. Ma anche: “Se tu saresti più alto, potessi giocare a pallacanestro”. Nel cimitero dove giacciono, insepolte, sintassi e ortografia, accenti e apostrofi si confondono in un’unica insalata nizzarda di parole: “Non so qual’è la prima qualità di un’uomo”. E tutto questo accade, si legge, si scrive all’Università.
Test d’ingresso per le facoltà a numero chiuso, anno di disgrazia 2009: alcuni degli aspiranti dottori del terzo millennio hanno risposto così. “I giovani che arrivano dalle scuole superiori sono semi-analfabeti”, ha dichiarato il magnifico rettore dell’ateneo bolognese, Ivano Dionigi.

E chi ha già superato il traguardo della laurea non sta poi tanto meglio: secondo una ricerca del Centro Europeo dell’Educazione (CADE, o forse sarebbe meglio dire casca: l’asino), l’otto per cento dei nostri laureati non è in grado di utilizzare pienamente la scrittura. Anzi, peggio: 21 laureati su 100 non vanno oltre il livello minimo di decifrazione di un testo. Cioè, se proprio va bene riescono a far partire la lavastoviglie leggendo le istruzioni, oppure intuiscono le controindicazioni dell’aspirina. Ma di più no.
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Ancora: un laureato su cinque non riesce a dirimere un’ambiguità lessicale. E un laureato su tre ha meno di cento libri in casa, quasi sempre quelli che ha (più o meno) sfogliato per arrivare al pezzo di carta. Ma su quella carta, troppo spesso è come se fossero impressi geroglifici. E non parliamo poi di quando è necessario scrivere un testo.

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Per questo, molti atenei hanno deciso di organizzare corsi di recupero di italiano per le matricole: grammatica e sintassi, cioè argomenti da prima media. “I ragazzi non conoscono il significato di espressioni lessicali banalissime”, spiega Pier Maria Furlan, preside di Medicina 2 a Torino, dove appunto si torna sui banchi quasi per fare le aste, e per ripassare (o per studiare?) il congiuntivo. “Credetemi, è una situazione da mettersi le mani nei capelli. Per fortuna, gli studenti sono abbastanza consapevoli dei propri limiti: gli iscritti ai corsi di recupero sono oltre 35 su cento”.

Come nasce lo “studente analfabeta”? Quando comincia a diventarlo? “I guasti iniziano nella scuola dell’obbligo”, risponde Tullio De Mauro, il padre degli studi linguistici italiani. “Il buonismo degli insegnanti ha fatto grossi danni, ormai si tende a promuovere un po’ tutti e non si sbarra il passo a chi non è all’altezza. Ma il disprezzo per la lingua italiana risiede anche in certi romanzi di nuovi autori, pieni di parolacce e di inutili scorciatoie, e nel linguaggio sempre più sciatto dei giornali dov’è quasi scomparsa la ricchezza della punteggiatura”.
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Insomma, oggi s’impara poco anche leggendo. E si studia male. “Credo che il predominio dell’inglese stia nuocendo all’uso dell’italiano”, sostiene il noto linguista Gian Luigi Beccaria. “Ormai è necessario alfabetizzare adulti e ragazzi, e la colpa è di un intero percorso scolastico che non sempre funziona. Le lacune nascono da lontano. Inoltre, l’uso esclusivo di telefoni cellulari e computer come strumenti di comunicazione non aiuta la nostra lingua: l’italiano sta regredendo quasi a dialetto”. Lasciando perdere gran parte della narrativa italiana contemporanea, dov’è possibile far tesoro della lingua giusta? “Leggendo o rileggendo autori esemplari per pulizia dello stile e chiarezza: penso a Primo Levi, a Calvino, ma anche a Pirandello e Pavese, oppure al Fenoglio di Primavera di bellezza, mentre Il partigiano Johnny è più complesso”.
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Secondo recenti e sconfortanti statistiche, il venti per cento dei laureati italiani rischia l’analfabetismo funzionale, cioè la perdita degli strumenti minimi per interpretare e scrivere un testo anche semplice. E la percentuale sale tra i diplomati: trenta su cento possono diventare semi-analfabeti di ritorno. Una delle cause può essere l’abbandono della grammatica e della fatica della sintassi: già alle medie non si studiano quasi più, figurarsi al liceo. Nella scuola superiore, ormai pochissimi insegnanti si sobbarcano la correzione di trenta temi pieni di bestialità, una fatica tremenda e scoraggiante. E guai se non si promuove chiunque: scatterà la reazione anche violenta delle famiglie (sempre più spesso si rivolgono all’avvocato per rintracciare vizi di forma nei registri, anche dopo la più sacrosanta delle bocciature dei loro pargoli).
“Siamo molto preoccupati”, dice Franca Pecchioli, preside di Lettere a Firenze. “Se gli studenti non sanno dov’è il Mar Nero, beh, è grave ma glielo possiamo insegnare. Ma se non sono in grado di seguire la spiegazione di un docente perché ignorano il significato di certe parole, allora è peggio”. Ha un suono sinistro anche la testimonianza di Elio Franzini, preside di Lettere alla Statale di Milano: “L’anno scorso, insegnando ai primi anni di filosofia chiesi chi avesse letto Proust, e alzarono la mano in tre. E quasi nessuno sapeva chi avesse scritto Delitto e castigo”.
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Invece è palese il delitto nei confronti della lingua italiana, o di quella che dovrebbe essere la formazione universitaria: tra i paesi industrializzati, solo Messico e Portogallo stanno peggio di noi. Vale forse la pena ricordare che in Italia soltanto 98 persone su mille acquistano ogni giorno un quotidiano, mentre in Giappone sono 644. Un problema di formazione, o di scarsa informazione? “Siamo di fronte a un’autentica violenza nei confronti della parola”, risponde Giovanni Tesio, critico letterario e docente all’Università del Piemonte Orientale. “Ma non dipende solo dalla scuola: la colpa è anche delle famiglie e dei modelli culturali. La prevalenza dell’immagine porta a una disattenzione verso i testi, e comunque è vero che mancano le basi. Me ne accorgo correggendo tesi di laurea non solo scritte male, quello sarebbe il meno, ma anche piene di strafalcioni. Perché per decenni si è demonizzata la grammatica, come se tutto dovesse essere facile e divertente. Ebbene, a scuola non tutto può né deve esserlo. Un’altra fesseria è credere che la grammatica s’impari leggendo, quello è un universo che non accetta usi strumentali”. Ma l’analfabetismo dei laureati può essere arginato? “Siccome la letteratura è il luogo in cui il senso della complessità diventa più forte, io la insegnerei anche nelle facoltà scientifiche”.
Forse in Italia manca un vero sistema di educazione per adulti, non siamo più capaci di aggiornarci, allenando cervello e conoscenza come se fossero muscoli. La faciloneria portata da Internet, strumento meraviglioso e banale, ricco di potenzialità ma anche di comode tentazioni, ha ormai diffuso una specie di cultura del “copia e incolla”, attraverso l’utilizzo di una lingua spesso piatta e tutta uguale, riprodotta all’infinito. Molti esami scritti, all’Università, vengono condotti come i test per la patente, mettendo crocette su un questionario; e le relazioni degli studenti procedono con “Powerpoint”, un altro strumento che riduce la dialettica a riassunto di qualche schema, sillabando quattro parole.
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“Abbiamo vastissima conoscenza orizzontale e istantanea, però non siamo più in grado di approfondire, di scendere nel cuore delle cose”, conclude Tesio. Il sessanta per cento degli italiani non ha mai letto un libro (anche se molti di loro, purtroppo, hanno provato a scriverlo). E non è affatto vero che “val più la pratica della grammatica”. Altrimenti non sarebbe possibile che 45 laureati su cento ignorino qual è (scritto senza l’apostrofo) il passato remoto del verbo cuocere.

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8 dicembre 2009
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Comune del Bergamasco: una multa da 1000 euro a chi rimuove il crocefisso

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Ordinanza dell’ammistrazione leghista di Villa d’Ogna, in Val Seriana

Il sindaco: “Finora si proibiva solo la rimozione, io ho fissato le sanzioni pecuniarie”

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Bergamo, 8 dicembre 2009 – Chi sposta il crocefisso non rischia solo qualche reprimenda: in un paese bergamasco può beccarsi anche una multa molto salata, fino a mille euro. Il paese è Villa d’Ogna, in Val Seriana, ed è governato da una Giunta della Lega Nord che, al pari di tutte le altre amministrazioni leghiste del resto della provincia di Bergamo, ha emesso ordinanze per proibire lo spostamento dei crocifissi dai locali pubblici, in polemica con la sentenza della Corte di Strasburgo.
Nessuno però finora aveva ancora pensato come punire i responsabili di una rimozione. A rimediare alla mancanza ha provveduto il sindaco Angelo Bosatelli, che ha spiegato: “Finora le ordinanze proibivano di rimuovere i crocifissi, ma cosa succede se uno lo fa? Niente. Allora ho fissato le multe”.
Le sanzioni saranno da 100 fino a 1.000 euro, con il massimo comminato a coloro che per rimuovere una croce causeranno anche dei danni.

Fonte AGI

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fonte:  http://quotidianonet.ilsole24ore.com/cronaca/2009/12/08/269074-comune_bergamasco.shtml

Il Vaticano avverte il Carroccio: “Siamo stupiti, adesso basta” / Il commento di Gad Lerner – La corona longobarda

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La “amarezza” del cardinale Martini

Il movimento “Noi siamo Chiesa”: la Lega è pagana

Padre Lombardi, portavoce del Papa: Tettamanzi conosce bene la sua diocesi ed è vicino ai più deboli

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di ORAZIO LA ROCCA

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CITTÀ DEL VATICANO – “Rispetto e stima incondizionata per il cardinale di Milano Dionigi Tettamanzi, pastore autorevole e guida instancabile”, ma anche punto di riferimento della Chiesa italiana per il suo impegno a favore “dell’accoglienza degli immigrati, della promozione umana e dell’aiuto ai più deboli”. Nel coro di solidarietà che si è levato ieri dal mondo cattolico in difesa del pastore della diocesi ambrosiana, c’è anche la voce di padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa del Vaticano. Il portavoce papale confida a Repubblica il suo “stupore e disappunto” per quanto è stato detto contro un arcivescovo che – viene ricordato da Oltretevere – è anche autorevole esponente del Collegio cardinalizio, dopo essere stato vescovo di Ancona, segretario generale della Cei e arcivescovo di Genova. Dalla diocesi ligure Tettamanzi fu chiamato a Milano a prendere il posto del cardinale Carlo Maria Martini, il quale proprio ieri ha confidato ai suoi collaboratori di essere “amareggiato” per gli ingiustificati attacchi diretti al suo successore, al quale ha riconfermato, spiega chi gli sta vicino, “tutta la sua stima e riconoscenza in un momento così delicato”.
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Analoghi sentimenti si colgono anche in Vaticano. “Il cardinale Tettamanzi – dichiara padre Lombardi – è una figura di grande rilievo della Chiesa in Italia ed è degna del massimo rispetto. Conosce bene la diocesi di Milano, di cui è autorevole pastore, e sa quali sono i messaggi opportuni per la comunità ecclesiale che gli è affidata e per il popolo di Milano e della Lombardia, per promuovere il senso della solidarietà e della convivenza civile”. Pur senza nominare direttamente la Lega, padre Lombardi avverte che “non si può parlare di lui con espressioni non rispettose o addirittura offensive e non ha senso cercare di contrapporlo ad altre autorità ecclesiastiche. Non è certo questa la via per contribuire al bene comune, che è al centro delle preoccupazioni del cardinale Tettamanzi”.

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La Santa Sede – oltre che Avvenire, che sul caso pubblicherà oggi un commento – farà sentire ulteriormente la sua vicinanza all’arcivescovo milanese anche con il cardinale segretario di Stato Tarcisio Bertone, che oggi sarà a Milano per un doppio appuntamento: la celebrazione del quarto centenario della Biblioteca-Pinacoteca Ambrosiana insieme al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e la messa in duomo per l’Immacolata. In entrambe le circostanze, Bertone sarà affiancato da Tettamanzi, in difesa del quale scendono in campo anche numerosi vescovi e cardinali, specialmente quelli che lo hanno conosciuto negli anni in cui era a Roma come segretario generale Cei e rettore del Pontificio Seminario Lombardo.
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“Nessuna giustificazione a questi attacchi contro un pastore e un maestro” dichiara l’arcivescovo Elio Sgreccia, presidente emerito della Pontificio Accademia per la Vita, che ama ricordare di Tettamanzi “la sua grande competenza in materia di morale e la sua attenzione agli immigrati”. “Forse a qualche partito non può far piacere – aggiunge monsignor Sgreccia – ma questo non può giustificare un attacco così volgare”. “Incomprensibile e ingiustificabile quanto è stato detto contro l’arcivescovo di Milano, una persona retta per la quale nutro da sempre tanta, tanta stima” afferma il cardinale Francesco Marchisano. “Non è tollerabile che si dicano certe cose contro una figura come Tettamanzi” protesta il cardinale Giovanni Cheli, che dell’arcivescovo di Milano mette in rilievo “l’autorevole ruolo nel Collegio cardinalizio, dove è unanimemente stimato ed apprezzato per le sue doti umane e pastorali per l’accoglienza a poveri ed immigrati. Se certa politica non è d’accordo, ci dispiace perché è il Vangelo che ci parla di accoglienza e solidarietà. E il Vangelo non è politica, per fortuna”.
Si mobilita in difesa di Tettamanzi anche l’associazionismo. L’Azione cattolica di Milano gli ha scritto una lettera aperta nella quale si impegna a “mettere in pratica tutti i suoi insegnamenti”. Solidarietà è pure dall’Amci (Associazione medici cattolici italiani) di cui il cardinale Tettamanzi è assistente spirituale, e da “Noi siamo Chiesa”, un movimento del dissenso cattolico, che definisce la Lega “un partito pagano”.

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8 dicembre 2009

fonte:  http://www.repubblica.it/2009/12/sezioni/politica/giustizia-20/vaticano-lega/vaticano-lega.html?rss

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IL COMMENTO

La corona longobarda

di GAD LERNER

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Se nel giorno di Sant’Ambrogio, vescovo e patrono di Milano, la Lega ha lanciato una sfida pubblica contro il suo successore Dionigi Tettamanzi, paragonandolo prima a un imam musulmano e poi a un prete siciliano mafioso, è perché si sente forte, molto forte.

La volgarità degli argomenti scagliati contro l'”Onorevole Tettamanzi”, delegittimato così nel suo ruolo pastorale, additato come un nemico degli interessi del popolo, non deve trarre in inganno: c’è del metodo nella provocazione architettata nel dì festivo. Quasi una contro-predica rivolta al gregge della diocesi più grande del mondo, puntando dal trono del governo alla conquista dell’altare in Duomo.
La Lega vuole la corona longobarda, che sia cristiana o pagana non le importa. Si erge a potere costituito che ripristina la tradizione perduta. Sente venuto il suo momento e punta al bersaglio grosso. Perciò esercita violenza verbale, scagliandosi contro il cardinale: deve dimostrarci che nulla la potrà fermare, non ha paura di nessuno. Perfino il Vangelo può subire un’interpretazione alternativa, dal “Bianco Natale” razzista fino ai bambini rom da ricacciare in mezzo alla strada, ora che la nuova teologia in camicia verde s’impone come energia scaturita dalla volontà popolare.

Di fronte al sopruso, a una calcolata volontà intimidatoria, l’arcivescovo Tettamanzi ha profetizzato ieri il pericolo dei lupi. L’eresia dei forti disposti a tutto, perfino a uccidere e esiliare i pastori delle chiese, ha detto, citando Ambrogio. Egli sa bene di trovarsi di fronte una forza politica candidata alla successione del potere berlusconiano nel Nord Italia. Un’eventualità sempre più probabile da quando la Lega può scommettere su un argomento storico e su un argomento contingente che, entrambi, la favoriscono.

L’argomento storico è il riemergere di uno spirito reazionario, pre-illuministico, anti-risorgimentale, nostalgico della cristianità lombarda della Controriforma nelle nostre contrade settentrionali. È questo spirito dei tempi che incoraggia tradizionalismo leghista a proclamarsi erede perfino di San Carlo Borromeo, il missionario della “conquista delle anime”, in contrapposizione ai vescovi contemporanei. Bossi scommette su un cattolicesimo più antico e chiuso di quello conciliare. Sui legami del sangue e del suolo opposti alla Chiesa universale. Si compiace di come le parole d’ordine xenofobe assecondino e liberino una spinta oscurantista. Ambisce a rappresentare il passato che ritorna e s’impossessa della modernità, come portavoce non più solo degli interessi ma delle coscienze stesse: perché vergognarsi di desiderare il bene per sé, non per tutti?

L’altro argomento, di natura contingente, che favorisce la Lega nella sfida al cardinale di Milano, è la totale remissività della destra cattolica da decenni al governo in Lombardia. Comunione e Liberazione, la Compagnia delle Opere, il sottobosco del potere di Roberto Formigoni, non hanno mai ritenuto conveniente erigere un argine che li differenziasse dalla politica e dai valori propagandati dalla Lega. Si sono contraddistinti ben più negli affari che nella solidarietà. Oggi, certo, vivono con estremo disagio, quasi come un tradimento inaspettato, gli insulti della “Padania” e del ministro Calderoli al vertice della chiesa ambrosiana. Ma fino a ieri prevaleva in loro la malcelata insofferenza nei confronti di pastori spiritualmente lontani dall’integralismo e dalla spregiudicatezza che li caratterizzano. Questa destra cattolica lombarda già sopportava con fatica il cardinale Carlo Maria Martini, predecessore di Dionigi Tettamanzi.

Formigoni e i suoi seguaci, preoccupati di consolidare la loro influenza nella sanità, nell’urbanistica, nel business delle bonifiche, in Fiera e ovunque possibile, hanno lasciato che anche il loro elettorato diventasse arrabbiato, sospettoso, reazionario. Oggi un cittadino di destra lombardo, ma anche veneto o piemontese, non sta certo a fare distinzioni culturali. Per lui sarà indifferente votare un presidente della Lega o del Pdl: sul piano ideale non sono più ravvisabili diversità significative.

La Lega e il Pdl hanno condotto insieme campagne elettorali contro “la società multietnica”. Parola di Silvio Berlusconi al comizio conclusivo di Milano, nel giugno scorso, quando aggiunse il lamento: “Camminavo nel centro di Milano e mi pareva di trovarmi in Africa”. Umberto Bossi, lì al suo fianco, applaudiva. Poi con l’inverno a Milano è tornata la stagione degli sgomberi dei campi rom. Inutili, propagandistici, spesso crudeli nelle conseguenze su poche centinaia di persone di cui erano in corso faticosi tentativi di integrazione.

La Chiesa milanese non poteva accettare questo stravolgimento dello spirito evangelico, perpetrato oltretutto dagli stessi che inneggiano alla Tradizione e alla Croce. L’arcivescovo ha denunciato la blasfemia. Lo aspettavano al varco. Accusarlo di essere un musulmano o un mafioso, nell’accezione incivile dei leghisti, è la stessa cosa. Conta lo sfregio, conta la prossima tappa: l’altare del Duomo. Intanto il sindaco di Milano, timorosa di non essere ricandidata, ha ritenuto di non avere nulla da dichiarare. Era più importante la prima della Scala.

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8 dicembre 2009
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PROCESSO BREVE, IL RETROSCENA: Arriva anche per mafia e terrorismo

Il retroscena.Il progetto degli avvocati del Cavaliere. Vanno avanti i progetti su legittimo impedimento e lodo Alfano bis

Arriva un processo breve
anche per mafia e terrorismo

Nel cambio di marcia del Pdl c’entra la deposizione di Spatuzza

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di LIANA MILELLA

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Arriva un processo breve anche per mafia e terrorismoNiccolò ( detto Mavalà)  Ghedini

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ROMA -Il processo breve anche per la mafia e per il terrorismo. Esteso a tutti i reati, da quelli minori ai più gravi. Una grande e unica tagliola. Con la scusa di rendere costituzionale e rispettosa del principio di uguaglianza e del diritto a un identico trattamento una legge che, così com’è oggi, ha incassato più zeri in pagella di qualsiasi altra delle 19 leggi ad personam prodotte per il capo del governo e i suoi amici. Al punto che se ne sono resi conto perfino gli autori, gli avvocati del premier Niccolò Ghedini e Piero Longo, che giusto in queste ore, ufficialmente per correre ai ripari, stanno ideando un meccanismo che costringerà i giudici a far di conto per ogni tipo di reato.
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I due studiano e riscrivono il ddl da capo a piedi prima della discussione al Senato. E dal restyling salta fuori la novità più clamorosa: anche per i processi sulla mafia e sul terrorismo i giudici dovranno rispettare una scadenza per ogni fase dibattimentale. Quanti anni per primo grado, appello, Cassazione? Cinque o sei come ipotizza qualcuno nel Pdl, oppure un tempo più ristretto, tra i tre e i quattro anni? È la scelta più difficile che al momento è ancora in bilico perché è legata alla scansione temporale da fissare per tutti i reati.
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Ma il dato certo è che il meccanismo del processo breve cambia faccia perché cambiano gli obiettivi di Berlusconi. Il Cavaliere aveva commissionato una legge, due anni per ogni periodo del dibattimento, mirata esclusivamente a chiudere i suoi casi milanesi Mills e Mediaset. Gliel’hanno scritta e servita. Ovviamente da applicare subito, retroattiva. Per i reati con una pena fino a dieci anni il processo non può durare più di sei anni complessivamente. Depositata al Senato, firmata dai capigruppo del Pdl (Gasparri e Quagliariello) e della Lega (Bricolo), si è rivelata subito piena di “bachi”. Hanno dovuto ammetterlo perfino quelli che l’hanno scritta. Dal Colle sono arrivati i primi segnali. L’impatto sui processi si è rivelato pesantissimo (dal 10 al 40% per il Csm, il 50% per l’Anm), nonostante i tentativi del Guardasigilli Alfano di minimizzarli (“Solo tra l’1 e il 9%”). A questo punto Berlusconi ha cambiato strategia e ha ordinato pure di cambiare la legge, perché tanto così com’era sarebbe stata prima fermata da Napolitano e poi comunque bocciata dalla Corte. Il premier ha virato sul legittimo impedimento, il lodo Costa-Brigandì, processi sospesi fino a sei mesi per presidente del Consiglio, ministri, sottosegretari, parlamentari, come misura temporanea per togliergli di dosso lo stillicidio delle udienze. Poi subito un lodo Alfano bis, quello che, sempre in queste ore, i tecnici del Pdl stanno mettendo a punto con l’ordine di rispettare fedelmente la sentenza della Consulta che ha bocciato il vecchio lodo.

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Nel cambio di marcia c’entra Spatuzza. D’ora in avanti Berlusconi non deve più guardarsi dai soli processi di corruzione, ma anche da quelli (al momento eventuali) per mafia. E dunque si cominciano a pensare norme per agire anche in quel settore criminale: ecco l’idea di mettere le mani, per “palettarlo”, sul concorso esterno in associazione mafiosa, sui pentiti (ma qui siamo più a desiderata politici che a effettive intenzioni di cambiamento, soprattutto dopo il niet del ministro dell’Interno Maroni), sulla stessa scansione dei processi di mafia. Il processo breve diventa lo strumento giusto. Lo criticano perché riguarda “solo” alcuni processi e alcuni reati? La soluzione del Pdl, che domani sera sarà discussa nella consulta per la giustizia presieduta da Ghedini (padre del processo breve) e il cui segretario è Enrico Costa (autore del ddl sul legittimo impedimento), è allargare il meccanismo a tutti i delitti ma con termini di fase differenti: due anni per i reati meno gravi, due anni e sei mesi per quelli un po’ più gravi, e via salendo in su fino a includere anche mafia e terrorismo.
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Finché le fasi non saranno fissate non si potrà neppure capire quali potranno essere le conseguenze sull’impatto. Certo è che le stime fatte fino a oggi sono destinate a salire in modo esponenziale. Ma qui il Pdl è pronto a tenere a freno le critiche con un’altra abile mossa: la norma transitoria, che finora parlava di legge da applicarsi per tutti i processi in primo grado, conterrà sì l’estensione ai tre gradi di giustizio, pena una manifesta incostituzionalità, ma prevederà anche uno spartiacque temporale tassativo. Il processo breve, per la prima e immediata applicazione, riguarderà i reati compiuti fino al maggio 2006, cioè quelli che destra e sinistra hanno inserito nell’indulto. Tra questi ci sono anche i processi di Berlusconi che quindi, a pieno titolo, sono destinati a cadere sotto la mannaia del processo breve anche nella versione riveduta e corretta.
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8 dicembre 2009
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