Archive | dicembre 28, 2010

ROMA – Atac, ex Nar rischia il licenziamento dopo frasi antisemite e insulti a studenti / CHI E’ – Francesco Bianco, guidava lui l’auto degli assassini di Roberto Scialabba

L’omicidio di Roberto Scialabba. Il Bianco era l’autista del commando – fonte immagine

Atac, ex Nar rischia il licenziamento
dopo frasi antisemite e insulti a studenti

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Avviata indagine interna. Il Pd insorge e Alemanno condanna: atto odioso. La comunità ebraica: punire i responsabili

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di Claudio Marincola
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ROMA (28 dicembre) – Dalle loro stanze si scambiavano consigli su Facebook, su cosa lanciare sul corteo degli studenti che passava sotto i loro uffici e sotto la rimessa dell’Atac. E ora l’azienda romana, già nella bufera per la Parentopoli venuta a galla negli ultimi mesi, ha avviato un’indagine interna. L’ennesima.

Sotto accusa sono finiti alcuni dipendenti e in particolare l’ex Nar Francesco Bianco, assunto come impiegato nonostante abbia sulle spalle precedenti di vario genere. Se dal suo computer risulterà che effettivamente mercoledì scorso lui era lì che chattava insultando e schernendo i manifestanti «verranno presi gli opportuni provvedimenti disciplinari», fa sapere con un comunicato l’azienda, esprimendo «solidarietà al presidente della comunità ebraica Riccardo Pacifici per le parole violente e antisemite di cui è stato fatto oggetto».

Il caso “Facebook” è l’ultimo di una lunga serie. Mostra in modo impietoso uno spaccato interno. Colpisce per i toni, per la dimensione delle parole. Non a caso a voler chiarire la vicenda è innanzitutto il nuovo a.d. Maurizio Basile, chiamato dal sindaco Alemanno a risanare l’Atac e a darle un’immagine diversa.

Basile avrebbe lasciato intendere ai suoi collaboratori che non verrà fatto alcuno sconto. Tradotto in atti ufficiali vorrebbe dire licenziamento. I contenuti riportati sul social network e pubblicati da “Il Messaggero” erano visibili a tutti. Il presidente della Regione Lazio Renata Polverini e quello della provincia Nicola Zingaretti esprimono solidarietà alla Comunità ebraica romana e al suo presidente Pacifici. E così anche il sindaco Alemanno che ieri mattina ha parlato con i vertici di Atac.

«L’azienda – dichiara il sindaco – mi ha garantito una rapida indagine e l’assunzione di adeguati provvedimenti, qualora si accertasse l’utilizzo di un social network su un’utenza aziendale per fini privati e per i contenuti gravemente offensivi e antisemiti come quelli apparsi sulla stampa. Voglio esprimere la mia solidarietà al presidente Pacifici e a tutta la comunità ebraica di Roma: comportamenti di questo tipo sono inaccettabili da parte di chiunque e diventano ancora più odiosi se provenienti da un dipendente di un’azienda comunale». E l’opposizione torna a criticare duramente il Campidoglio. Il vice presidente del Senato Vannino Chiti, Pd, parla di «sentimenti di violenza inaccettabili» e di «parole incompatibili con la nostra democrazia.

Evidentemente l’ex esponente dei Nar non si è ravveduto e non ha ripudiato il suo passato, come invece ha garantito il sindaco Alemanno a proposito di tutti gli ex terroristi che hanno preso parte alla grande infornata di assunzioni realizzata dalla destra».

La Comunità ebraica, in una nota del portavoce Ester Mieli – si dice «stupita» nell’apprendere che «personaggi di aziende pubbliche hanno rivolto espressioni antisemite nei riguardi del presidente Pacifici». E aggiunge: «Ringraziamo l’opposizione per la solidarietà espressa nei riguardi del presidente Pacifici e il sindaco Alemanno per aver preso le distanze da contenuti offensivi per la cittadinanza tutta e per aver avviato un’indagine che faccia luce sulla faccenda. Ci auguriamo che vengano presi provvedimenti disciplinari contro chi ha commesso tali offese».

L’elenco dei neoassunti nelle municipalizzate comprende altri ex estremisti di destra. Alcuni, come Giancarlo Ponzio, hanno dimostrato di avere i titoli per meritarsi la scrivania. Altri sono finiti invece nel mirino, sia per il loro passato turbolento che per il presente. E’ il caso di Stefano Andrini, chiamato dall’ad Panzironi all’Ama, a svolgere una funzione manageriale. Attirandosi altre critiche. «Il sindaco dovrà spiegare alla città come si è arrivati a questo uso privatistico delle aziende comunali», incalza Massimiliano Valeriani, il consigliere comunale che il Pd ha schierato per marcare stretto il settore trasporti. Altri esponenti del Pd (Foschi e Masini) vedono spuntare «una fascistopoli». Mentre Alessandro Onorato, capogruppo Udc, rileva che «le battute antisemite, l’istigazione alla violenza, gli attacchi di Francesco Bianco alle manifestazioni degli studenti apparsi su Facebook, insieme all’incoraggiamento e all’elogio delle raccomandazioni, sono solo l’ultima terribile pagina che coinvolge l’Atac, ancora più preoccupante se si considera lo spaventoso deficit con cui l’azienda chiuderà l’anno». Maruccio (Idv) si spinge oltre e arriva a chiedere «le dimissioni di Alemanno».

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=132318&sez=HOME_ROMA

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Francesco Bianco, guidava lui l’auto degli assassini di Roberto Scialabba. Arrestato la prima volta a 16 anni perché sparava a Piazzale Clodio…

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il neofascista Alemanno in una foto d’epoca – fonte immagine

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martedì, dicembre 28th, 2010
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Francesco Bianco. Ovvero dai Nar a Forza Nuova, un trentennio di partecipazione all’estremismo fascista e di impunità che ai tempi di Alemanno vale evidentemente un posto all’Atac. Alemanno aveva inizialmente ricordato il diritto al reinserimento nella società anche per chi si sia macchiato di crimini e violenze. Certo. Ma ritrovare questo Bianco ancora poco tempo fa in forza Nuova, con posizioni di rilievo, rende la posizione dell’ex “autista dei Nar” decisamente indifendibile. E poi aver fatto parte dei Nar non è cosa da poco.

Ai Nar infatti sono accreditati nell’arco di sette anni tra il 77 e il 1981 ben 33 omicidi di giudici, poliziotti, militanti di sinistra, perfino persone scambiate per altre. In uno di questi omicidi – quello di Roberto Scialabba – è coinvolto sicuramente anche lui. Ma in quel periodo sanguinoso è stata anche commessa la strage della stazione di Bologna, con i suoi 85 morti, di cui hanno dovuto rispondere i capi Fioravanti e Mambro, che se ne dichiarano estranei.

Ed è proprio per la strage di Bologna che il nome di Bianco si trova associato, nel 1980, con quello di altri 27 fascisti nei mandati di cattura emessi dalla procura bolognese. Di tutti i suoi arresti, cominciati come vr4dremo a 16 anni, quello è stato certamente il più rumoroso anche se poi è finito nel nulla.

Strage di Bologna – Per la strage alla stazione di Bologna il 26 agosto 1980 la Procura della Repubblica di Bologna emise infatti ventotto ordini di cattura nei confronti di militanti di estrema destra dei Nuclei Armati Rivoluzionari. Gli ordini di cattura riguardavano Roberto Fiore e Massimo Morsello (futuri fondatori di Forza Nuova), Gabriele Adinolfi, Francesca Mambro, Elio Giallombardo, Amedeo De Francisci, Massimiliano Fachini, Roberto Rinani, Giuseppe Valerio Fioravanti, Claudio Mutti, Mario Corsi, Paolo Pizzonia, Ulderico Sica, Alessandro Pucci, Marcello Iannilli, Paolo Signorelli, Pier Luigi Scarano, Francesco Furlotti, Aldo Semerari, Guido Zappavigna, Gian Luigi Napoli, Fabio De Felice, Maurizio Neri e Francesco Bianco.

Furono subito interrogati tutti tra Ferrara, Roma, Padova e Parma. Salvo essere poi scarcerati nel corsoi del 1981. La vicenda è poi nota: sul banco degli accusati di quel nucleo storico sono rimasti  Giusva Fioravanti e Francesca Mambro, che condannati si proclamano estranei alla strage. Ma con quell’arresto la posizione di Bianco era certamente stata riconosciuta come quantomeno quella di un membro di riguardo degli originari Nar.

Processo ai Nar – Dopo Bologna Francesco Bianco riesce poi per una seconda volta a cavarsi d’impaccio, stavolta a Roma, durante il processo ai Nar.

Nel 1985 infatti la III Corte d’Assise di Roma lo rimette in libertà per decorrenza termini.

Il processo ai Nar si era concluso con cinquantatré condanne per quasi quattro secoli di carcere. Alla sbarra in 57. Le condanne più pesanti avevano riguardato Valerio (Giusva) Fioravanti (22 anni e 8 mesi), Dario Pedretti (20 anni e 5 mesi) Luigi Aronica (18 anni e 2 mesi), Marco Di Vittorio (16 anni e 11 mesi), Livio Lai (13 anni e 4 mesi) e Fabio Valencic (12 anni e 2 mesi).

I reati contestati agli imputati si riferivano a rapine in armerie, negozi e istituti di credito; omicidio; tentati omicidi; aggressioni e incursioni in sezioni di partito e negli studi di “Radio Città Futura”; tutti avvenuti tra il 1977 e il 1981.

Per l’ episodio più grave, l’ assassinio del giovane Ivo Zini, i giudici avevano però assolto Mario Corsi per non aver commesso il fatto, ma lo avevano condannato a 9 anni per altri reati.

Assolti erano stati anche il latitante Amedeo De Francisci, Paolo Morelli e Alfredo Graniti.

Le altre condanne erano state inflitte a Gilberto Falcioni (12 anni e 9 mesi) Claudio Conti e Giuseppe Dimitri (12 anni) Francesca Mambro (11 anni e 7 mesi), ai latitanti Massimo Morsello e Andrea Pucci (9 anni e 11 mesi), a Nicola Frega (9 anni e 10 mesi), Gabriele De Francisci (8 anni e 8 mesi) Paolo Pizzonia (8 anni e 6 mesi), Stefano Tiraboschi e Domenico Maghetta (8 anni e 2 mesi). Agli altri imputati pene variabili dagli 8 anni a un anno e sei mesi.

La Terza Corte di Assise aveva infine ordinato la scarcerazione per decorrenza dei termini per Mario Corsi, Domenico Del Fra, Fausto Vecchi, Patrizio Tronchei, Francesco Braghetta, Gabriele De Francisci, Paolo Lucci Chiarissi, Roberta Manno, Paolo Pizzonia, Claudio Ragno e Frfancesco Bianco. I giudici avevano condannato a 6 anni e sei mesi, il pentito Cristiano Fioravanti, fratello di “Giusva”. La sua condanna era stata superiore alla pena che aveva richiesto il pm Nitto Palma. Per l’ irruzione alla sede di “Radio Città Futura” durante la quale erano state ferite quattro donne, i giudici avevano deciso di assegnare una provvisionale di 30 milioni di lire per ognuna delle vittime.

Il primo carcere nel ’77. Ma come era nato Francesco Bianco? La sua traccia nei libri che si occupano della galassia nera – da “Il piombo e la celtica” di Nicola Rao, edito da Sperling g & Kupfer, a “Destra estrema e criminale” di Mario Caprara e Gianluca Semprini – , è quella di un  sostanziale gregario dei Fioravanti, presente però in alcuni dei più efferati atti criminali dei Nar.

La prima volta in carcere di Francesco Bianco è un po’ di anni prima, a metà degli anni ’70. Nel 1977 sconta infatti tre mesi di carcere nel minorile di Casal del Marmo, con un’accusa che da tentato omicidio che gli viene poi derubricata in spari in luogo pubblico. I fatti risalgono al marzo del 1977 e Bianco ha sparato  contro un gruppo di militanti di sinistra subito fuori del Tribunale di Piazzale Clodio. Era con Ferdinando Ferdinandi. Tutti e due sparano. Ad acchiapparlo  è il maggiore dei carabinieri  Antonio Varisco, futura vittima del gterrorismo. “Mi ricordo che dava dei cazzotti al pomo d’Adamo di Ferdinandi e gli urlava: “Dove sta la poistola? Dove hai nascosto la pistola?”, ricorda il Bianco.

A Rao ne “Il piombo e la celtica” Francesco Bianco che all’epoca aveva 17 anni fa questa ricostruzione: “Nel marzo del ’77 qualcuno mi aveva dato una pistola calibro 7,65 modello 70. Era talmente nuova che non riuscivi ad armarla per quanto era dura…All’epoca al tribunale ci entravi come niente, c’erano controlli all’acqua di rose…”. Inseguiti da militanti di sinistra i due fascisti, lì per un processo ad altri loro camerati, guadagnano l’uscita sulla strada laterale oggi dedicata a Mario Amato. E lì sparano contro i giovani di sinistra. Molti colpi. Finché non vengono arrestati…

Le prime aggressioni. Bianco era arrivato a Monteverde Vecchio poco tempo prima dalla Magliana e si era unito ai fascisti locali con i due Fioravanti in testa. A Rao ha raccontato le prime gesta, con un primo assalto a suon di chiavi inglesi a militanti di sinistra al Giardino degli Aranci. Poi ha riferito delle adunate in una villa del banchiere napoletano Cacciapuoti, vicino al Fungo, dove per Capodanno del ’78 Bianco e gli altri avevano sparato in aria con un fucile della villa. Frequentatori del Fungo con Bianco erano allora i Fioiravanti, Massimo Carminati poi nella banda della Magliana, i fratelli Bracci, Franco Anselmi, Alberto Giaquinto (a cui Luca Telese ha dedicato uno dei “Cuori neri”).

In quella villa accanto al Fungo si radunano in una cinquantina una sera, lo riferisce Cristiano Fioravanti diventato poi collaboratore di giustizia, e decidono di rispondere con un attentato alla spirale innescatasi nel dicembre ’77 con vari ferimenti da una parte e dall’altra. “C’erano Valerio Fioravanti, Alessandro Alibrandi, Franco Anselmi e Francesco Bianco…”, così dice Cristiano Fioravanti nel libro di Rao.

Poi ecco Bianco di nuovo in azione dopo l’attentato alla sezione missina di Acca Larentia, in cui muoiono due iscritti. “Arrivammo là che Recchioni era stato appena colpito – ricorda Bianco -. E non ce ne andammo più. La prima sera cui furono scontri durissimi con i carabinieri. Mi ricordo il giorno dopo la foto di un blindato che avrà ricevuto almeno venti colpi di pistola…”

L’omicidio Scialabba. Ed eccoci al 28 febbraio del ‘78. Dario Perdetti, dei Nar, appena uscito dal carcere gli dice: “Dentro mi hanno dato una dritta. Dicono che a sparare ad Acca Larentia sono stati i compagni del centro sociale di via Calpurnio Fiamma”. Così il 28 tre auto lasciano il Fungo. Una è guidata da Francesco Bianco. Lo ricorda lui stesso a Rao: “Io guidavo una delle auto…”. Tutta la dinamica è stata poi riferita definitivamente nel 1982 da Cristiano Fioravanti, ormai collaboratore di giustizia.

“Sulla 132 – ha spiegato Cristiano Fioravanti – prendemmo posto io, Valerio, Alibrandi, Anselmi e il Bianco…”. Insomma il nucleo più duro. Sulle altre due ci sono,tra gli altri Pedretti, Massimo Rodolfo, Paolo Cordaro. Obiettivo, Cinecittà. Le tre auto avevano puntato  su una palazzina occupata di via Calpurnio Fiamma, ma la polizia ha appena sgomberato l’edificio.  Allora gli otto fascisti ripiegano su don Bosco, a poche centinaia di metri. Sapevano che lì si ritrovavano la sera militanti di sinistra. “Parcheggiai a un centinaio di metri da un gruppo di ragazzi, seduti su una panchina – ha riferito Bianco a Rao -. Gli altri sono scesi e hanno cominciato a sparare. Mi ricordo che a Franco (Anselmi, ndr) si inceppò una pistola, così tornò di corsa alla macchina, io gli diedi la mia, lui tornò là e riprese a sparare…”. Racconta Cristiano Fioravanti: “Il Bianco rimase al volante della sua autovettura e ugualomente rimase a bordo della stessa come copertura Alibrandi. Dalla macchina scendemmo io, Valerio e Anselmi. Io ero armato di una pistola Flobert calibro 6 modificata in modo da sparare colpi calibro 22. Valerio aveva una 38 franchi 6 pollici e Anselmi una Beretta calibro 7,65. Scesi dalla macchina abbiamo percorso alcuni metri a piedi andando di fronte al gruppo di persone che avevamo visto. Mi sembra che abbiamo fatto subito fuoco. Io sono sicuro di aver colpito una delle persone verso la quale avevo sparato uno o due colpi e non potei spararne altri perché la pistola s’inceppò. Anselmi scaricò tutto il caricatore della sua pistola, non so dire se abbia colpito qualcuno, perché fra di noi aveva stima di essere un pessimo tiratore e lo soprannominavamo “il cieco di Urbino”. Valerio colpì uno dei giovani che cadde a terra. Visto ciò Valerio gli salì a cavalcioni sul corpo, sempre rimanendo in pedi e gli sparò in testa un colpo o due. Quindi si girò verso un ragazzo che fuggiva urlando, e sparò anche contro questo ma senza colpirlo…Alibrandi era armato di una Beretta calibro 9 corto, mentre il Bianco aveva una calibro 22 datagli da Massimo Rodolfo…”.

In questo modo è morto dunque Roberto Scialabba. E così fu ferito suo fratello. Il Messaggero il giorno dopo: “Le indagini sono indirizzate verso un regolamento di conti nell’ambiente dei drogati e degli spacciatori. L’ipotesi del movente politico per la polizia per ora è da escludere”. Passa ancora un giorno ed è Repubblica a titolare finalmente: “E’ stato un delitto nero, altro che giro di droga”. Francesco Bianco fu poi incriminato per concorso in omicidio e se la cavò di nuovo.

L’assalto all’armeria – Pochi giorni dopo, il 6 marzo del 1978, Bianco era di nuovo in un gruppo d’assalto, stavolta contro l’armeria Centofanti a Monteverde Vecchio. Nell’azione rimase colpito a morte Franco Anselmi. Francesco Bianco era alla guida dell’auto rubata con cui il gruppo di fuoco, guidato da Giusva Fioravanti,  doveva fuggire.

“L’idea della rapina all’armeria fu di Valerio – ha riferito Bianco a Rao -. Ma serviva una macchina, così la sera prima la rubammo io e Cristiano Fioravanti a una pompa di benzina sulla Laurentina”. Poi la rapina. E Anselmi che viene freddato dai derubati. “La reazione degli altri neofascisti – scrisse la cronaca del Messaggero – è immediata e violenta. Sentiti gli spari si voltano verso l’armeria e aprono il fuoco”. Preso dal panico Bianco fa per scappare abbandonando gli altri al loro destino ma deve fare i conti con un infuriato Fioravanti che glielo impedisce “puntandogli la pistola alla nuca”, scrivono Caprara e Semprini in “Destra estrema e criminale”.

E poi?  Nel 1980 – come già ricordato – Bianco è stato incarcerato per Bologna. Un anno brutto, il 1980: il 25 marzo infatti l’avevano anche accusato di un paio di attentati ai cinema Garden e Induno di Roma. Nel 1981 in carcere a Viterbo rischiò di farsi scannare da un branco di guappi ai quali aveva mancato di rispetto. Poi fu rimesso in libertà.

Forza Nuova – Vent’anni dopo ritroviamo Francesco Bianco segretario romano di Forza Nuova. Nel 2000, nel corso di una conferenza stampa, successiva all’attentato di Andrea Insabato al Manifesto (22 dicembre),  aggredisce un giornalista, Guido Ruotolo della Stampa. Bianco che di lavoro fa ora l’edicolante, rivendica l’amicizia con Insabato e sostiene di averlo incontrato la mattina dell’attentato: perché il Manifesto – chiede provocatoriamente Bianco prima di prendere a pugni Ruotolo – può ospitare in redazione ex brigatisti (Geraldine Collotti e Francesco Piccioni), mentre quelli di Forza Nuova non possono dare lavoro a camerati ex detenuti (Insabato, ma anche Rosario Lasdica o Davide Petrini)?

Di tutti questi trascorsi gli è restata in faccia sulla guancia una lunga cicatrice, ricordo di quegli anni in cui venivano uccisi giovani di sinistra come Valerio Verbano e funzionari come il giudice Amato.  Neanche la cicatrice vistosa sembra aver turbato l’ufficio personale dell’Atac che, grazie ai buoni uffici della giunta Alemanno, l’ha ingaggiato, un fatto che appare sufficientemente grottesco per non dire peggio.

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fonte:  http://www.brogi.info/2010/12/francesco-bianco-guidava-lui-lauto-degli-assassini-di-roberto-scialabba-arrestato-la-prima-volta-a-16-anni-perche-sparava-a-pizzale-clodio.html

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Denunciata da una mamma per il topless sarà risarcita con 25mila euro

Denunciata da una mamma per il topless
Sarà risarcita con 25mila euro

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topless sulla spiaggia di Cap D’Adge fonte immagine

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di Roberta Pumpo
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ROMA (28 dicembre) – Dopo la soddisfazione per l’archiviazione sono arrivati anche i soldi. A sborsare il denaro per il risarcimento dei danni è stata la donna che ad agosto aveva denunciato una procace commessa romana per atti osceni in luogo pubblico a causa di quel topless che oggi, invece, si è trasformato in un “prezioso” cadeau di Natale che ha fatto guadagnare alla bella ragazza ben venticinquemila euro.

Si chiude così la storia di Luisa, attraente commessa di 26 anni, che era stata denunciata da una mamma anche lei romana, e successivamente prosciolta dal Tribunale di Velletri dall’accusa di atti osceni in luogo pubblico. Il giudice per le indagini preliminari in sessione feriale aveva da subito stabilito che spalmarsi la crema solare sul seno nudo mentre si prende il sole in topless in spiaggia, non costituisce reato, disponendo quindi l’archiviazione del procedimento a carico dell’avvenente e giovane commessa per «totale insussistenza dei requisiti oggettivi e soggettivi richiesti dal reato di atti osceni in luogo pubblico».

Sono bastati pochi giorni perché la vicenda apparentemente futile divenisse una notizia di interesse mediatico internazionale tanto da essere riportata a caratteri cubitali non solo dai quotidiani nazionali ma anche da prestigiose testate straniere come “The Telegraph”, “The Vancouver Sun”, “Daily Mail” e il “Daily news”.

L’episodio risale a lunedì 9 agosto scorso. Luisa, avvenente e prosperosa commessa in un negozio di abbigliamento nella centrale via del Corso, era al sole su una affollata spiaggia libera tra Lavinio e Anzio. Mentre era intenta a spalmarsi la crema solare sul seno (quarta misura) era stata aspramente redarguita da una mamma, vicina di ombrellone, in spiaggia con i suoi due figli maschi di 12 e 14 anni. Secondo la donna, con il suo comportamento Luisa stava «turbando» l’integrità morale degli adolescenti, da lei sorpresi mentre osservavano con estrema attenzione l’attività dell’avvenente commessa tralasciando i loro abituali giochi in spiaggia.

La signora aveva quindi invitato la ragazza a “ricomporsi” e, visto il netto rifiuto della giovane di indossare il pezzo di sopra del bikini, dopo un aspro litigio, aveva preso i suoi due figli e si era recata negli uffici del commissariato di Anzio dove aveva sporto una regolare denuncia per atti osceni in luogo pubblico nei confronti di Luisa, che era stata quindi immediatamente identificata dai poliziotti intervenuti direttamente sulla spiaggia. L’increscioso episodio aveva molto «seccato» la bella commessa e «rovinato parte delle vacanze».

«Sono diversi anni che prendo il sole in topless anche fuori dall’Italia – ha spiegato – una cosa del genere non mi era mai capitata prima. Mi sono molto vergognata perché a causa della violenta discussione sono finita al centro dell’attenzione degli altri bagnanti. Fino a quel momento, infatti, era stata una mattinata tranquilla e nessuno aveva mostrato ripugnanza nei confronti del mio topless».

«Luisa, che svolge anche l’attività di fotomodella, ha accettato i venticinquemila euro in via transattiva come risarcimento degli ingenti danni morali e d’immagine subiti a seguito della denuncia e del clamore mediatico suscitato dalla notizia – ha spiegato il legale della procace ragazza, l’avvocato Gianluca Arrighi – Si è anche impegnata a non costituirsi parte civile nel procedimento penale pendente per calunnia a carico della signora che la denunciò, falsamente, per atti osceni»

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Postiamo anche un commento pubblicato dal Messaggero che ci sentiamo ampiamente di condividere, aggiungendo una sola domanda: la ‘brava’ mamma castigatrice di costumi non avrà usato i figli come scusa per aggredire la vicina di ombrellone a causa di una certa invidia di ‘petto’?

mauro

Ben le stà !
Nell’ anno del Signore 2010 dopo Cristo una signora vuole impedire ai suoi figli adolescenti di guardare il procace seno nudo della vicina di ombrellone. Ma dove vive la signora ? Forse vive su Saturno perché, se vivesse su Marte, sarebbe un pò più aggiornata su come vanno le cose sulla Terra. Io mi permetto di fare una domandina alla signora e a tutti coloro che sono sempre prontissimi a gridare “all’ osceno” se vedono una qualsiasi situazione attinente al sesso. In un film è più osceno assistere ad una scena di un amplesso o ad una scena di violenza o di omicidio ? In TV, nei vari canali, passano giornalmente decine o forse centinaia di scene di pestaggi e di uccisioni, tanto da aver banalizzato nel cervello dei più deboli il concetto di violenza. La violenza anche estrema è diventata per le giovani generazioni un qualcosa cui si è ormai assuefatti, tante sono le volte che è stata rappresentata al cinema e in TV. Il “bullismo” dilagante nelle nostre scuole è il frutto avvelenato di quell’ assuefazione alla violenza e alla sopraffazione. Questa è l’oscenità da cui la signora dovrebbe difendere i suoi ragazzi e non la vista di un seno nudo che, se non sbaglio, è uno spettacolo assolutamente naturale e sicuramente innocuo. Per concludere, ben le stà ! Una severa condanna in sede civile è pienamente giustificata e le è andata anche bene che la ragazza non abbia voluto infierire proseguendo l’ azione giudiziaria in sede penale.”
commento inviato il 28-12-2010 alle 18:13 da capricorn one

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=132353&sez=HOME_ROMA

Fiat, via al tavolo per Pomigliano. Vendola: “Bavaglio per chi non si allinea”

Fiat, via al tavolo per Pomigliano
Vendola: “Bavaglio per chi non si allinea”

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Dopo l’intesa raggiunta su Mirafiori, l’azienda e i sindacati (non la Fiom che non ha sottoscritto l’accordo) si ritrovano attorno a un tavolo per discutere del nuovo contratto di lavoro. Di Pietro: “A Mirafiori violata la Costituzione”. E il Pd si divide

Fiat, via al tavolo per Pomigliano Vendola: "Bavaglio per chi non si allinea"

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ROMA – Giornata importante per il futuro dello stabilimento Fiat di Pomigliano. Dopo l’intesa raggiunta su Mirafiori 1, l’azienda e i sindacati (non la Fiom che non ha sottoscritto l’accordo di giugno sulla fabbrica campana 2) si ritrovano attorno a un tavolo per discutere del nuovo contratto di lavoro con il quale verranno riassunti i 4.600 lavoratori dello stabilimento che produrrà la nuova Panda. Sul nuovo testo potrebbe essere trovata un’intesa già domani, o comunque entro la fine dell’anno.

Una volta definito il contratto della newco, la Fiat darà il via alle assunzioni dal 2011. Il tavolo dovrà concordare anche i parametri per salario, orario e scatti d’anzianità. Fonti presenti al confronto parlano di clima “abbastanza sereno”.

Per domani, intanto, è stata convocata la riunione di un comitato straordinario della Fiom. E proprio ieri, Giorgio Cremaschi ha sollecitato la Cgil 3 a indire uno sciopero generale. Mentre oggi il coordinatore nazionale dell’area di minoranza della Cgil, Gianni Rinaldini, formalmente la convocazione urgente e straordinaria del direttivo nazionale”. Una posizione criticata non solo dalle altre sigle sindacali ma anche dal governo (per il ministro del Welfare Maurizio Sacconi non si può chiamare “scellerato” un patto che “consente un investimento ingente e aumenti salariali”).

Per il ministro per lo Sviluppo economico Paolo Romani, “il governo non intende intervenire, la Fiat se la può tranquillamente risolvere da sola, come se la sta risolvendo”.

E sulla rappresentanza sindacale, altro tema delicato della trattativa, interviene il segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni: “Il pluralismo va bene se si fonda sulla regola che una volta discusso, accertata un’opinione a maggioranza, anche chi dissente a quel punto la sostiene e la riconosce”.

Ma che l’esclusione della Fiom sia un atto dagli effetti pesanti, lo si capisce anche dalle parole del presidente di Federmeccanica, Pierluigi Ceccardi, che chiede che venga aperto “un tavolo sulla rappresentanza”. Perché “un conto è concludere un contratto senza la firma della Fiom, un altro è gestire le relazioni industriali in azienda senza una organizzazione che rappresenta una parte cospicua dei lavoratori”.

Chi invece attacca frontalmente gli accordi raggiunti in Fiat è il leader di Sel Nichi Vendola: “Si vuole mettere il bavaglio a tutti coloro che non si allineano, imponendo l’eliminazione del sindacato che è renitente alla leva di Marchionne. Chi non è d’accordo non ha più diritto ad esistere nei luoghi di rappresentanza dei lavoratori”.

Duro anche Antonio Di Pietro: “‘Noi dell’Italia del Valori – dice riferendosi in particolare all’intesa su Mirafiori – pensiamo che quell’accordo ponga prima di tutto un enorme problema di legittimità costituzionale. Sulla Costituzione repubblicana non si può discutere. Va rispettata senza se e senza ma. Invece, è proprio la Costituzione repubblicana che viene negata e cancellata quando si dice che d’ora in poi non varrà più la reale rappresentanza dei sindacati ma solo il loro aver firmato o meno un accordo”.

Diviso il Pd. Con l’ex popolare Beppe Fioroni che commenta positivamente l’accordo: “Nella crisi ci vuole coraggio, conservare significa recedere e perdere tutto”. Diametralmente opposto il giudizio del senatore Vincenzo Vita, esponente della sinistra del partito: “Il giudizio su tale vicenda deve essere forte e netto da parte del Pd perche è uno di quei casi in cui ambiguità e incertezze minano dalle fondamenta la natura stessa di un partito riformista”. Per Stefano Fassina, responsabile economico del Partito democratico, serve “un’intesa quadro tra le parti sociali e poi una legge quadro che garantiscano l’esigibilità degli accordi da parte delle aziende ma garantiscano la rappresentanza anche a chi è contrario”.

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28 dicembre 2010

fonte:  http://www.repubblica.it/economia/2010/12/28/news/incontro_fiat-10650476/?rss

UNIVERSITA’, ROMA – “Giù dal tetto ma stop alla didattica”. Architettura, la protesta scende in aula

“Giù dal tetto ma stop alla didattica”
Architettura, la protesta scende in aula

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Venditti e Ferrero sul tetto di Architettura a Roma – fonte immagine

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Il presidio sopra la sede di Fontanella Borghese è durato più di un mese. Ma ora gli universitari scendono e prevedono altre forme di agitazione. Blocco delle lezioni contro le ‘storture’ della riforma

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di GAIA SCORZA BARCELLONA

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"Giù dal tetto ma stop alla didattica" Architettura, la protesta scende in aula Un manichino appeso alla Facoltà di Architettura

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Dopo 35 giorni di protesta si svuota “piazza dell’Università libera”. Studenti e ricercatori della Facoltà di Architettura abbandonano il tetto della sede di piazza Fontanella Borghese e scelgono come diversa forma di protesta, quella dello stop alla didattica. Così i rappresentanti dell’associazione Rete 29 Aprile hanno deciso di contnuare la lotta contro la riforma Gelmini. E lo fanno annunciando che lasceranno quel rifugio improvvisato all’aperto per tornare a svolgere la propria attività di ricercatori ma nei limiti degli obblighi di legge e cioè senza tenere lezioni, compito che non sono tenuti a svolgere e per il quale non sono pagati.

Proprio per questo “hanno spostato tutti i ricercatori nel secondo semestre, modificando gli orari e le propedeuticità anche per le materie fondamentali”. A spiegare i primi effetti, indiretti ma devastanti, della legge Gelmini, è Stefania Tuzi, ricercatrice di Storia dell’Architettura alla Sapienza. “I professori ordinari saranno costretti a raddoppiare le ore di lezione, – prosegue Stefania – oppure, nella più probabile delle ipotesi – a vedere le aule affollate di studenti, ben oltre i limiti europei. Un problema che negli atenei si presenterà comunque a causa dei pensionamenti (circa 7000 per anzianità, oltre ai pre-pensionamenti non ancora calcolabili). “Si modifica il rapporto studenti docenti – sottolinea ancora Stefania – proprio in un momento di crisi come questo che richiederebbe di valorizzare la formazione e di diventare competitivi con l’Europa”.

L’INTERVISTA “Non faremo lezione”

Una situazione pesante, anche se la coscienza dei ricercatori è tranquilla. “Noi applichiamo la legge – sostiene Stefania – e i ragazzi lo hanno capito molto bene, il problema vero è rappresentato dai politici”. Un’emergenza che non tocca solo la capitale, ma tutta l’università italiana. “A Roma – conclude la ricercatrice – rischiamo di chiudere corsi di eccellenza come Astrofisica per mancanza di professori e non solo di ricercatori”. Un allarme più che giustificato se si pensa che già alcuni dei corsi meno frequentati in vari atenei sono già stati chiusi.

A spiegare gli effetti della nuova presa di posizione degli universitari è anche il prorettore de La Sapienza, Azzaro Bartolomeo che, nel corso di una conferenza stampa a cielo aperto, ha sottolineato che “visto che il 40 per cento dell’attività didattica è svolta dai ricercatori si rischia la paralisi e ad essere maggiormente penalizzata sarà proprio la Facoltà di Architettura, dove questa percentuale aumenta fino a toccare l’80 per cento”. La speranza è che il presidente Napolitano “svolgendo il suo ruolo di notaio super partes, lavori per modificare quegli aspetti della riforma che sono pericolosi per l’università italiana e che quindi sostenga le motivazioni della protesta”.

Sul tetto, ribattezzato appunto “Piazza dell’Università libera, pubblica e aperta” durante questo mese sono saliti anche studenti: “La nostra protesta è vicina alla loro – ha spiegato Simone, un universitario – va nella stessa direzione, contro le storture della riforma”.

GUARDA Venditti e Vendola sul tetto

E sul testo di legge sono entrati nel dettaglio spiegando, per esempio, “che il Senato accademico – ha detto Massimiliano Tabusi, ricercatore – sarà un organismo svuotato perché le sue competenze verranno assorbite dal nuovo Cda. Quindi un organo elettivo avrà la peggio e sarà il Cda a decidere in autonomia senza meccanismo di controllo”.

GUARDA La diretta dal tetto

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28 dicembre 2010

fonte: http://roma.repubblica.it/cronaca/2010/12/28/news/architettura_gi_dal_tetto_ma_stop_alla_didattica-10650982/?rss

NAPOLI ARTE – Chiesa del Gesù nuovo, svelato il mistero: Musica scolpita nella facciata/ Ascolta

Chiesa del Gesù nuovo, svelato il mistero
Musica scolpita nella facciata

ascolta la musica

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di Pietro Treccagnoli
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NAPOLI (28 dicembre) – Il Gesù Nuovo non è solo un capolavoro dell’arte barocca che nei secoli ha sedotto studiosi e viaggiatori. Non è solo il tempio di una fede che da controriformistica si è trasformata in schietta devozione popolare. Non è neanche solo una cartolina di Napoli che, anni fa, finì sul retro delle diecimila lire. Non è nemmeno il semplice contraltare dell’ascetico e gotico monastero di Santa Chiara. È questo, ma è anche un pentagramma a cielo aperto, con una musica scolpita nella facciata e finalmente decifrata da uno storico dell’arte, Vincenzo De Pasquale, 55 anni, con la passione per il misterioso Rinascimento napoletano, quello vero e non quello posticcio dell’ultimo quindicennio.

La sua indagine, cominciata nel 2005, insieme a Salvatore Onorato che l’ha aiutato nei sopralluoghi, assomiglia, ma senza i delitti connessi, a quella del «Codice da Vinci» e spazia dall’Italia all’Ungheria, dal cuore sacro di Napoli ai trompe-l’oeil rococò di Eger, cittadina magiara quasi ai confini con l’Ucraina. La scoperta ha del clamoroso. In breve, i segni che sono incisi sul bugnato della facciata del Gesù Nuovo non sono altro che la partitura di un concerto per strumenti a plettro (mandole e affini).

Infatti a osservare bene le pietre nere vulcaniche si scoprono dei segni di circa dieci centimetri. «Finora si è pensato che fossero i simboli delle diverse cave di piperno dalle quali provenivano» spiega De Pasquale, mostrando un largo foglio che riproduce pietra per pietra la facciata della chiesa.

«Sono invece delle lettere aramaiche. L’aramaico era la lingua parlata da Gesù. Sono solo sette segni e ognuno corrisponde a una delle note». Lette in sequenza da destra a sinistra, guardando la chiesa, dall’edificio del liceo pedagogico Fonseca a quello del liceo classico Genovesi, e dal basso verso l’altro, le incisioni, tradotte in note, compongono una musica della durata di quasi tre quarti d’ora.

Sul significato delle scritte sulle bugne, in passato, ci sono state diverse interpretazioni che puntavano sull’occulto, immaginando segreti che i maestri pipernai si trasmettevano oralmente. Qualcosa che riguardava l’alchimia. Sarebbero servite a convogliare le energie positive dall’esterno all’interno dell’edificio. Un’interpretazione tipicamente rinascimentale che trascinava con sé una leggenda.

L’imperizia degli operai che lavorarono alla realizzazione delle bugne a punta di diamante avrebbe fatto collocare le pietre in modo scorretto. Per questo le energie positive si sarebbero trasformate in negative, attirando sul palazzo numerose sciagure (l’ultima, durante la seconda guerra mondiale, con la caduta di una bomba proprio sul soffitto della navata che però, miracolosamente, non esplose). Qualcosa non quadrava nell’interpretazione esoterica dei simboli. E un motivo c’era. Non si trattava di magia, ma più semplicemente e profanamente di musica, sebbene travestita in lettere semitiche e legata alla filosofia di ascendenza pitagorica che ha da sempre cercato l’armonia degli astri.

L’attuale chiesa insiste su un palazzo civile, privato, completato nel 1470 da Novello da San Lucano, per i potenti Sanseverino. Fu confiscato da Pedro di Toledo, nel 1547, perché la nobile famiglia appoggiò la rivolta popolare contro l’Inquisizione, e fu donato ai gesuiti che conservarono con poche variazioni la facciata civile, rendendo unica la basilica. L’uso di segni che componevano una musica non era inusuale negli anni del tardo umanesimo.

«Gli stessi Sanseverino» racconta De Pasquale «fecero incidere dei simboli musicali nel loro palazzo a Lauro di Nola e un codice armonico misterioso è sulla facciata di palazzo Farnese a Roma».
Ma come mai s’era persa la memoria delle «note aramaiche»? De Pasquale l’attribuisce alla Controriforma che definì nuove e rigide norme per la pittura e per l’arte in genere, cancellando a poco a poco le tracce di originalità terrene che collidessero con le verità trascendenti del cattolicesimo tridentino. E i gesuiti furono i baluardi della nuova catechesi. Ironia della sorte, ad aiutare De Pasquale nella soluzione del problema è stato proprio un padre gesuita ungherese, Csar Dors, della lontana Eger, esperto di aramaico.

Ma il grosso l’ha fatto un musicologo, sempre magiaro, Lòrànt Réz, amico dello storico napoletano. «Proprio ad Eger, davanti a un piatto di gulasch e un bicchiere di tokai» racconta il Robert Langdon nostrano «Lòrànt cominciò a far concordare lettere e note, abbozzando lo spartito, scrivendolo sul retro del menù di un ristorante».

Il concerto è stato intitolato «Enigma», ed è stato trascritto per organo, invece che per strumenti a plettro. «È musica rinascimentale che segue i canoni gregoriani» aggiunge De Pasquale che, per darne, un’idea, ne fa ascoltare una registrazione sul telefonino. Il suo sogno è quello di eseguirla in pubblico proprio al Gesù Nuovo, restituendo a Napoli un frammento della sua storia infinita.

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fonte:  http://www.ilmattino.it/articolo.php?id=132289&sez=NAPOLI

DIRITTI UMANI – Al processo su Natalya Estemirova accusati gli amici e non gli assassini

28/12/2010 –

Al processo su Natalya Estemirova accusati gli amici e non gli assassini

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Natalya Estemirova, attivista per i diritti umani, uccisa nel 2009 in Cecenia

In tribunale vengono accusati i colleghi per diffamazione. Indifferenza sulle indagini per trovare i colpevoli

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Natalya Estemirova era un’attivista russa per i diritti umani, ex insegnante di storia, giornalista e collaboratrice dell’ong Memorial, con una prestigiosa carriera di successi nel documentare decine di casi di abusi dei diritti umani in Cecenia. Si era occupata delle famiglie delle vittime civili, dell’assistenza agli sfollati, delle torture, dei maltrattamenti, uccisioni e sparizioni misteriose dall’inizio della seconda guerra di Cecenia nel 2000. Per il suo merito e coraggio nel lavoro era stata premiata e ricompensata in diversi paesi del mondo, come con la vittoria del primo premio all’«Anna Politkovskaya Award» per le donne che combattono per il rispetto dei diritti umani in guerra.

Il15 luglio del 2009, a 51 anni, Natalya Estemirova è stata assassinata: dopo essere stata rapita alle otto e mezza del mattino in casa sua, a Grozny, e chiusa in una macchina, è stata uccisa a colpi di pistola in testa e al petto e poi abbandonata in un bosco, nel pomeriggio. «L’uccisione di Natalia Estemirova è una conseguenza della perdurante impunità permessa dalle autorità russe e cecene» – così aveva affermato Irene Khan, segretaria generale di Amnesty International poco dopo la notizia della sua morte- «Le violazioni dei diritti umani in Russia e in particolare nel Caucaso del Nord non possono più essere ignorate. Coloro che si battono per i diritti umani hanno bisogno di protezione».

E soltanto adesso, sedici mesi dopo, in Russia è iniziato il processo sulla sua uccisione. Ci si aspetterebbe che ad essere accusati siamo i suoi assassini- vicini al presidente Kadyrov- e invece ad essere sotto processo sono propro i suoi colleghi, i suoi compagni di battaglie per l’umanità. Come scrive il New York Times, l’imputato al processo non era affatto il killer della signora Estemirova, ma l’amico e collega Oleg Orlov, presidente di Menorial, una delle più importanti organizzazioni della Russia sui diritti umani. Le autorità russe lo hanno incriminato di diffamazione per aver pubblicamente puntato il dito contro l’uomo che riteneva responsabile dell’omicidio: il presidente ceceno leader del Cremlino Ramzan Kadyrov, sostenuto dal governo centrale di Mosca. Se condannato, OLeg Orlov dovrà scontare tre anni di carcere.

Sulla morte dell’attivista sui diritti umani la giustizia russa ha davvero dato poca importanza: è stata oggetto di una sola e incompleta inchiesta, conclusasi senza nemmeno l’individuazione di uno o più imputati. La denuncia mossa nei confronti di Orlov da parte del presidente ceceno è un ulteriore tassello di una strategia di repressione del dissenso, di soppressione di qualsiasi tentativo che vada contro lo Stato. Il presidente Kadyrov a sua discolpa ha detto ripetutamente di non avere nulla a che fare con la morte di Natalya Estemirova, e i suoi avvocati sostengono che Estemirova sia stata uccisa dagli stessi membri della sua organizzazione.

Kadyrov è un ex militante islamista, poi diventato un fortissimo alleato del Cremlino. È stato nominato presidente da Putin nel 2004, quando il precedente presidente (suo padre) era stato ucciso. Aveva appena trent’anni, faceva il boxeur, amava le armi e aveva uno zoo personale. Nel 2008 aveva tentato di accattivarsi la simpatia della giornalista nominandola nell’organo governativo per i diritti umani, nella speranza che questo la portasse a essere meno critica nei confronti del governo. Ma nonm andò esattamente così: Nsatalya Estemirova andò in tv e denunciò la norma che obbliga le donne ad andare in giro col volto coperto, «Non mi piace che qualcuno mi imponga qualcosa, che sia come vivere o come vestire». Kadyrov, sostenitore della norma, si infuriò e la licenziò.

Il signor Orlov, 57 anni, invece, con il ciuffo di capelli grigi e la sua giacca sportiva, in tribunale assomiglia ad un modesto professore di storia. «Naturalmente, io non voglio andare in prigione e perdere la mia libertà», ha detto l’altro giorno nel suo ufficio. «La gente mi chiede: chi è il colpevole di questo omicidio? Io conosco il nome di questa persona. Conosco il suo titolo. Il suo nome è Ramzan Kadyrov. Il suo titolo è presidente della Cecenia».
«Le parole che ho detto erano solo un debito nei confronti del minimo ucciso Natalya Estemirova- continua- questo era il minimo che potevo fare per la memoria di un’amica. Ho dovuto farlo. Ho detto la verità».

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fonte:  http://www3.lastampa.it/esteri/sezioni/articolo/lstp/381584/

Civitavecchia, bloccati 200 pastori sardi diretti a Roma: tensione e denunce

Civitavecchia, scontri tra pastori sardi e polizia (28 dicembre 2010)

antonio1972roma | 28 dicembre 2010

Circa duecento allevatori sono sbarcati dalla Sardegna per compiere un blitz di protesta a Roma. Ad attenderli c’era un presidio delle forze dell’ordine. Tafferugli quando i manifestanti hanno provato a forzare il cordone (video di Pasquale Notargiacomo).

Civitavecchia, bloccati 200 pastori sardi diretti a Roma: tensione e denunce

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Pullman bloccati, impedito ai manifestanti anche di prendere il treno. Uno dei leader: ci stanno trattando come criminali

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CIVITAVECCHIA (28 dicembre) – Bloccato a Civitavecchia il blitz di oltre duecento pastori sardi che intendevano raggiungere Roma dopo essere sbarcati questa mattina all’alba dal traghetto proveniente da Olbia. I cinque pullman con i quali intendevano raggiungere la Capitale sono stati sequestrati dalle forze dell’ordine, così gli allevatori hanno deciso di raggiungere Roma in treno.

Ci sono stati anche momenti di tensione. Il dirigente del Commissariato di Civitavecchia, avvalendosi dei contingenti inviati di rinforzo, ha impedito ai pullman la partenza per Roma in quanto manifestazione non preavvisata. Questo ha provocato una reazione da parte dei manifestanti che hanno tentato di forzare il blocco. Due di loro sono stati denunciati per resistenza a Pubblico Ufficiale, mentre tutti per manifestazione non autorizzata. Sul posto il Questore di Roma ha inviato anche il Vicario per sovrintendere ai servizi.

«Un nostro pastore – ha raccontato Felice Floris, leader del movimento – è stato bloccato e poi rilasciato. Ci hanno sequestrato i pullman per raggiungere la capitale. Forse temendo che volessimo fare chissà che cosa. Ma noi avevamo solo intenzione di indire una conferenza stampa per fare diventare nazionale il problema dei pastori sardi». Dopo numerose manifestazioni in Sardegna con blocchi di strade, aeroporti e scali marittimi la notte scorsa i pastori hanno deciso di imbarcarsi per raggiungere la capitale e fra le ipotesi anche quella di manifestare davanti al Ministero delle Politiche agricole per chiedere interventi urgenti e concreti per il settore agropastorale.

Nemmeno il tentativo di prendere il treno diretto a Termini, a metà mattina, ha avuto successo. «Non riusciamo a partire – ha spiegato uno dei componenti del Mps, Filippo Gioi – non ci fanno salire sul treno. Le forze dell’ordine ci controllano come fossimo pregiudicati mentre siamo persone civili». I pastori si sentono giudicati prima ancora di aver compiuto qualsiasi azione di protesta ed il loro blitz è finito nella stazione di Civitavecchia dove di fatto sono bloccati non riuscendo a raggiungere Roma.

I pastori torneranno in Sardegna con la nave di linea in partenza per Olbia alle 22.30. Dopo i primi momenti di tensione seguiti al blocco dei pullman e al successivo divieto per i 200 pastori di salire su uno dei treni diretti a Roma, la situazione si è normalizzata, nonostante sia la stazione ferroviaria che l’area del porto restino ben presidiate dalle forze dell’ordine. Dalla loro terra i pastori hanno portato pecorino e vino che sono serviti a improvvisare un pranzo al sole, nonostante la fredda giornata. Intanto, gli allevatori, molti dei quali con mogli e bambini al seguito, si sono divisi in piccoli gruppi, alcuni dei quali sono rimasti all’interno del porto, mentre altri, stanno visitando le vie del centro storico di Civitavecchia che in questi giorni ospita un mercatino natalizio.

«Siamo padri di famiglia, invece ci stanno trattando come criminalidice più deluso che arrabbiato Felice Floris – Siamo venuti con intenzioni pacifiche e invece continuano ad impedirci di muoverci. Stasera torneremo in Sardegna scortati dalle forze dell’ordine anche durante la traversata. È una vergogna, siamo stati sottoposti ad un vero e proprio sequestro preventivo, insieme ai pullman i cui autisti sono stati identificati e minacciati di denuncia se solo si fossero mossi. Non solo, successivamente ci hanno privati dell’elementare diritto di salire sui treni diretti a Roma. E pensare che una nostra delegazione voleva solo proporre al ministero la costituzione di un Coordinamento mediterraneo dei paesi che praticano la pastorizia allo scopo di far fronte alle attuali normative che penalizzano pesantemente l’intera categoria».

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fonte:  http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=132308&sez=HOME_ROMA