Archivio | febbraio 23, 2010

Tlc e ‘ndrangheta, riciclaggio da 2 mld. Il gip: «La più colossale frode di sempre»

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La ‘ndrangheta avrebbe messo il nome del senatore pdl Di Gerolamo sulle schede bianche

Tlc e ‘ndrangheta, riciclaggio da 2 mld
Il gip: «La più colossale frode di sempre»

Chiesto l’arresto per gli ex ad di Fastweb e Telecom Italia Sparkle, Scaglia e Mazzitelli. Indagati Parisi e Ruggiero

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Silvio  Scaglia, fondatore ed ex ad di Fastweb (Ap)
Silvio Scaglia, fondatore ed ex ad di Fastweb (Ap)

ROMA – Una gigantesca rete di riciclaggio di denaro sporco con ramificazioni internazionali per un ammontare complessivo di circa due miliardi di euro e 400 milioni di Iva evasa. E’ questo il quadro dell’operazione Phunchard-Broker, i cui dettagli sono stati resi noti dal procuratore della direzione distrettuale antimafia di Roma, Giancarlo Capaldo, nel corso di una conferenza stampa insieme al procuratore nazionale antimafia Piero Grasso. Quella emersa, stando alle parole usate dal gip nell’ordinanza, è «una delle più colossali frodi poste in essere nella storia nazionale». La vicenda chiama in causa in particolare Fastweb e Telecom Italia Sparkle. Ma secondo il gip, le modalità operative di quest’ultima «pongono con solare evidenza il problema delle responsabilità degli amministratori e dirigenti della società capogruppo alla quale appartiene Tis, ossia Telecom Italia Spa».

ARRESTI E INDAGATINella vicenda sono coinvolti alcuni dei protagonisti nel campo delle telecomunicazioni. Per Silvio Scaglia, ex amministratore delegato e fondatore di Fastweb, è stato emesso mandato di arresto, ma al momento ricercato all’estero. Scaglia ha dato mandato ai suoi difensori di concordare il suo interrogatorio nei tempi più brevi per chiarire tutti i profili della vicenda. Arresto anche per Stefano Mazzitelli, ex amministratore delegato della Telecom Italia Sparkle; per Nicola Di Girolamo, senatore del Pdl eletto nella circoscrizione estera Europa; e per un ufficiale della Guardia di finanza, Luca Berriola, attualmente in servizio al Comando di tutela finanza pubblica. Risultano poi indagati Stefano Parisi, amministratore delegato di Fastweb a partire dal primo novembre 2004 e Riccardo Ruggiero, all’epoca dei fatti presidente di Telecom Italia Sparkle. Complessivamente il gip di Roma ha disposto 56 arresti.

CHIESTA L’INTERDIZIONE La procura di Roma ha fatto richiesta formale di commissariamento di Fastweb e Telecom Sparkle. Secondo quanto si è appreso la richiesta è motivata dalla «mancata vigilanza» ed è stata fatta sulla base della legge 231 del 2001 che prevede sanzioni per quelle società che non predispongono misure idonee ad evitare danni all’intero assetto societario. Fastweb fa però sapere che nei confronti delle due aziende sarebbe stata avanzata anche una richiesta di misura interdittiva dell’esercizio dell’attività, precisando che la richiesta sarà valutata dal giudice il prossimo 2 marzo. La stessa Fastweb, in un comunicato, dice di ritenersi estranea e parte lesa in relazione alla vicenda e in ogni caso si dice pronta a garantire la continuità dell’attività ai clienti e ai 3.500 dipendenti e alle oltre 8.000 persone che lavorano per la società. Le indagini hanno avuto ripercussioni anche sulla quotazione delle due società in Borsa.

LE ORDINANZE – Sono stati i carabinieri dei Ros e la Guardia di Finanza a condurre l’inchiesta che ha portato alle 56 ordinanze di custodia cautelare. Alcuni indagati sono stati arrestati in Usa, Inghilterra e Lussemburgo. Nelle richieste di arresto ci sono anche altri ex dirigenti di Fastweb in carica tra il 2003 e il 2006 e di Sparkle. Viene loro contestato di non avere adottato le necessarie cautele per evitare che le società fittizie lucrassero crediti d’imposta per operazioni inesistenti relativi all’acquisto di servizi telefonici per grossi importi. Le parole del gip, secondo cui si sarebbe appunto di fronte ad una delle più colossali frodi della storia italiana, sono legate a diversi fattori: «l’ eccezionale entità del danno arrecato allo Stato, la sistematicità delle condotte la loro protrazione negli anni e la qualità di primari operatori di borsa e mercato di Fastweb (Fweb) e Telecom Italia Sparkle».

METODI MAFIOSIMa non c’è solo l’entità della frode: per il magistrato l’organizzazione smantellata dall’inchiesta è anche «tra le più pericolose mai individuate», proprio a causa dell’abituale collaborazione con appartenenti alla ‘ndrangheta, cui venivano intestati beni di lusso e attività economiche degli associati. Il gip tira in ballo veri e propri metodi mafiosi per descrivere l’associazione per delinquere: «Unisce – scrive il gip – all’inusitata disponibilità diretta di enormi capitali e di strutture societarie apparentemente lecite l’eccezionale capacità intimidatoria tipica degli appartenenti ad organizzazioni legate da vincoli omertosi, la cui violazione è notoriamente sanzionata da intimidazioni e violenze che, spesso, giungono a cagionare l’uccisione sia di quanti si oppongano ai progetti delittuosi che degli stessi appartenenti al sodalizio criminale ritenuti non più affidabili».

LE ACCUSE – L’accusa è associazione per delinquere finalizzata al riciclaggio e al reimpiego di capitali illecitamente acquisiti attraverso un articolato sistema di frodi fiscali. Il riciclaggio veniva realizzato attraverso la falsa fatturazione di servizi telefonici e telematici inesistenti, venduti nell’ambito di due successive operazioni commerciali a Fastweb e a Telecom Italia Sparkle rispettivamente dalle compagini italiane Cmc e Web Wizzard nonché da I-Globe e Planetarium che evadevano il pagamento dell’Iva per un ammontare complessivo di circa 400 milioni di euro, trasferendoli poi all’estero. Per realizzare la colossale operazione di riciclaggio, il sodalizio si è avvalso di società di comodo di diritto italiano, inglese, panamense, finlandese, lussemburghese e off-shore. L’Iva lucrata veniva incassata su conti esteri e poi i soldi venivano reinvestiti in appartamenti, gioielli e automobili.

BENI SEQUESTRATI – Ci sono 247 immobili, per un valore dichiarato di 48 milioni di euro, tra quanto è stato sequestrato nell’ambito dell’operazione. Nel decreto eseguito dagli uomini del Ros e della Gdf, ci sono 133 autovetture, 5 imbarcazioni per un valore di 3milioni e 700mila euro; 743 rapporti finanziari; 58 quote societarie per un valore di un milione e 944mila euro. Ma anche “crediti” nei confronti di Fastweb e Telecom Italia Sparkle, per complessivi 340 milioni di euro”, due gioiellerie. Inoltre il valore dei beni localizzati all’estero ammonta a circa 15 milioni di euro.

SWISSCOM: «NOI SAPEVAMO» – «Sapevamo delle accuse di riciclaggio e frode fiscale contro Fastweb quando la comprò nel 2007 e sapeva dei rischi a cui andava incontro» ha detto nel pomeriggio all’agenzia Ansa Josef Huber, capo ufficio stampa di Swisscom, la società che ha acquisito il controllo di Fastweb, aggiungendo che le accuse contro la società italiana erano di «dominio pubblico». Nella definizione del prezzo d’acquisto di Fastweb, spiega ancora il portavoce di Swisscom, che ha rilevato la società italiana nel 2007 versando 47 euro ad azione, «si tenne conto dei rischi legati alle accuse» mosse contro la società italiana. Swisscom, ha aggiunto Huber, valuterà con attenzione cosa fare nei prossimi giorni e «se le verrà richiesto, collaborerà con le autorità italiane» come «ha già indicato Silvio Scaglia».

Nicola Di Girolamo
Nicola Di Girolamo

LA ‘NDRANGHETA E LE ELEZIONI – Nel corso dell’inchiesta è emerso, come detto, il ruolo della ‘ndrangheta. Tramite emissari calabresi in Germania, soprattutto a Stoccarda, l’organizzazione criminale avrebbe messo le mani sulle schede bianche per l’elezione dei candidati al Senato votati dagli italiani residenti all’estero e le avrebbero riempite con il nome di Nicola Di Girolamo. Per il senatore l’accusa è violazione della legge elettorale «con l’aggravante mafiosa». Sponsor di questa operazione di supporto nell’elezione del parlamentare, sarebbe stato l’imprenditore romano Gennaro Mokbel, collegato in passato ad ambienti della destra eversiva, e che più recentemente aveva fondato il movimento Alleanza federalista del Lazio e poi il Partito federalista. Dalle indagini si è scoperto che si sono tenute alcune riunioni a Isola di Capo Rizzuto con esponenti della ‘ndrangheta per la raccolta di voti tra gli emigrati calabresi in Germania. Agli incontri avrebbero partecipato esponenti della cosca Arena. Il 7 giugno 2008 venne emesso nei confronti di Di Girolamo una misura cautelare agli arresti domiciliari, con richiesta di autorizzazione all’arresto che venne negata dal Senato (posizione che ora il Pd chiede venga rivista dall’Aula). Il presidente dei senatori del Pdl, Maurizio Gasparri, ha commentato: «Se dalle carte della magistratura emergeranno elementi, deve essere chiaro che nessuno è intoccabile. Non ci saranno impedimenti a nessun tipo di indagine». Di Girolamo ha invece bollato le accuse nei suoi confronti come «roba da fantascienza». Dicendo che «non so per quale motivo amaro mi capita questo», ha rimandato a mercoledì un suo intervento per spiegare la propria posizione.

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SCHEDA- Scaglia, detto «il mago»: uno dei mille più ricchi al mondo

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Redazione online
23 febbraio 2010

fonte:  http://www.corriere.it/cronache/10_febbraio_23/gdf-rete-riclaclaggio_814c6c20-204a-11df-a848-00144f02aabe.shtml

Una mini-centrale in cantina: Il futuro dell’energia sostenibile

GREEN ECONOMY

Una mini-centrale in cantina
Il futuro dell’energia sostenibile

Si chiamano “Bloom Box”: generatori fuel cell che alimentano un palazzo a emissioni zero. Le esperienze passate con le celle a combustibile inducono alla prudenza, ma gli investitori ci credono

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di ALESSIO BALBI

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Una mini-centrale in cantina Il futuro dell'energia sostenibile K.R. Sridhar, amministratore delegato di Bloom Energy

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UNA MINI CENTRALE elettrica, a zero emissioni e zero impatto ambientale, da installare in ogni cantina giardino entro dieci anni. E’ il progetto di una piccola società californiana che sta attirando l’attenzione di media, industria e grandi investitori. Una scommessa che, se non finirà nell’ennesima bolla, potrebbe cambiare per sempre il modo in cui consumiamo l’energia.
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Si chiama “Bloom Box”, ed è l’idea dell’ingegnere di origine indiana K.R. Sridhar. Il principio è molto semplice: in un’unità delle dimensioni di un frigorifero sono impilate una grande quantità di celle a combustibile. Da un lato delle celle entra ossigeno, dall’altro il combustibile. Una reazione chimica produce l’elettricità senza emissioni nocive. Niente di nuovo, in teoria. In pratica, l’idea di produrre energia attraverso le celle a combustibile non si è mai tradotta in realtà su grande scala, principalmente a causa degli elevati costi di gestione e della difficoltà di reperire il combustibile adatto.
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L’ingegner Sridhar, un passato alla Nasa prima di fondare la Bloom Energy, sostiene di aver risolto questi problemi: le Bloom Box possono essere alimentate con gas naturale, biomasse o solare e il loro ideatore sostiene che, entro dieci anni, chiunque potrà acquistarne una spendendo al massimo 3 mila dollari.
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Il problema è che finora nessuno, al di fuori di una ristretta cerchia, ha mai visto una Bloom Box all’opera. Ma un servizio della prestigiosa trasmissione Cbs “60 Minutes” ha acceso i riflettori su Sridhar e la sua creatura. E molti ora si chiedono se la centrale elettrica da cantina non possa essere la “next big thing”, la grande svolta nel settore dell’energia.

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GUARDA IL SERVIZIO DI 60 MINUTES
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Un nutrito gruppo di venture capitalist ha investito fino a oggi 400 milioni di dollari sulla Bloom Energy. Tra di loro c’è John Doerr, della Kleiner Perkins Caufield & Byers, noto in tutta la Silicon Valley per aver sostenuto la nascita di colossi come Google e Amazon, ma anche per clamorose sviste come quella del monopattino hi-tech Segway. Doerr ha già speso circa 100 milioni di dollari nella Bloom Energy, ed è convinto di averci visto lungo: “L’energia pulita può essere la più grande opportunità del ventunesimo secolo”, ha detto davanti alle telecamere di 60 Minutes.
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Le Bloom Box non sono ancora presenti in nessuna cantina domestica, ma alcune grandi aziende californiane, tra cui Google ed eBay, le stanno già sperimentando. Secondo l’amministratore delegato di eBay, John Donahoe, le cinque unità installate nove mesi fa nel campus della società a San Josè gli hanno già fatto risparmiare 100 mila dollari in bolletta. Un mucchio di soldi, ma non così tanti considerando che attualmente una sola Bloom Box costa più di 700 mila dollari. In California, tra incentivi e detrazioni, lo stato si fa carico di metà dei costi. Ma Sridhar sostiene che, in un arco di tempo variabile tra 5 e 10 anni, un’unità costerà meno di 3 mila dollari e potrà essere presente in ogni casa, rimpiazzando la rete elettrica in città, nei distretti industriali o nei più remoti villaggi rurali.
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La presentazione ufficiale della Bloom Energy è prevista per domani. Il progetto ha guadagnato sponsor prestigiosi, come l’ex segretario di stato Colin Powell. Ma Sridhar sogna di arrivare ancora più in alto: “Mi piacerebbe vedere una Bloom Box alla Casa Bianca, magari accanto all’orto biologico di Michelle Obama”, ha detto alla Cbs. “Ne sarei davvero felice”
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23 febbraio 2010
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Le bambine e i bambini di Gaza / La guerra sotterranea d’Israele

Le bambine e i bambini di Gaza

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di Doriana Goracci

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L’intervista che potrete leggere è breve ed essenziale, tratta dal sito Rebelion. Mi ha colpita la descrizione asciutta e la richiesta finale, rilasciata da Eisa Alsoweis Ahmada. E’ stata tradotta da una recente amica di Rete, Vanesa Volpe,conosciuta su Facebook.Curato da lei anche il video che allego alla fine su quanto scritto da Eduardo Galeano e Piombo Impunito,  sul Manifesto il 15 gennaio 2009.  Internet può servire anche a questo.Grazie a chi diffonderà.

Doriana Goracci

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Le bambine e i bambini di Gaza

Le notizie, poche, che riescono ad attraversare il muro di silenzio dei mass media europei e statunitensi sulla guerra che porta avanti Israele contro i palestinesi di Gaza, sono estremamente allarmanti. Una delle vie informative che scappano al controllo delle grandi corporazioni informative, i governi e le lobby di pressione sionista, sono gli stessi palestinesi e le loro organizzazioni solidali nel mondo. In questa occasione abbiamo parlato con Eisa Alsoweis Ahmada, che è stata vicepresidente dell’Associazione della Comunità Ispano- Palestinese “Gerusalemme” ed oggi presiede l’Associazione Amiche ed Amici della Palestina nella popolazione di Madri di Alcorcon.

In questo periodo si compie un anno da quando il governo di Israele ha dato per conclusa l’offensiva militare sul territorio di Gaza, che da molto tempo sopporta il recinto sionista senza che nessun governo occidentale si disponga ad interromperlo, farlo saltare, denunciarlo energicamente o prendere misure di pressione effettive su Israele nei centri internazionali.

-Può raccontarci come è la situazione internazionale rispetto a Israele ad un anno del compimento del genocidio israeliano- sionista contro la popolazione di Gaza?

I governi praticano la doppia rasiera. Viviamo in un mondo che serve agli interessi individuali e non alla dignità umana ne alla Giustizia Universale che pretende che tutti siano uguali di fronte alla giustizia. In Spagna si è modificata la legge per non infastidire Israele ne i suoi criminali. Al suo posto ci portano rappresentanti israeliani, membri dell’Autorità Palestinese che non hanno nessuna legittimità dal loro popolo. Per la comunità internazionale dare denaro all’Autorità Palestinese è lavarsi la coscienza e fomentare il clientelismo politico nella società palestinese. Dall’altra parte il discorso di Obama quando salì al potere non era lo stesso di oggi, si è dimenticato del conflitto e adesso parla soltanto della crisi economica che lo tocca.

-Oggi una bambina o bambino nato a Gaza, cosa vede intorno?

Distruzione, depressione, amarezza, rabbia e destrutturazione familiare. Inoltre molti bambini sono orfani. Dubitano molto che le persone grandi possano cambiare la situazione attuale perché gli adulti presentano gli stessi sintomi.

-Colazione, cibo, cena. Quali alimenti ci sono nelle loro dispense e frigo?

Il frigo è un sogno, non c’è elettricità per farlo funzionare. Gli alimenti sono gli aiuti internazionali, un sacco di farina, un sacco di riso, qualche chilo di zucchero e abbastanza cibo in scatola, questo attraverso una cartella per ogni famiglia durante il mese. La carne è un sogno per una famiglia di Gaza. Credo che, se hanno un pasto in una giornata ,si considerano fortunati.

-Tagli dell’energia elettrica, dell’acqua potabile, perché queste cose così essenziali dipendono da Israele?

E’ l’affare. A noi non è permesso costruire una centrale elettrica. Hai visto che la prima cosa che bombardano sono le strutture basiche di una città, e sempre dipende da loro. I palestinesi devono comprare l’elettricità e l’acqua da Israele al prezzo che decidono loro e certamente, parte dell’aiuto internazionale è quello di ingrossare i conti delle compagnie israeliane.

-Allora, come si sopravvive giorno dopo giorno nelle case, negli accampamenti dei rifugiati, nelle scuole, negli ospedali?

Si tratta di questo, si tratta di sopravvivere come sia, la nostra forza risiede nella nostra determinazione di continuare a lottare con tutti i mezzi a nostra disposizione fino ad ottenere il nostro Stato Palestinese libero e democratico.

-Come si realizza l’insegnamento dei bambini palestinesi nella città assediata? Di quali mezzi dispongono? Cosa usano gli insegnanti e cosa i bambini per lo studio?

Il nostro insegnamento è un esempio per il resto del mondo ,perché si porta nelle case dei bambini. La loro volontà (degli insegnanti ) di continuare ad insegnare nelle peggiori condizioni è ammirata da tutti i palestinesi, dato che, sono capaci di andare a lavorare nelle case senza farsi pagare nulla, i libri non si buttano, si passano da uno all’altro, ecc.

-Sotto quale stato d’animo e alimentare si trovano i bambini palestinesi?

Per l’infanzia palestinese la depressione e l’ansietà sono cose quotidiane. Puoi immaginare, trovandosi in questo stato, che alimentazione hanno, principalmente se consideriamo che la maggior parte delle volte non trovano nulla da portare alle loro bocche.

-Come si può aiutare la popolazione assediata da così lontano?

Affiliandosi a movimenti sociali per esigere ai governi che obblighino a Israele a compiere con la Legalità Internazionale e portare tutti i responsabili del governo israeliano davanti ai Tribunali Internazionali perché siano giudicati per i loro crimini contro il popolo palestinese.

Tantissime grazie a Eisa Alsoweis, presidente dell’Associazione di Amiche e Amici della Palestina in Alcorocon (Madrid)

Traduzione italiana curata da Vanesa Volpe

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23 febbraio 2010

fonte:  http://www.reset-italia.net/2010/02/23/le-bambine-i-bambini-di-gaza/

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La guerra sotterranea d’Israele

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La politica del crimine occulto, incarnata dalle proprie Intelligence (Mossad, Shin Bet, Aman) o dall’interazione con quelle dei Paesi alleati, è una delle radici della nazione israeliana. Un operato mai marginale e intrinseco a ogni mossa politica anche quando la mano passa ai carri e jet dell’Idf. Seppure alcune strutture, l’Aman appunto, rappresentano l’organismo segreto di Tsahal, il Mossad, big dei Servizi d’Israele che s’occupa dello scacchiere internazionale e lo Shin Bet, preposto per lo spionaggio interno, hanno sempre attuato una linea delittuosa che vive sul conflitto perenne. Numerosi gli agguati mortali degli ultimi mesi di cui sono rimasti vittime alcuni nemici: uno dei fondatori delle Brigate Qassam Mahmoud Mabhouh, trovato morto il mese scorso in un hotel di Dubai con un’inspiegabile folgorazione alla testa; due militanti sempre della fazione islamica vittime di un’esplosione a fine anno nella periferia di Beirut; il generale siriano Mohammed Suleiman ucciso in agosto in una località balneare. E ci sono ulteriori uccisioni di militanti di cui Hamas tace per non evidenziare la sua vulnerabilità.

In una fase in cui Israele sembra impossibilitato, come ha sottolineato il capo di Hezbollah Nasrallah, a fare sia la pace sia la guerra aumentano sensibilmente quelle esecuzioni mirate con cui il Mossad aveva caratterizzato il periodo fra le due Intifade palestinesi. Fu quella l’epoca in cui vennero eliminati esponenti militari e politici di tutte le organizzazioni attive nella resistenza. Uno dei primi fu Fathi al-Shikaki della Jihad Islamica, assassinato nel 1995 a Malta. Quindi Yehia Ayyash, l’abilissimo artificiere che vendicava la strage ebraica della Moschea di Abramo confezionando ordigni per attentati a pullman e ristoranti israeliani. Pur esperto della materia rimase vittima d’un congegno dinamitardo inserito in un telefono cellulare fornitogli da un palestinese reclutato da agenti israeliani. Nel novembre 2000 fu colpito Jamal al-Razek di Fatah, nel 2002 il comandante militare di Hamas Saleh Shehada moriva con familiari e vicini sotto le macerie della sua abitazione squarciata da una bombardamento aereo mentre a Beirut un’auto al plastico sventrava Jibril, figlio del leader del Fplp. Impressionarono i missili sparati nella primavera del 2004 da F16 sullo sheik paraplegico Yassin e poco dopo sull’auto di Aziz Rantisi che aveva preso il suo posto a Gaza.

I leader di Hamas, Haniyeh nella Striscia, e Meshal a Damasco rischiarono di morire colpiti rispettivamente da missili e veleno. Quest’ultimo caso, accaduto nel settembre del 1997 ad Amman, sembra una trama di spy story. Il politico e la sua guardia del corpo vennero aggrediti da due uomini che spruzzarono sulla testa di Meshal liquido velenoso. Dopo un rocambolesco inseguimento gli aggressori furono arrestati e si dichiararono agenti del Mossad, si erano aggregati a una comitiva di turisti diretti a Petra esibendo passaporti canadesi. Inizialmente il governo giordano, con cui Tel Aviv aveva preso contatti, cercò di nascondere la notizia dell’attentato, ma poiché il capo islamico rischiava paralisi e morte re Hussein intervenne direttamente avvertendo il presidente statunitense Clinton. Si rischiò la crisi diplomatica, alla fine il premier Netanyahu si preoccupò di far giungere l’antidoto e gli agenti dei Servizi d’Israele vennero scambiati con illustri prigionieri politici come Yassin. Passaporti canadesi, e stavolta europei, ricompaiono per le undici persone sospettate dell’omicidio di Dubai, anch’esso perpetrato senza uso di armi da fuoco, per il quale il capo della sicurezza degli Emirati Arabi Khalfan ha avanzato ampi sospetti su Israele.

Le esecuzioni sommarie, lo stato di guerra rivolto a militanti e civili, è una prassi mai abbandonata dal sionismo, che fra prima e seconda Intifada ha eliminato oltre quattrocento resistenti solo nelle file islamiche. Indispensabile risultò una rete amplissima d’infiltrati e collaboratori. Il noto giornalista Zaki Chehab, nato nel campo profughi di Burj El-Shamali presso Tiro, che ha narrato molte storie di palestinesi che combattono e di quelli che si vendono, sostiene come quest’ultimi in alcune fasi abbiano raggiunto le 25.000 unità allettati da denaro, promesse di lavoro, cure mediche o altro elargiti dai Servizi di Tel Aviv. Le sacche di povertà e disperazione dei campi profughi costituiscono un eccellente terreno di caccia. Ma alcune spie sono reclutate in ambienti colti e insospettabili, come Walid Hamdaieh, membro del reparto Da’wa di Hamas che s’occupava della propaganda. Aveva studiato all’Università Islamica seguendo l’indottrinamento dello sceicco Yassin ma non bastò a forgiarlo. Le minacce della tortura comminategli dopo un arresto lo spinsero verso il ruolo d’informatore. Una strada che il Mossad ripropone per tenere sempre viva la sua guerra sotterranea.

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Agenzia stampa infopal.it

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17 febbraio 2010

il pane e le rose

fonte:  http://www.pane-rose.it/files/index.php?c3:o16964:e1

ITALIA ASSURDA – Vasto, espulsa una ragazza russa. Aveva un lavoro regolare e viveva in Italia da 12 anni

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E’ successo a Vasto, e la protagonista è una ragazza russa.
E’ uscita di casa per andare dai carabinieri. Il giorno precedente era stata trovata senza il talloncino dell’assicurazione esposto: voleva capire come risolvere il problema, ma il problema si è improvvisamente aggravato.
Nell’ufficio si sono accorti che il suo permesso di soggiorno era scaduto, ed in quel momento si è accorta che per lo Stato italiano lei era considerata una criminale, e come una criminale è stata trattata.

Non è importato a nessuno che lavorasse regolarmente in Italia da dodici anni, non è importato a nessuno che fosse regolarmente assunta, non è importato a nessuno dei suoi dodici anni di contributi generosamente donati allo Stato italiano, non è importato a nessuno che in Italia avesse degli affetti, degli amici, che in Italia fosse la sua vita.
E’ stata trattenuta dalle 10 del mattino alle sette di sera, è stata accompagnata a casa per “consentirle” di fare una veloce valigia, è stata trasportata in uno di quei posti che lo Stato italiano chiama centri di identificazione ed espulsione, ma che in realtà sono carceri sovraffollati, dove le persone vengono trattate ai limiti della umana decenza.
Dopo neanche dieci giorni, e prima ancora che il suo ricorso fosse discusso è stata presa e rispedita nel suo Paese.

Così a noi che non l’abbiamo neppure potuta salutare, non rimane che indignarci e riflettere sulla deriva che il nostro paese ha preso.
Un governo che è forte con i deboli e debole con i forti. Un governo che preferisce insieme al suo apparato mediatico, creare paure e non affrontare problemi. Un governo che nulla ha fatto per regolarizzare quegli immigrati che sono entrati in Italia prima della legge Bossi-Fini favorendo la clandestinità e chi lucra sulla clandestinità, un governo che preferisce introdurre il reato di clandestinità piuttosto che regolare le entrate degli immigrati.

Noi ci chiediamo come sia possibile ignorare i princìpi che tutelano la dignità dell’essere umano, ci chiediamo come possa passare sotto silenzio questa storia, che non ha trovato spazio sui giornali locali e di cui si è occupato solo un blog (semidiceviprima.com), ci ribelliamo all’assopimento che tentano di imporci e alziamo la voce davanti a queste ingiustizie, sperando di essere il sassolino che fa cadere una valanga.

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Fabio Smargiassi

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21 febbraio 2010

fonte:  http://laltracitta.rifondazionevasto.com/2010/02/laltropensiero-3/

SCUOLA, QUESTA E’ CULTURA? – Le poesie in classe? Adesso si cantano: Arriva il cd della paroliera del premier

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CULTURA OD OPERAZIONE COMMERCIALE?

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Cantano ex sanremesi e attori. Le musiche di Loriana Lana

Le poesie in classe? Adesso si cantano Arriva il cd della paroliera del premier

Da Carducci a Pascoli: nelle scuole italiane la compilation con dieci pezzi forti della letteratura italiana

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Mario Venuti: nel cd canta «Meriggiare pallido e assorto»  (foto Ansa)
Mario Venuti: nel cd canta «Meriggiare pallido e assorto» (foto Ansa)

Praticamente è un mini Sanremo per sommi poeti. Senza principi, né fischi né orchestrali che lanciano spartiti. Ma anche qui ci sono ex festivalieri, un tenore e qualche figlioccio dei talent show.

COMPILATION IN VERSI – Si chiama «Musica e Parole. 10 in Poesia» ed è una compilation di dieci pezzi forti della letteratura italiana in versi, trasferiti su melodie inedite e trasformati in altrettante canzoni incise su cd (ascolta). Niente televoto. Il tutto si fa a scopo didattico: l’iniziativa infatti è patrocinata dal Ministero per l’Istruzione. Il cofanetto, che comprende un libretto con testo e note biografiche dell’autore, più una base musicale per esercitarsi come al karaoke, dal prossimo settembre verrà distribuito in 70.000 copie ai ragazzi delle scuole medie di sei regioni: Piemonte, Lombardia, Lazio, Abruzzo, Puglia e Sicilia. Farà parte del programma di studio. Con la speranza che appassioni alla poesia la generazione degli sms.

TOP TEN Nella speciale top ten (tra parentesi gli interpreti) ci sono: Pianto antico di Giosuè Carducci (l’attore Danilo Brugia e Idaelena), X agosto di Giovanni Pascoli (Antonino ex di Amici), I pastori di Gabriele D’Annunzio (tenore Piero Mazzocchetti), L’infinito di Giacomo Leopardi (Rossana Casale), Meriggiare pallido e assorto di Eugenio Montale (Mario Venuti), Uomo del mio tempo di Salvatore Quasimodo (Mario Lavezzi), Città vecchia di Umberto Saba (Dennis Fantina, star di Saranno Famosi e Notti sul Ghiaccio), Gabbiani di Vincenzo Cardarelli (Ivana Spagna), La madre di Giuseppe Ungaretti (Iva Zanicchi) e A Zacinto di Ugo Foscolo (Elisa Rossi da X factor e Giuseppe Zeno della fiction «L’onore e il Rispetto»).

LA PAROLIERA DEL PREMIER L’idea è venuta al produttore teatrale torinese Alfredo Orofino, in collaborazione con l’istituto professionale «Umberto Pomilio» di Chieti. E le musiche sono di Loriana Lana, che dopo aver lavorato con Bacalov, Zero e Morricone, è diventata famosa come paroliera ufficiale del premier. Con cui ha scritto a quattro mani Tempo di Rumba e altre hit del prossimo cd presidenziale in duo con il fido Apicella, in uscita a marzo. «Il ministero ci ha dato un contributo di 60 mila euro, al resto penseranno gli sponsor», spiega Orofino, che dedica l’opera ad Alda Merini. Entusiasta la Zanicchi: «Ho scelto io il brano di Ungaretti, l’ho conosciuto, ci siamo frequentati, ed è rimasto nel mio cuore. Leggerlo mi commuove sempre profondamente, dopo mi sento più serena. Spero che il cd piaccia anche ai ragazzi, ormai a scuola le poesie non si studiano più».

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Giovanna Cavalli
22 febbraio 2010

fonte:  http://www.corriere.it/cronache/10_febbraio_22/musica-poesia-cavalli_684ca0d6-1ff1-11df-b445-00144f02aabe.shtml

«Io costretta a licenziarmi perché ho avuto una bimba» / In Italia oltre un quarto delle donne lascia il lavoro dopo la maternità

«Io costretta a licenziarmi
perché ho avuto una bimba»

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Denuncia choc di una manager, interviene la Carfagna: si applichi la legge

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Mamma e figlia fotografate nella loro casa  (Fotogramma)
Mamma e figlia fotografate nella loro casa (Fotogramma)

MILANO — «Ciao Stefania, mi chiamo Piera, ho letto la tua storia sul Corriere. Anche io ci sono passata, non ero una manager, ma una semplice impiegata. Fatto sta che tornata dalla maternità le pressioni sono state tali che mi sono dovuta dimettere. Non mollare, per i nostri figli. Perché possano sempre sapere cosa è giusto e cosa no».

Diventa un caso la storia di Stefania Boleso, mamma-manager milanese costretta alle dimissioni al rientro dalla maternità. Dopo l’articolo di ieri, sono stati centinaia i messaggi di solidarietà come questo arrivati alla signora Boleso. Il racconto sul sito del Corriere è stato il più letto del giorno, con 115 mila clic e poco meno di 400 commenti. Due le parole chiave della vicenda. Coraggio: perché la dirigente non ha omesso il nome dell’azienda che l’ha spinta alle dimissioni, la multinazionale austriaca Red Bull. Giustizia: perché molte mail parlano di situazioni simili. E della voglia di una mondo diverso, dove le donne non siano costrette a scegliere tra lavoro e famiglia. «Mai mi sarei aspettata tanta solidarietà — si sorprende oggi Boleso —. Certo, qualcuno mi ha fatto notare che questa denuncia rischia di impedirmi di trovare un nuovo lavoro. Ma per una volta non ho voluto fare valutazioni di pura utilità. Ho preferito raccontare le cose come stanno». Stefania Boleso oggi parla dalla sua casa nel centro di Milano e sullo sfondo si sentono i gridolini della figlia, la piccola Alexandra, un anno.

«Quando rimasi incinta mai avrei immaginato che dopo pochi mesi mi sarei trovata qui, senza lavoro — racconta —. A 39 anni pensavo di potermi permettere un figlio. Tanto più che in azienda avevo sempre dato il massimo, creando da zero il dipartimento marketing di cui ero responsabile, con 28 persone e un budget da 18 milioni di euro l’anno da gestire». Boleso si era organizzata per fare fronte al nuovo ruolo di mamma-manager. «Per essere tranquilla avevo assunto una baby sitter a tempo pieno. Il 30 settembre scorso ho ripreso il lavoro. A dire il vero non lo avevo mai lasciato del tutto: anche durante i nove mesi di maternità ho sempre mantenuto i contatti. Sono anche rientrata per partecipare a riunioni importanti. Fatto sta che quel giorno subito è squillato il telefono: «”Dottoressa, il direttore generale la aspetta nel suo ufficio”. Senza giri di parole mi ha spiegato che non c’era più bisogno di me. E mi hanno proposto una buonuscita». Lì per lì ha vinto l’orgoglio. Boleso ha deciso di fare la dura e ha rifiutato i soldi. Per tutta risposta l’azienda le ha tolto la vecchia mansione e l’ha sistemata in uno stanzone al piano terra, distante cinque piani dagli altri uffici. «Ho resistito poche settimane. Poi è arrivato il primo attacco di panico. Il medico del pronto soccorso mi ha detto chiaro che avanti così la situazione non poteva che peggiorare. Rischiavo l’esaurimento. Fossi stata da sola avrei tenuto duro. Ma ho una famiglia, non mi sono sentita di far subire questa situazione a figlia emarito. Così ho ceduto. Il 18 dicembre mi sono dimessa in cambio di una buonuscita».

Ora la vicenda della manager muove anche il palazzo. «Il grave episodio della manager licenziata dopo il periodo di maternità rispecchia tutta l’inadeguatezza nel definirci un Paese realmente moderno», si indigna il ministro delle Pari Opportunità, Mara Carfagna. «Mi dispiace che si debba evocare la legge per sanare un’ingiustizia che non dovrebbe essere frutto dei nostri tempi — continua Carfagna —. Da molto avremmo dovuto capire che un figlio non è solo una gioia per chi lo mette al mondo, ma anche un investimento e un servizio per il Paese, se proprio vogliamo ridurre la questione ad un fattore puramente economico. Detto questo, le leggi a tutela della maternità ci sono e non vanno considerate come polverosi soprammobili. Ma applicate nella loro interezza come strumenti di equità sociale».

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Notizie correlate

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Rita Querzè
rquerze@corriere.it
23 febbraio 2010

fonte:  http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/10_febbraio_23/costretta-licenziarmi-querze-bimba-1602520891860.shtml

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Indagine di Manageritalia: mentre nel resto d’Europa, Spagna e Grecia compresa, l’abbandono dopo la nascita di un figlio è una curva a ‘U’ che risale dopo tre anni, in Italia l’inversione non arriva mai

In Italia oltre un quarto delle donne lascia il lavoro dopo la maternità

Lavoce.info: più nascite nelle regioni con un alto tasso di occupazione femmile . Gli esempi di Campania ed Emilia
Le economiste di Ingenere: inadeguato il piano Carfagna-Sacconi, continua a poggiarsi sulle nonne

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di ROSARIA AMATO

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In Italia oltre un quarto delle donne  lascia il lavoro dopo la  maternità
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ROMA – Lavoro e maternità in Italia sono più inconciliabili che in qualsiasi altro Paese europeo, compresi Spagna e Grecia. Lo ricorda il rapporto presentato oggi da Manageritalia, secondo il quale in Italia oltre un quarto delle donne occupate abbandona il lavoro dopo la maternità. Ma mentre “in tutti i Paesi europei l’occupazione delle neomamme mostra un percorso a U, con una forte discesa nei primi tre anni di vita del bambino e un graduale ritorno al lavoro in seguito”, solo in Italia “il tasso d’occupazione delle donne continua a calare al crescere dell’età dei figli”.
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Sarà per questo che il tasso di natalità in Italia nel 2009 ha registrato un ulteriore, sia pur modesto, peggioramento, passando dall’1,42 del 2008 all’1,41 (nonostante, come ricorda l’Istat, a sostenere negli ultimi anni il tasso di natalità siano in misura consistente le donne immigrate). I dati, però, rilevano gli economisti della Voce.info Daniela Del Boca e Alessandro Rosina, non sono omogenei in tutte le regioni, e mostrano invece tendenze opposte tra le regioni con una buona occupazione femminile e quelle nelle quali invece l’occupazione femminile è bassa. Prendendo ad esempio due regioni estreme, la Campania e l’Emilia Romagna, (la prima ha un tasso di occupazione femminile del 27,3 per cento, la seconda del 62,1 per cento), in 15 anni in Campania si è passati da un numero medio di 1,51 figli per donna a 1,42, mentre in Emilia Romagna nello stesso periodo si è passati da 0,97 a 1,48. Segno che alla lunga le politiche di sostegno all’occupazione femminile, a cominciare dagli asili nido, producono effetti positivi anche sotto il profilo della natalità. Dove si lavora di più, insomma, si fanno più figli, e non il contrario, come si potrebbe pensare. “Il confronto tra questi due estremi evidenzia ulteriormente come partecipazione delle donne al mercato del lavoro e maternità possano crescere assieme, anche in anni difficili, in presenza  di adeguate politiche”, sottolineano i due economisti.

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E’ proprio l’abbandono del posto di lavoro dopo la nascita del primo o del secondo figlio, rileva il rapporto di Manageritalia, a mantenere bassissimo in Italia il tasso di occupazione femminile. Infatti “oggi in Italia se prima della nascita del figlio lavorano 59 donne su 100, dopo la maternità ne continuano a lavorare solo 43, con un tasso di abbandono pari al 27,1 per cento”. Una decisione sulla quale non incidono solo le esigenze di cura dei figli, aggravate dalla mancanza di servizi sociali adeguati, ma spesso anche il fatto che “molto spesso il rientro in azienda dopo la maternità costituisce un momento particolarmente critico del rapporto impresa-dipendente con il rischio di una eventuale mobbizzazione se non una definitiva induzione a lasciare il lavoro”.
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E quindi l’Italia ha un tasso di occupazione femminile intorno al 46 per cento, contro il 58 per cento abbondante della media europea. Dato stigmatizzato infinite volte, ma senza mai trovare soluzioni adeguate, denunciano da più parte gli economisti e in particolare le economiste. Sul sito Ingenere.it, on line da poche settimane, nato con l’obiettivo di affrontare i principali temi economici dal punto di vista delle donne, Maria Letizia Tanturri, ricercatore di Demografia alla Facoltà di Scienze Statistiche dell?U niversità di Padova, sottolinea come anche il recente piano Carfagna-Sacconi (il documento “Italia 2020. Programma di azioni per l’inclusione delle donne nel mercato del lavoro”) continui “a puntare sulla solidarietà intergenerazionale”, senza prevedere azioni concrete di sostegno. Ma cosa succederà, si chiede Tanturri, “nel 2020 quando le politiche per l’invecchiamento attivo – in accordo con le normative europee e con gli intenti dei ministri – innalzeranno l’età pensionabile per gli uomini, ma sopratutto per le donne?”. Che le nonne non saranno più a disposizione di figlie e nipoti, lo sgretolamento definitivo della famiglia italiana tradizionale, sempre più “un gigante dai piedi d’argilla”.
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La probabilità di uscire dal mercato del lavoro aumenta significativamente per le madri sotto i 24 anni (72 per cento) e per le donne meno istruite (68 per cento tra le donne che si sono fermate alla licenza media contro il 24,5 per cento delle laureate), e si triplica per le mamme che al momento del concepimento lavoravano a tempo determinato. Nel settore pubblico il “rischio-abbandono” scende al 25 per cento, mentre nel settore privato la probabilità è maggiore per le operaie (37,6 per cento) e scende gradualmente fino ad arrivare a chi ha un ruolo manageriale (12,9 per cento). Tuttavia, rileva Manageritalia, se anche le donne manager tendono a rimanere al loro posto dopo la nascita di uno o più figli, sono quasi sempre costrette ad abbandonare le aspirazioni di carriera. Per il 59 per cento degli intervistati le ragioni stanno nella “perdita di influenza e di ruolo”, per il 30 per cento sono dovute a “difficoltà connesse alla ristrutturazione organizzativa” e per il 27 per cento a “ristagno nel trattamento economico”, e infine per il 23 per cento al mobbing.
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La maternità, insomma, diventa un problema, in un mondo del lavoro che comunque in Italia tende a emarginare la donna, e in un panorama che non offre al momento un adeguato piano di progetti e investimenti pubblici. Proverà a dare un contributo in questa direzione il progetto “Un fiocco in azienda”, presentato oggi a Milano da Manager Italia e l’associazione La Casa Rosa, con il patrocinio della Regione Lombardia e della Provincia di Milano e il contributo del Comune di Milano. Il progetto offre un supporto concreto alle madri per evitare di cadere nella depressione post-partum e al reinserimento nel lavoro, evitando quanto più possibile situazioni di conflitto o di mobbing.
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22 febbraio 2010
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