Archivio | ottobre 9, 2011

EGITTO Il Cairo, nel sangue la protesta dei copti. Morti e feriti negli scontri con l’esercito / VIDEO: Violent clashes in Cairo

Violent clashes in Cairo

Caricato da in data 09/ott/2011

four policemen were killed and eighteen protesters

Il Cairo, nel sangue la protesta dei copti
morti e feriti negli scontri con l’esercito

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Le vittime sono 23, sia tra i manifestanti che tra i militari. La battaglia forse innescata da “provocatori”. La manifestazione era stata promossa dalla comunità per chiedere la rimozione di un governatore dopo l’incendio di una chiesta cristiana da parte di gruppi musulmani integralisti. In vigore il coprifuoco.

Il Cairo, nel sangue la protesta dei copti morti e feriti negli scontri con l'esercito Un momento della manifestazione dei copti al Cairo (afp)

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ROMAÈ finita nel sangue la manifestazione promossa al Cairo dai cristiani copti, la maggiore fra le minoranze religiose del Paese e il 10% della popolazione. Nello scontro tra esercito e manifestanti i morti, secondo l’ultimo bilancio, sarebbero 23 e 174 i feriti. Il governo ha stabilito il coprifuoco nei quartieri centrali del Cairo fino alle 7 di domani mattina.

Le violenze sarebbero scoppiate quando da un gruppo di manifestanti sono iniziati lanci di pietre contro i militari schierati in assetto antisommossa davanti alla sede della tv di stato. Ma anche su questo le notizie sono contrastanti.

Secondo alcuni testimoni oculari, infatti, il corteo dei cristiani copti all’uscita dal quartiere Shubra sarebbe stato  attaccato con bottiglie molotov, lanci di pietre e forse armi da fuoco da teppisti e uomini che vengono indicati come ‘baltageya’, cioè teppaglia al soldo dei controrivoluzionari. I copti avrebbero reagito e a quel punto, circondati dalle forze di polizia, sarebbe iniziato lo scontro con cariche e lancio di lacrimogeni. La situazione è peggiorata quando centinaia di persone hanno assalito e incendiato alcuni blindati militari.

Gli scontri sono iniziati nel quartiere di Shoubra nel nord della capitale per poi allargarsi lungo il Nilo nella zona di Maspero davanti alla sede della televisione di Stato e a piazza Tahrih. Alcuni copti si sarebbero impadroniti delle armi prelevate da un veicolo militare dato alle fiamme.

Altri scontri stavolta fra cristiani e musulmani sono scoppiati in pieno centro davanti all’ospedale dove sono stati portati i corpi dei manifestanti uccisi. Secondo fonti d’agenzia, centinaia di persone si affrontano sui fronti contrapposti, a colpi di bastoni e lanci di pietre.

La manifestazione era stata promossa per protestare dopo l’incendio di una chiesa avvenuto nella provincia di Assuan e per chiedere la rimozione del governatore della regione, Mostafa el-Sayyed, il quale aveva affermato che la chiesa era stata costruita senza il permesso delle autorità, suscitando così la collera di gruppi integralisti musulmani che hanno poi dato alle fiamme l’edificio sacro. Ma la protesta dei copti era rivolta anche contro il capo del Consiglio supremo della Difesa, maresciallo Hussein Tantaui, accusato di non impegnarsi per far rispettare i diritti dei cristiani egiziani da parte della maggioranza musulmana.

L’esercito egiziano – che ha assunto temporaneamente la guida del paese dopo le dimissioni del presidente Hosni Mubarak – aveva avvertito di voler usare il “pugno di ferro” contro coloro che incitino alle violenze interconfessionali, dopo che nel maggio scorso violenti scontri fra copti e musulmani avevano causato decine di morti.

Il governo del Cairo, inoltre, ha annunciato di voler varare una legge di revoca delle restrizioni in vigore per la costruzione di nuove chiese, proibendo inoltre di tenere manifestazioni davanti ai luoghi di culto. La legge attuale risale di fatto all’impero ottomano, quando i cristiani dovevano ottenere un’autorizzazione per la costruzione, riparazione o restauro di una chiesa, al contrario di quanto accadeva per le moschee. La violenza esplosa oggi ha riportato la città ai giorni più cruenti seguiti alla caduta del presidente Mubarak.

A poca distanza dal centro delle violenze e degli scontri, invece, circa tremila musulmani e copti si sono radunati insieme in piazza Abdel Moein Ryad, all’ingresso di piazza Tahrir dalla parte del Museo Egizio. La folla grida slogan sull’unità tra i fedeli delle due religioni. “Musulmani e copti, una sola mano” è uno degli slogan ripresi dai primi giorni della rivoluzione del 25 gennaio e scandito a gran voce dai partecipanti all’iniziativa.

Il primo ministro egiziano, Essam Charaf, dalla sua pagina Facebook ha rivolto un appello a cristiani e musulmani perché non raccolgano gli appelli che incitano allo scontro inter-religioso e contro le autorità. In serata il governo è stato convocato in seduta d’emergenza.

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09 ottobre 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/esteri/2011/10/09/news/egitto_scontri_e_vittime_al_cairo-22956880/?rss

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Vasco ancora contro Nonciclopedia “Idea stupida, vergognosa e volgare. Non si può scrivere che Anna Frank se l’è voluta perchè ebrea! Questa non è ironia! questa è porcheria da due soldi”

Vasco ancora contro Nonciclopedia
“Idea stupida, vergognosa e volgare”

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Riesplode la polemica tra il cantante e il sito. Su Facebook Rossi scrive: “Leggete la voce su Anna Frank, non è ironia, è una porcheria”. La scorsa settimana lo spazio satirico si era auto-oscurato

Vasco ancora contro Nonciclopedia "Idea stupida, vergognosa e volgare"

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ROMA – Vasco Rossi riattizza il fuoco della polemica con Nonciclopedia,
dopo i fatti della scorsa settimana 1, che avevano portato il sito satirico all’auto-oscuramento e successivamente alla riapertura 2. E sui quali l’addetto stampa del rocker di Zocca ha dichiarato: “Vasco non ha mai chiesto la chiusura di alcun sito”.

Rossi affida il suo pensiero a un post su Facebook in cui scrive: “Andatevela a vedere, prima di parlare, questa Nonciclopedia! E piantatela di fare commenti superficiali senza conoscere direttamente quello di cui parlate! Non sopporto i pressapochismi! Nonciclopedia è una idea “stupida volgare vergognosa ignorante e ipocrita”! Non si può scrivere che Anna Frank se l’è voluta perchè ebrea! Questa non è ironia! questa è porcheria da due soldi volgare e vergognosa! ….altro ke ridere”.

In Rete la polemica si è nuovamente infiammata. Effettivamente la voce su Anna Frank contenuta nel sito è quella, ed è difficile trovarci alcunché di divertente o “satirico”. Nei commenti al post, le fazioni si dividono tra chi appoggia il “Komandante” Vasco e chi dice semplicemente di lasciar perdere Nonciclopedia, perché “se ci vai, sai quello che trovi”. Ma ci sono anche molti Voltairiani, che scrivono pensieri come “Non mi piace Nonciclopedia, ma credo che abbiano il diritto di scrivere quello che vogliono”, e qualcun altro taglia corto: “Vasco, ci stai pensando pure troppo”.

Resta il fatto che per la sua querela, Vasco era stato accusato di voler censurare “il pensiero libero del web”. (T.T.)

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09 ottobre 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2011/10/09/news/vasco_ancora_contro_nonciclopedia_idea_stupida_vergognosa_e_volgare-22956787/?rss

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NON TOCCATE RE SILVIO! – Il difficile mestiere di chi sparge fango sui giornali


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Il difficile mestiere del “boffatore”

La macchina del fango è un’arte. Non è semplice attivarla, ma è sempre efficace?

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Non dev’essere un mestiere facile quello del boffatore, basta guardare a Il Giornale di oggi per rendersi conto che non è un lavoro per tutti. Oggi che sono giorni brutti i boffatori sembrano quasi colti da cieca frenesia e non si rendono nemmeno conto che rischiano di vanificare ogni sforzo sovraccaricando la comunicazione. Non si sa cosa resterà ai lettori dopo aver letto in sequenza: “il patriota Della Valle fa le scarpe in Romania”, “Emma fa la morale, ma patteggia sulle mazzette”  e “Montezemolo parla tanto, ma non si espone mai: che farà re Tentenna?”, ma la sequenza è impressionante, tutta la home del sito è occupata da attacchi ai nemici del capo o a difese del capo e dei suoi amici.

ODIO ECUMENICO – I boffatori menano come dei fabbri, basta una parola fuori posto e il servizietto arriva garantito il giorno seguente e non c’è franchigia per nessuno. Si sputa odio sui confindustriali come sugli oppositori, sui comunisti come sui cattolici, sui laici come sui porporati, sui nemici di sempre come sugli amici di una vita, se solo osano la critica. Non c’è bisogno di essere Vendola o Pisapia per far scattare il linciaggio, basta attraversare in qualche modo la strada al padrone.

CURARE I DETTAGLI – Anche Scajola, come molti altri che nel PDL si stanno organizzando per il dopo-Berlusconi, finisce tritato dall’implacabile compagnia che lo accusa di “radunare malpancisti” mentre non dimentica di assestare un colpo anche a Fini, ricordando ancora una volta la questione della “casa di Montecarlo”. L’abilità dei boffatori e la loro grande esperienza si vede dai dettagli, da come ad esempio riescono a parlare della “casa di Montecarlo” e dei “documenti di Santa Lucia” senza mai usare la parola Lavitola, per usare la quale occorre il permesso autografo di Ghedini.

LA FUNZIONE I boffatori possono questo ed altro, riescono persino a presentare la povera D’Addario come testimone attendibile dopo aver dedicato decine d’articoli a distruggerla e a farla passare per un’avida rintronata. La funzione dei boffatori sembra quindi quella di dare uno sfogo all’animalità della base pidiellina, di canalizzare verso i nemici le frustrazioni per un governo che non funziona e per le pessime figure che comunque non sono passate inosservate nemmeno ai più devoti al culto arcoriano.

LA REFERENZA – Tempo addietro, ancora ai tempi del caso Boffo, si poteva pensare che la macchina del fango avesse anche una funzione intimidatoria, ma ora, un po’ per l’abuso della tattica e un po’ perché ormai a Berlusconi non crede più nessuno, questo ottuso bastonare mantenendosi sempre al di sopra delle righe della decenza è diventato stucchevole e quasi un benvenuto riconoscimento da parte dei boffati, una referenza da sventolare nel dopo-Berlusconi. L’arte della comunicazione balla su un filo sottile, contano i mezzi, conta la possibilità di ripetere i messaggi in quantità e nel tempo, ma a volte basta poco per incrinare le certezze sostenute dai numeri e sovvertire il messaggio, basta un niente perché un grande impegno comunicativo sia vanificato da un tono o da una misura sbagliata.

I NEMICI DI SILVIO – La misura dei boffatori è chiaramente l’assenza di misura e quindi è quasi scontato che prima o poi producano stanchezza tra i recettori del messaggio, una stanchezza ben evidente dai commenti sul sito a questi pezzi. Commenti un tempo sulfurei e abbondanti e ora trite ripetizioni di messaggi già visti migliaia di volte, sempre meno e sempre meno allineati alla direzione. Un fucina dell’odio quale Il Giornale ha bisogno di nemici di qualità da mettere al rogo, l’attenzione un tempo riservata agli immigrati, ai rom e ad altre minacce allogene come quella del Feroce Saladino è ora tutta concentrata sui nemici di Silvio, sono loro e con loro i magistrati la rovina del paese, la minaccia alla nostra “civiltà”. I terribili boffatori di fine impero sembrano meno terribili di quanto non lo fossero un tempo, ma non bisogna sottovalutarli, perché loro sono ancora lì, mentre i nemici di Silvio hanno perso uno dopo l’altro il lavoro e perché quando boffano qualcuno è uno spettacolo triste al confine del reato. Uno spettacolo che sarebbe bene finisse insieme al suo impresario.

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08 ottobre 2011

fonte:  http://www.giornalettismo.com/archives/155949/il-difficile-mestiere-del-boffatore/

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LA TESTIMONIANZA – Camerun, gli albini perseguitati dal pregiudizio. Il racconto: “Noi, braccati e sacrificati”

LA TESTIMONIANZA

Camerun, gli albini perseguitati dal pregiudizio
Il racconto: “Noi, braccati e sacrificati”

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Parla Stephane Ebongue, che fa parte della minoranza di duemila persone che scontano un basso livello di melanina. Suo fratello è stato rapito, lui è riuscito a fuggire in Italia. “Con le elezioni ci giochiamo buona parte del nostro futuro”

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di SARA STRIPPOLI

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Camerun, gli albini perseguitati dal pregiudizio Il racconto: "Noi, braccati e sacrificati" Stephane Ebongue, il giornalista del Camerun rifugiato politico in Italia

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QUESTA domenica ci sono le elezioni in Camerun, racconta il giornalista Stephane Ebongue. “Il presidente Paul Biya, un quasi ottantenne che governa il Paese dal 1982, sarà probabilmente riconfermato e ancora una volta gli albini del mio Paese tremeranno di paura, saranno braccati di notte e sacrificati”. Nonostante i politici africani studino spesso in Inghilterra e in Francia “le superstizioni restano e anche negli anni 2000 c’è chi, in Camerun ma anche in Tanzania,  continua  a pensare che un rito propiziatorio compiuto con una pozione preparata con la pelle, le unghie o gli organi genitali degli albini serva a sconfiggere gli avversari”. Sono passati quindici anni da quando il fratello di Stephane è scomparso. Un giorno, era il 1987,  è uscito e non è mai tornato “e il suo cadavere non è stato trovato,  perché quando si ammazza un albino tutte le parti del suo corpo sono utili, gli sciamani le usano per pozioni e filtri magici.  Eravamo quattro fratelli, io e lui albini, mentre gli altri due fratelli e i miei genitori sono neri”.

GUARDA LA VIDEOINTERVISTA
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“C’è un vulcano nel mio Paese”, racconta ancora Stephane. “Si chiama Epassamoto, che significa mezza persona, perché è ritenuto mezzo uomo e mezzo animale. Le credenze popolari dicono che in quel monte ci sia Dio e quando il vulcano è in attività è perché quel Dio è arrabbiato. Per placare la sua ira si pensa che sia necessario il sangue degli albini. Per noi comincia l’angoscia, la notte diventa pericolosa”. L’ultima eruzione risale al 2007 e quell’anno Stephane ha deciso di scappare per sfuggire alla caccia agli albini,  duemila persone circa in tutto il Paese,  che ogni giorno scontano la pena di avere poca melanina, di essere ipovedenti. Bianchi fra i neri. Insulti per strada, aggressioni fisiche e rapimenti quando arriva il buio: “Siamo considerati una razza inferiore, ma al tempo stesso si crede che le parti del nostro corpo abbiano virtù terapeutiche. Siamo demoni ma anche potenziali salvatori”.

Da quattro anni Stephane, scappato cinque anni fa su una nave diretta a Genova dopo aver messo insieme mille euro per partire, vive vicino a Torino, insegna italiano ai profughi, scrive. Da qualche tempo ha un progetto, raccogliere fondi per aiutare i ragazzi albini a studiare: “Voglio che a Duala, la mia città, nasca una biblioteca per albini – dice – siamo ipovedenti perché abbiamo occhi delicatissimi, per noi seguire le lezioni è molto difficile. Con i video-ingranditori la vita  cambia, i caratteri si ingrandiscono e si può leggere e studiare, andare all’Università. Io sono riuscito a farlo ma per molti non c’è alcuna chance.  Quelli come me non possono lavorare nei campi perché la nostra  pelle non sopporta il sole, non possono studiare perché sono quasi ciechi”. Ogni video-ingranditore costa  900 euro. “Vorrei tornare al mio Paese a fine anno con questo regalo per loro”. Di qui l’appello: “Tutto, soldi ma  anche creme ed ombrelli,  possono servire a renderci la vita più facile. Prima o poi la mentalità dovrà cambiare, prima o poi questa storia finirà e sarebbe molto bello se gli albini potessero tornare ad essere uomini liberi”.

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09 ottobre 2011

Repubblica.it: il quotidiano online con tutte le notizie in tempo reale.

fonte:  http://www.repubblica.it/esteri/2011/10/09/news/albini-22946292/?rss

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Non solo in Camerun..

Deadly Hunt: Albinos in Tanzania

Caricato da in data 19/ott/2009

United Nations, New York, 19 October 2009 – In Tanzania, albinos – people who lack pigmentation in their skin, hair and eyes – have long suffered discrimination. Recently they have begun living in terror. Rumors about their magical powers are having deadly consequences.

Tanzanian albinos targeted for their body parts

Caricato da in data 26/feb/2009

Albinos in Dodoma in Tanzania are being targeted by criminals thanks to a burgeoning trade in their body parts. The albinos, who suffer from a lack of skin pigmentation, are believed by witch doctors to hold magical powers which makes their body parts valuable for use in medicine.

A severed arm or leg from an albino can reportedly fetch in the region of £1000, and while the law has changed to punish those involved in the attacks with the death penalty, the risk is still great enough that many albino children live in refuges to ensure their safety.

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NAOMI KLEIN – Occupy Wall Street: Al momento la cosa più importante al mondo

Occupy Wall Street, la protesta che nasce anche sul web
Foto di Occupy Wall Street pubblicata su Facebook – Credits: Adam Nelson – fonte immagine

Occupy Wall Street: Al momento la cosa più importante al mondo

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https://i2.wp.com/www.comedonchisciotte.org/images/789px-Naomi_Klein_Occupy_Wall_Street_2011_Shankbone_2.JPG

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DI NAOMI KLEIN
The Occupied Wall Street Journal
Counter Currents

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Ho avuto l’onore di essere stata invitata a intervenire giovedì sera all’Occupy Wall Street. Dal momento che l’amplificazione era, sfortunatamente, proibita e che ogni cosa doveva essere ripetuta da centinaia di persone perché gli altri potessero sentire (alias “il microfono umano”), il mio intervento a Liberty Plaza doveva essere molto breve. Considerato questo, ecco la versione estesa e integrale del discorso.

IO vi amo.

E non l’ho detto solo perché centinaia di voi mi rispondano gridando “Ti amo”, anche se sarebbe un ovvio vantaggio del microfono umano. Dire agli altri ciò che vorreste che vi venisse detto, solo a voce più alta.

Ieri uno dei relatori alla manifestazione ha detto: “Ci siamo trovati l’un l’altro.” Questo sentimento cattura la bellezza di ciò che stiamo creando. Una situazione aperta (dato che un’idea così grande non può essere contenuta in nessuno spazio) per tutti coloro che vogliono un mondo migliore dove trovarsi l’un l’altro. Ne siamo felici.

Se c’è una cosa che so è che l’1% ama la crisi. Quando le persone sono in preda al panico e alla disperazione e nessuno sembra sapere cosa fare, quello è il momento migliore per far passare il loro ordine del giorno preferito per le politiche aziendaliste: privatizzare l’istruzione e la sicurezza sociale, imporre tagli sui servizi pubblici, liberarsi degli ultimi ostacoli al potere delle multinazionali. Questo sta succedendo in tutto il mondo, nel mezzo della crisi economica.

C’è solo una cosa che può fermare questa tattica e, fortunatamente, è qualcosa di grande: il 99%. Quel 99% che si sta riversando nelle strade da Madison a Madrid per dire: “No. Non pagheremo per la vostra crisi.”

Lo slogan è nato in Italia nel 2008. Ha avuto eco in Grecia, Francia, Irlanda e alla fine è arrivato al miglio quadrato da dove la crisi è cominciata.

“Perché protestano?”, si chiedono perplessi gli esperti in televisione. Allo stesso tempo, il resto del mondo si chiede: “Perché ci avete messo così tanto? Ci chiedevamo quando vi sareste fatti vivi.” E soprattutto: “Benvenuti.”

Molte persone hanno tracciato un parallelo tra il movimento Occupy Wall Street e le cosiddette proteste non-global di Seattle che hanno attirato l’attenzione di tutto il mondo nel 1999. Quella fu l’ultima volta in cui un movimento globale, giovanile e decentralizzato ha preso di mira il potere delle grandi aziende. E sono fiera di aver presto parte a ciò che abbiamo chiamato “il movimento dei movimenti”.

Ma ci sono anche importanti differenze. Ad esempio, abbiamo scelto i summit come nostro obiettivo: l’OMC, il FMI, il G8. I summit hanno una natura transitoria, durano solo una settimana. Questo ci ha resi a nostra volta transitori. Facciamo la nostra comparsa, arriviamo sulle prime pagine di tutto il mondo e poi scompariamo. E nella frenesia dell’iper-patriottismo e del militarismo che ha seguito gli attacchi dell’11 settembre, è stato facile spazzarci completamente via, almeno nel Nord America.

Occupy Wall Street, invece, ha scelto un obiettivo fisso. E non è stata stabilita una fine della sua presenza. Una cosa saggia. Solo quando si rimane ben piantati, si possono mettere radici. Questo è fondamentale. È un fatto che nell’era dell’informazione ci siano troppi movimenti che sbocciano come fiori meravigliosi, ma che muoiono presto. Questo perché non hanno radici. E non hanno piani a lungo termine per la propria sopravvivenza. E quando arriva la tempesta, vengono spazzati via.

Essere orizzontali e davvero democratici è meraviglioso. Ma questi principi sono incompatibili con il duro lavoro che serve per costruire strutture e istituzioni che siano abbastanza resistenti per poter affrontare la tempesta. Sono fiduciosa che ciò accadrà.

Altra cosa giusta di questo movimento: si impegna nella non-violenza. Si è rifiutato di dare ai media le immagini delle vetrine rotte e degli scontri in strada che tanto agognano. E questa tenace disciplina ha fatto sì che, di volta in volta, le notizie hanno dovuto riportare la brutalità di una polizia scandalosa e senza alcuna giustificazione. Una cosa che abbiamo potuto vedere anche ieri sera. Intanto, il sostegno a questo movimento cresce sempre più. C’è stata più saggezza.

Ma la più grande differenza rispetto a un decennio fa è che nel 1999 ce la prendevamo con il capitalismo che era all’apice di un frenetico boom economico. Il tasso di disoccupazione era basso, gli investimenti in borsa erano in aumento. I media erano inebriati dai guadagni facili. Allora si parlava solo di avviare, non di chiudere.

Abbiamo sottolineato che la deregolamentazione che ha sostenuto questa frenesia ha avuto un prezzo. Ha danneggiato gli standard lavorativi. Ha danneggiato gli standard ambientali. Le aziende stavano diventando più potenti dei governi e ciò ha danneggiato le nostre democrazie. Ma per essere onesti con voi, quando le cose andavano bene prendersela con il sistema economico era una cosa molto complessa, almeno nei paesi ricchi.

Dieci anni dopo sembra come i paesi ricchi non esistano più. Solo un gran numero di persone ricche. Gente che si è arricchita saccheggiando il benessere pubblico ed esaurendo le risorse naturali in tutto il mondo.

Il punto è che oggi chiunque può osservare come il sistema sia profondamente ingiusto e fuori controllo. Un’avidità senza limiti ha gettato nella spazzatura l’economia globale. E sta facendo lo stesso con la natura. Peschiamo oltre i limiti nei nostri oceani, inquiniamo le acque con la fratturazione idraulica e la trivellazione, usiamo le più sporche forme di energia del pianeta, come il catrame dell’Alberta. E l’atmosfera non può assorbire la quantità di carbone che emettiamo, creando un pericoloso surriscaldamento. Il nostro quotidiano è un disastro seriale: economico ed ecologico.

Queste sono i fatti. Sono talmente evidenti, talmente ovvi, che oggi è molto più facile entrare in contatto con altre persone e costituire rapidamente un movimento rispetto al 1999.

Tutti sappiamo, o almeno avvertiamo, che il mondo gira al contrario; ci comportiamo come se non ci fosse fine a ciò è invece limitato: i combustibili fossili e lo spazio atmosferico che assorbe le loro emissioni. E ci comportiamo come se ci fossero limiti rigidi e immobili a ciò che di fatto è libero: le risorse finanziarie per costruire il tipo di società di cui abbiamo bisogno.

Il compito della nostra generazione è di rovesciare tutto questo: sfidare questa falsa scarsezza. Insistere sul fatto che ci possiamo permettere di costruire una società inclusiva e decente e, allo stesso tempo, rispettare i limiti che la Terra può sopportare.

Il cambiamento climatico ci dice che abbiamo una scadenza. Stavolta il nostro movimento non può farsi distrarre, dividere, bruciare o spazzare via dagli eventi. Questa volta dobbiamo avere successo. E non sto parlando di imporre regole alle banche o di aumentare le imposte ai ricchi, sebbene sia importante.

Sto parlando di modificare i valori che guidano la nostra società. È difficile riassumerlo in una singola richiesta che possa passare sui media ed è anche difficile capire come farlo. Ma ciò non lo rende meno urgente.

Questo è ciò che ho visto accadere in questa piazza. Nel modo in cui vi nutrite a vicenda, vi tenete caldo, vi scambiate informazioni, fornite gratuitamente assistenza medica, fate lezioni di meditazione e di formazione sulla responsabilizzazione. Il mio manifesto preferito dice: “Io tengo a te”. In una cultura che abitua la gente a evitare lo sguardo dell’altro, a dire “Lasciateli morire”, si tratta di un’affermazione davvero radicale.

Poche considerazioni finali. In questa grande lotta, ecco alcune cose che non hanno importanza.

– Cosa indossiamo

– Agitare i pugni o fare segni di pace.

– Riuscire a far entrare i nostri sogni in un frammento di notizia sui media.

Ed ecco alcune cose che invece importano.

– Il nostro coraggio.

– I nostri riferimenti morali.

– Come ci trattiamo l’un l’altro.

Abbiamo scelto di combattere contro le forze economiche e politiche più potenti del pianeta. Fa paura. E a mano a mano che questo movimento crescerà, farà sempre più paura. Dobbiamo essere consapevoli che ci sarà la tentazione di muoversi verso obiettivi più piccoli, come ad esempio la persona che è seduta accanto a voi in questo incontro. Dopo tutto, è una battaglia più facile da vincere.

Non cedete alla tentazione. Non sto dicendo di non darvi addosso. Ma stavolta cerchiamo di trattare gli altri come se volessimo lavorare fianco a fianco in una lotta per molti, molti anni a venire. Perché il compito che abbiamo di fronte non pretenderà di meno.

Consideriamo questo magnifico movimento come se fosse la cosa più importante al mondo. Perché lo è. Davvero.

**********************************************Fonte: Occupy Wall Street: The Most Important Thing In The World Now

07.10.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ROBERTA PAPALEO

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fonte:  http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=9113

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I PREDATORI – Trapianti di organi: quello che non ti hanno detto

Giovedì 13 ottobre, ore 20.30
Aula Magna Collegio Dante Alighieri
Via Nicolò Tommaseo, 10
Serravalle – Vittorio Veneto

PREDATORI DI ORGANI
Trapianti di organi: quello che non ti hanno detto
Relatrice Nerina Negrello

 

Predatori di organi

fonte immagine

Dal sito dell’A.I.D.O.:
Quando avviene il prelievo degli organi?
Quando sia stata accertata e documentata la morte encefalica o morte cerebrale, stato definitivo e irreversibile. L’accertamento e la certificazione di morte sono effettuati da un collegio di tre medici (medico legale, anestesista-rianimatore, neurofisiopatologo) diversi da chi ha constatato per primo la morte e indipendenti dall’équipe che effettuerà il prelievo e trapianto. Questi medici accertano la cessazione totale e irreversibile di ogni attività del cervello per un periodo di osservazione non inferiore a 6 ore.
Ma questa è veramente la Verità? Perché ci nascondono che la cosiddetta “morte cerebrale” è un’invenzione e che l’espianto si pratica a cuore battente e sangue circolante su un vivo che ha perso la coscienza?

Quello che non ti hanno detto
Non ti hanno detto che l’espianto di organi quali cuore, fegato, polmoni, reni, ecc., si effettua da persona in coma, sottoposta a ventilazione forzata, e non da un morto in arresto cardio-circolatorio-respiratorio, come tutti intendiamo.
La persona viene incisa dal bisturi mentre il suo cuore batte, il sangue circola, il corpo è roseo e tiepido, urina, può muovere gambe, braccia, tronco, ecc… Le donne gravide portano avanti la gravidanza.
Non è vero che prima si interrompa la ventilazione che poi, a cuore e respiro fermi, si inizi il prelievo, ma è proprio l’opposto.
Gli organi vengono tolti da persona che ha perso la coscienza, le cui reazioni alla sofferenza prodotta dall’espianto sono impedite da farmaci paralizzanti o da anestetici.

Prof. Dr. Massimo Bondì, L.D. Pat. Chir. e Prop. Clin. Univ. La Sapienza Roma, chirurgo generale e patologo generale: “La morte cerebrale è ascientifica, amorale e asociale” (Audizione Commissione sanità 1992).

Dr. David W. Evans, Fellow Commoner of Queens’ College Cambridge, cardiologo dimessosi dal Papworth Hospital per opposizione alla “morte cerebrale”: “C’è grande differenza tra essere veramente morto ed essere dichiarato clinicamente in morte cerebrale” (Audizione Commissione sanità 1992).

Dr. Robert D. Truog, Dr. James C. Fackler, Harvard Medical School Boston: “Non è possibile accertare la cessazione irreversibile di tutte le funzioni del cervello con i mezzi clinico-strumentali attuali [Critical Care Medicine, n° 12, 1992, “Rethinking Brain Death” (Ripensamento sulla morte cerebrale)].

Prof. Peter Singer, Presidente dell’Associazione Internazionale di Bioetica: “…la morte cerebrale non è altro che una comoda finzione. Fu proposta e accettata perché rendeva possibile il procacciamento di organi” (Congresso di Cuba 1996).

Dr. Cicero Galli Coimbra, Head of Department neurology and neurosurgery, Univ. Sau Paulo, Brasil: “…i protocolli diagnostici per dichiarare la morte cerebrale (test dell’apnea) inducono un danno irreversibile su pazienti che potrebbero essere salvati” (Convegno internazionale Roma 19/2/2009).


IL DIBATTITO SCIENTIFICO INTERNAZIONALE E’ ROVENTE, MA IN ITALIA CONTINUA LA CENSURA.

Quello che devi sapere

NIHON UNIVERSITY: “TERAPIA DELLA IPOTERMIA CEREBRALE CONTROLLATA”
Neurochirurghi giapponesi hanno salvato 14 pazienti su 20 con ematoma subdurale acuto associato a danno cerebrale diffuso e 6 su 12 con ischemia cerebrale globale da arresto cardiaco da 30 a 47 minuti, riportandoli a normale vita quotidiana, con pieno ristabilimento delle capacità di comunicazione verbale.
“Una dichiarazione affrettata di cosiddetta ‘morte cerebrale’ senza che sia stata tentata tale terapia potrebbe ben costituire omicidio o, come minimo, premeditata omissione di soccorso e malpractice” (Yoshio Watanabe MD; Cardiac Transplantation: Flaws In The Logic Of The Proponents. JPN Heart J, Sept 1997 – Hayashi N, MD, Brain Hypothermia Therapy, JPN Med J, July 6, 1996).

Prof. Lodovico Bergamini, docente di neurologia all’Università di Torino scrive: “Un tracciato elettroencefalografico può essere normale anche se piatto, cioè privo di ritmo visibile: ad esempio soggetti adulti ansiosi o soggetti neonati possono avere un tracciato piatto che di per sé non è assolutamente definibile patologico” (Manuale di neurologia clinica).

Molti medici illustri hanno espresso pubblica condanna al concetto di “morte cerebrale”:
Prof. Dr. Nicola Dioguardi, emerito di medicina interna, Università di Milano;
Prof. Dr. Edoardo Storti, emerito di clinica medica, Università di Pavia;
Prof. Dr. Paolo Puddu, direttore dell’Istituto di patologia speciale medica e metodologia clinica, Università di Bologna;
Dss.a Maria Luisa Robbiati, anestesista-rianimatrice, già dell’ospedale S. Camillo e del Policlinico Gemelli di Roma;
Dr. Giuseppe Bertolini, anestesista-rianimatore, già degli Ospedali Riuniti di Roma;
Dss.a Stefania Dente, anestesista-rianimatrice, già all’ospedale C.T.O. di Napoli, anestesista all’Osp. di Bolzano;
Dr. Dario Miedico, specialista medicina legale, Milano;
Dr. Paolo Bavastro, cardiologo, primario medico alla Filderklinik, Stoccarda;
Prof. Giuseppe Sermonti, ordinario di genetica, Università di Palermo e di Perugia;
Dr. Dario Sepe, specialista malattie del fegato, Roma;
Prof. Dr. Rocco Maruotti, primario chirurgo, Milano;
Prof. Dr. Gerardo Ciannella, docente in medicina lavoro Univ. Napoli, Dirigente medicina preventiva Osp. Monaldi;
David J. Hill, M.A., FRCA emeritus consultant anaesthetist, Cambridge, UK; …

CONTRO LA MORTE CEREBRALE A CUORE BATTENTE

La volontà di salvare gli organi ad ogni costo elimina la volontà di salvare il paziente ad ogni costo
Documento presentato al Parlamento e al Movimento Critico Internazionale
La così detta “morte cerebrale” costituisce il cardine centrale su cui è basata l’espianto-trapiantologia(1). Senza di essa la chirurgia sostitutiva centrata sull’espianto di organi da soggetti vivi che hanno perso la coscienza, non avrebbe avuto un seguito. I pazienti sotto ventilazione definiti arbitrariamente “cadaveri” dai medici che dichiarano la “morte cerebrale”, in realtà non lo sono né per la biologia né per la legge.
Per la biologia non lo sono perché i pazienti hanno tutti i loro organi perfettamente funzionanti.
Per la legge non lo sono perché la normativa recita: “per cadavere si intende il corpo umano rimasto privo delle funzioni cardiorespiratoria e cerebrale”(2).
E’ noto che le funzioni del cervello conosciute costituiscono solo il 10%(4), quindi la legge 578/93 che all’art.1 dichiara: “La morte si identifica con la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo” è scientificamente assurda(3) perché non si può dichiarare “cessata” una funzione che non si conosce. Inoltre è stato ampiamente dimostrato da molti autori(4) e perfino dalla Harvard School di Boston(5) che alcune delle poche funzioni cerebrali note sono ancora presenti contrariamente a quanto enunciato dalla legge.

Entriamo così nel vivo della controversa questione dell’espianto-trapiantologia.
Già nel 1985 la Lega Nazionale Contro la Predazione di Organi e la Morte a Cuore Battente dichiarò inaccettabile la “morte cerebrale” e si costituì in associazione per contrastare tale concetto(6).
La “morte cerebrale” viene dichiarata sempre (rare sono le eccezioni) nelle prime 24/48 ore dal ricovero di un paziente comatoso, in genere traumatizzato cranico, in un reparto di Rianimazione, durante le quali non si attua alcun tentativo serio ed efficace di terapia finalistica.
La terapia è finalistica solo quando si oppone tempestivamente al processo patologico in atto.
Senza una terapia mirata si instaura un progressivo deterioramento della corteccia cerebrale, rendendo difficile il recupero del paziente.
Più il tempo passa più la sostanza grigia cerebrale, avida di ossigeno, perde la sua vitalità.
Quindi l’intervento chirurgico elettivo va sempre e comunque eseguito d’urgenza allo scopo di decomprimere il cervello. Il tempo in questi casi è prezioso e quindi andrebbe ripristinato l’intervento de-compressivo presso gli ospedali di prima accoglienza.

Infatti in passato il chirurgo degli ospedali minori aveva la preparazione per eseguire tali interventi decompressivi ed era tenuto ad effettuarli. Oggi, allo scopo di incrementare i trapianti, tali pazienti vengono avviati agli ospedali maggiori, più lontani, per cui sovente si superano i tempi ideali per il loro recupero. Così facendo però si salvano gli organi ad ogni costo.
La terapia finalistica non viene quasi mai attuata negli ospedali maggiori deputati al trapianto, poiché i neurochirurghi, pressati dalla richiesta di organi, sono consapevoli che salvare il paziente ad ogni costo può significare anche perderlo con l’atto chirurgico o durante il decorso post-operatorio, perdendo così i suoi organi.

Per terapia finalistica efficace intendiamo alcuni atti chirurgici: ventricolostomia, drenaggi extra e subdurali, e quando necessario craniotomia per ematoma extradurale, eseguiti d’urgenza, possibilmente nei primi 60/120 minuti dall’incidente(7) allo scopo finalistico di decomprimere il cervello.
E’ bene chiarire che un’aspirazione di pochi cc. di liquido emorragico e del liquor ventricolare può essere sufficiente a decomprimere il cervello e così fare ricomparire la coscienza e fare uscire il paziente dal coma. Antiedemigeni, diuretici e ipotermia cerebrale controllata(8), completano il trattamento della terapia d’urgenza.

Infatti un soggetto colpito da un trauma cranico grave, ha sempre un versamento emorragico endocranico che, modesto nei casi di frattura/lussazione di una delle prime due vertebre cervicali (modesto perché sono ossa laminari sottili)(9), diviene al contrario un versamento ematico importante che si trasforma in un ematoma endocranico più o meno voluminoso in presenza di frattura della base cranica, cioè delle due rocche petrose che sono ossa molto vascolarizzate(10).
Notoriamente quest’ultimo tipo di frattura si diagnostica con estrema facilità anche prima di ogni accertamento radiologico per la presenza di una otorragia mono o bilaterale (presenza di sangue che si raccoglie nel padiglione auricolare).

Tale versamento emorragico infiltrativo e/o ematoma, comprime la massa cerebrale e quindi lo strato corticale/cerebrale (circa 1 cm. di spessore) a contatto con la struttura ossea indeformabile della volta cranica. La compressione dello strato corticale, sede dei centri sensoriali e dei centri motori e del linguaggio, che contribuiscono a formare la coscienza, determina il conseguente collasso del “canale sinaptico unificato”(11), struttura che come una rete labirintica si estende tra miliardi di neuroni. Tale collasso fa scomparire la coscienza. Il paziente si presenta in coma più o meno profondo a causa della compressione.

Stessa attenzione e tempestività di intervento si impone, è ovvio, per la patologia emorragica extradurale (ematoma da frattura o grave contusione delle ossa fronto-parietali). Tali pazienti hanno un tipico ritmo a due tempi: il paziente cade, si rialza, una piccola arteriola o capillare corticale/meningeo lacerato sanguina, si forma l’ematoma in un tempo variabile e il paziente entra in coma alcune ore dopo, quando la raccolta ematica determina una compressione della corteccia cerebrale.

Sia che il paziente giunga ad un ospedale maggiore direttamente o dopo aver perso tempo prezioso nell’ospedale minore, la patologia compressiva, trascorse 2/3 ore dal trauma, si aggrava. I medici preposti sono consapevoli che sottoporre un paziente ad un intervento decompressivo può comportare la perdita degli organi sia in caso di esito positivo (guarigione) che negativo (morte), in quanto gli organi seguono il destino del paziente.

I parenti vengono tranquillizzati e tacitati con la frase rituale “faremo tutto il possibile per salvarlo”, ma rinunciando a qualsiasi intervento chirurgico decompressivo il destino del paziente è segnato. La dichiarazione di “morte cerebrale” copre qualunque malpractice ed evitando l’intervento i neurochirurghi, i rianimatori, i medici legali si sentono comunque al sicuro, poiché “Salvare gli organi ad ogni costo” è in linea con la filosofia di Stato.
Tale perverso comandamento elimina il salvare il paziente ad ogni costo, comandamento questo che affonda le sue radici nella storia della medicina.

Se il paziente comatoso giunge in ospedale con respirazione spontanea, ciò significa che i centri respiratori del bulbo non sono compromessi e pertanto non dovrebbe essere intubato se non per necessità operatoria. Di solito, però, il paziente arriva già intubato e ventilato automaticamente, anche quando non è necessario. Da quel momento le sue condizioni vengono valutate attraverso le risposte riflesse agli stimoli, l’esame elettroencefalografico e il test dell’apnea (sospensione della ventilazione, senza svezzamento, e attesa delle ripresa spontanea del respiro), che viene ripetuto anche più volte consecutive, per valutare la profondità del coma e stabilire il raggiungimento delle condizioni richieste dai protocolli dello Stato per la dichiarazione della cosiddetta “morte cerebrale”. Con questo test si intenderebbe saggiare la reattività dei centri respiratori alla CO2 (anidride carbonica che si accumula nel sangue dopo l’arresto). Ma, con l’arresto del respiro, si provoca anche una diminuzione dell’ossigenazione del sangue (anossia), la quale, specialmente se viene ripetuta, può determinare un aggravamento, sovente irreversibile, delle condizioni neurologiche già critiche di un traumatizzato cranico(12).

A tale proposito dobbiamo ricordare una legge di fisiologia generale: qualunque organo, sistema, tessuto o singola cellula, se viene sostituito nella sua funzione cessa progressivamente di esercitare la funzione, sino alla sua atrofia. E’ una legge ben conosciuta che riscontriamo nella metodologia dell’intubazione con ventilazione automatica. Ben lo sanno gli anestesisti, che per svegliare i pazienti dall’anestesia usano il metodo dello “svezzamento continuo e progressivo”, non utilizzato nel test dell’apnea.
Si perviene così alla convocazione della commissione medica che decreta, senza possibilità di obiezione di coscienza, una condizione di patologia che, rispondendo ai criteri imposti dallo Stato, è dichiarata irreversibile. Tutto ciò è conseguente alla mancata terapia d’urgenza. Tale dichiarazione pertanto rappresenta una condanna a morte annunciata e messa in atto d’autorità dopo un ridicolo periodo di osservazione di 6 ore che avvia il paziente all’espianto dei suoi organi.
Espianto che viene eseguito su un paziente che reagisce istantaneamente all’incisione chirurgica con movimenti degli arti e del tronco, aumento della frequenza del polso e della pressione arteriosa a conferma della sua vitalità, rendendo necessaria la somministrazione preventiva di farmaci curarizzanti (paralizzanti) o di anestetici. E’ solo con l’espianto degli organi che interviene la morte nel senso comune e classico del termine.

Il voler salvare gli organi ad ogni costo elimina la volontà di salvare il paziente ad ogni costo e così il concetto basilare della professione medica Primum Non Nocere viene tristemente abbandonato. E’ tempo di restituire ai medici il diritto/dovere di curare secondo scienza e coscienza senza limiti imposti dallo Stato e dalle centrali del potere sanitario che hanno imposto la finzione della “morte cerebrale”(4).
E’ tempo di rivedere drasticamente la legislazione in merito e dare voce ad un paziente che non può parlare, ma lancia il messaggio “perché non provate a curarmi?”. Qualcuno dovrà pure ascoltarlo.

Giovedì 13 ottobre, ore 20.30
Aula Magna Collegio Dante Alighieri
Via Nicolò Tommaseo, 10
Serravalle – Vittorio Veneto

PREDATORI DI ORGANI
Trapianti di organi: quello che non ti hanno detto
Relatrice Nerina Negrello

Ingresso libero… uscita… a pagamento!
Si chiede cortesemente un contributo di 5 € per le spese sostenute

ASSOCIAZIONE SaluSBellatrix
…se conosci puoi scegliere…le

Per altre informazioni sull’argomento espianto organi: www.antipredazione.org

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fonte:  http://www.disinformazione.it/espiantorgani.htm

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Che fine ha fatto Rudy Guede? Condannato per concorso in omicidio, pare abbia “concorso” da solo

Che fine ha fatto Rudy Guede? Condannato per concorso in omicidio, pare abbia “concorso” da solo


fonte immagine

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di Susanna Curci – 04/10/2011

Fonte: mirorenzaglia [scheda fonte]
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Eccolo qui. Nient’altro che uno dei tanti omicidi eccellenti che periodicamente intasano i nostri tg e i nostri giornali; nient’altro che uno dei troppi omicidi irrisolti (perché la sentenza di ieri sera non ha fatto che aggiungere nuove domande ad una questione già molto intricata) che ritualmente dividono l’opinione pubblica, trasformando ogni spettatore in un giudice ansioso di battere il proprio martelletto ed emettere la propria personalissima sentenza.

Ultimissimo in linea di successione quello di Carmela Rea, col popolo già pronto a invocare la sedia elettrica per Salvatore Parolisi. E ancora Yara & Sarah, ormai quasi indivisibili: la prima senza neanche un sospettato, la seconda con troppi possibili assassini. Come dimenticare poi Cogne, e gli striscioni dei sostenitori di Anna Maria Franzoni? Come dimenticare l’assoluzione a sorpresa di Alberto Stasi, fino ad allora dipinto come un mostro?

Cosa c’è di diverso in questo delitto, a parte i personaggi, la trama e l’intreccio della storia (ché altrimenti gli spettatori non si possono appassionare)? La risposta è semplice: niente. Le prove compromesse, gli avvocati sempre uguali, l’arma del delitto mancante, l’insufficienza di prove e le prove indiziarie, i moventi farlocchi, le supposizioni. Per tacere dei plastici di Bruno Vespa, ovviamente.

Tutto sempre uguale a cadenze regolari, non fosse che in quest’ultimo omicidio la follia collettiva si è estesa ben oltre i confini nazionali, investendo come uno tsunami anche gli Stati Uniti e l’Inghilterra, con le relative ambasciate al seguito e con le relative televisioni a raccontare la storia a proprio modo. Insomma, una baraonda. E in questa baraonda si sono ritrovati per quattro anni un bella ragazza americana, il suo boyfriend italiano – laureando e di buona famiglia, va specificato – e un nero. Guarda caso l’unico condannato della vicenda è il nero. Ma l’appunto non ha nulla a che vedere col “razzismo giudiziario”, quanto piuttosto con il “razzismo televisivo”. Semplicemente, Rudy Guede è per l’opinione pubblica un assassino più accettabile: e l’opinione pubblica, si sa, è sovrana.

Venendo ai fatti: contro Amanda Knox e Raffaele Sollecito pare non ci fossero (come al solito) prove di colpevolezza che non fossero indiziarie. È dunque improponibile anche solo l’idea di contestare una sentenza che giustamente ricorda a noi tutti (da troppo tempo sconvolti da una vera e propria epidemia di giustizialismo forcaiolo) che è sempre meglio un colpevole fuori di prigione rispetto ad un innocente dentro: che un innocente in galera (in ogni galera, e dunque a maggior ragione nella nostra) è un orrore giudiziario che non dovrebbe neanche essere contemplato o immaginabile. Ma in tutto questo, che fine ha fatto Rudy Guede? Condannato a 16 anni per concorso in omicidio, pare abbia “concorso” da solo. Non sarebbe forse più giusto (o più umano), alla luce di questa sentenza, rivedere anche la sua? Non sarebbe più giusto riconsiderare la sua posizione?

Il problema dei delitti televisivi, probabilmente, è proprio questo. Della giustizia o della verità (in un senso come nell’altro) non importa a nessuno. È importante piangere, questo sì. È importante essere telegenici e suscitare empatia. È importante il taglio di un’immagine, il giudizio di un commentatore, la capacità di attenersi alla sceneggiatura. Ma alla fine della storia, di tutta questa baraonda, cosa rimane? Rimane un omicidio irrisolto, una ragazza sacrificata sull’altare del reality show. Rimaniamo noi che tranquillamente continuiamo ad agitare il nostro martelletto, a sparare la nostra sentenza giornaliera: sia mai che per caso una volta tanto l’azzecchiamo.

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fonte: http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=40450

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LA GUERRA E’ D’INTERESSE, MA MAI DEL POPOLO – Libia: cosa aveva raggiunto e cosa è stato distrutto

Oggi come allora…

fonte immagine

Libia: cosa aveva raggiunto e cosa è stato distrutto

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DI MICHEL CHOSSUDOVSKY
Global Research

Fonte: Destroying a Country’s Standard of Living: What Libya Had Achieved, What has been Destroyed

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Rivolata_musulmana

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“Non c’è un domani” sotto la ribellione di Al Qaeda sponsorizzata dalla NATO.

Mentre si insediava un governo ribelle “a favore della democrazia”, il paese è stato distrutto.

Contro il fondale di una guerra di propaganda, i successi economici e sociali della Libia degli ultimi trent’anni hanno brutalmente mutato direzione:

La [Jamahiriya Araba Libica] aveva un alto livello di vita e un robusto apporto calorico pro capite, pari a 3144 chilocalorie. Il paese ha fatto passi avanti in campo sanitario e, dal 1980, i tassi di mortalità infantile sono calati da 70 a 19 nascite su 100.000 nel 2009. L’aspettativa di vita è passata da 61 a 74 anni nello stesso lasso di tempo (FAO, Roma, Libya, Country Profile).

Secondo i settori della “sinistra progressiva” che hanno appoggiato il mandato R2P della NATO, per non parlare dei terroristi che sono senza riserve considerati e “Liberatori”:

“L’umore in tutta la Libia, in modo particolare a Tripoli, è assolutamente quello di un sentimento euforico. La gente è incredibilmente eccitata di ricominciare da capo. C’è un senso di rinascita, l’impressione che le loro vite stanno iniziando di nuovo.” (DemocracyNow.org, 14 settembre 2011)

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“Ricominciare da capo” dopo la distruzione?

Paura e disperazione, incommensurabili morti e atrocità, ampiamente documentate dai media.

Niente euforia… È avvenuto un rovesciamento storico dello sviluppo sociale ed economico. Le conquiste sono state azzerate.

In Libia l’invasione della NATO e l’occupazione hanno segnato la “rinascita” degli standard di vita rovinosi. Questa è la verità vietata e non detta: un’intera nazione è stata destabilizzata e distrutta, il suo popolo costretto alla povertà abissale.

L’obbiettivo dei bombardamenti della NATO sin dall’inizio era di distruggere i livelli di vita della nazione, la struttura sanitaria, le sue scuole e gli ospedali, il sistema di distribuzione dell’acqua.

E poi “ricostruire” con l’aiuto di donatori e creditori al timone del FMI e della Banca Mondiale.

I diktat del “libero mercato” sono una precondizione per l’istituzione dei una “dittatura democratica” di stile occidentale.

Circa 90.000 missioni, di cui decine di migliaia su obbiettivi civili, zone residenziali, edifici governativi, impianti per la fornitura di acqua ed elettricità (vedi Comunicato della NATO, 5 settembre 2011. 8140 missioni dal 31 marzo al 5 settembre 2011).

È stata bombardata un’intera nazione con gli armamenti più avanzati, anche con le munizioni rivestite di uranio.

Già in agosto l’UNICEF aveva avvertito che i massicci bombardamenti della NATO delle infrastrutture idriche della Libia “avrebbero potuto provocare un’epidemia senza precedenti” (Christian Balslev-Olesen dell’Ufficio per la Libia all’UNICEF, Agosto 2011).

Nel frattempo gli investitori e i donatori hanno trovato la propria collocazione. “La guerra fa bene agli affari”. La NATO, il Pentagono e le istituzioni finanziarie internazionali con sede a Washington operano in modo coordinato. Quello che in Libia è stato distrutto verrà ricostruito finanziato da creditori stranieri sotto l’egida del “Washington Consensus”:

Specificamente alla Banca [Mondiale] è stato chiesto di valutare le necessità per le riparazioni e la ricostruzione dei settori dei servizi idrici, energetici e dei trasporti [bombardati dalla NATO] e, in cooperazione con il Fondo Monetario Internazionale, di sostenere una preparazione del bilancio [misure di austerità] per aiutare il settore bancario a rimettersi in piedi [la Banca Centrale Libica è stata uno dei primi edifici governativi a essere bombardato]. La creazione di lavoro per i giovani libici è da considerarsi una necessità urgente che la nazione deve affrontare.” (World Bank to Help Libia Rebuild and Deliver Essential Services to Citizens)

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I risultati dello sviluppo libico

Qualunque opinione che si possa avere di Gheddafi, il governo libico post-coloniale ha svolto un ruolo fondamentale per eliminare la povertà, per migliorare la salute della popolazione e per sviluppare le strutture per l’educazione. Secondo la giornalista italiana Yvonne de Vito, “diversamente da altre nazioni che hanno avuto una rivoluzione, la Libia viene considerata la Svizzera del continente africano, è molto ricca e le scuole sono gratuite. Gli ospedali sono gratuiti. E le condizioni delle donne sono molto migliori rispetto ad altri paesi arabi.” (Russia Today, 25 agosto 2011)

Questi risultati sono in netto contrasto con quello che le nazioni del Terzo Mondo sono riuscite a “raggiungere” sotto la “democrazia” e il “governo” di stile Occidentale nel contesto standard dei Programmi di Aggiustamento Strutturale del FMI e della Banca Mondiale.

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Cura della salute

La cura della salute in Libia prima dell’”intervento umanitario” della NATO era la migliore in Africa. “La tutela della salute è [era] a disposizione di tutti i cittadini senza costi applicati dal settore pubblico. La nazione si fregia del più alto tasso di alfabetizzazione e di iscrizione alle scuole del Nord Africa. Il governo sta [stava] incrementando in modo sostanziale i fondi per lo sviluppi dei servizi sanitario (OMS, Libya, Country Brief)

Come confermato dalla Food and Agriculture Organization (FAO), la malnutrizione era meno del 5%, con un apporto calorico giornaliero pro capite di 3144 chilocalorie (i dati sull’apporto calorico indicano la disponibilità e non il consumo).

La Jamahiriya Araba Libica forniva ai suoi cittadini quello che viene negato a molti statunitensi: l’assistenza sanitaria gratuita e l’educazione gratuita, come confermato dall’OMS e dall’UNESCO.

Secondo l’OMS, l’aspettative di vita alla nascita era di 72,3 anni (2009), tra le più alte del mondo sviluppato.

Il tasso di mortalità al di sotto dei cinque anni è calato dal 71 per mille nel 1991 a 14 per mille nel 2009. Vedi Libyan Arab – HEALTH & DEVELOPMENT.

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Informazioni generali sulla Jamahiriya Araba Libica

Dati del 2009:

Popolazione totale 6.420.000
Tasso di crescita della popolazione (%) 2,0
Popolazione 0-14 anni (%) 28
Popolazione rurale (%) 22
Tasso di fertilità totale (nascite per donna) 2,6
Tasso di mortalità infantile (per mille nascite) 17
Aspettativa di vita alla nascita (in anni) 75
PIL pro capite in dollari US 16.502
Crescita del PIL (%) 2,1
Interessi sul debito in % al GNI 0
Bambini in età di scuola primaria che non vanno a scuola(%) 2,0 (1978)

Fonte: UNESCO, Libya, Country Profile

Aspettativa di vita alla nascita (anni)Aspettativa di vita maschile alla nascita (anni)Aspettativa di vita femminile alla nascita (anni)

Nati sottopeso (%)

Bambini sotto peso (%)

Tasso di mortalità perinatale ogni 1000 nati

Tasso di mortalità neonatale

Tasso di mortalità infantile (per 1000 nati)

Tasso di mortalità sotto i 5 anni (per 1000 nati vivi)

Tasso di mortalità materna (ogni 10.000 nati vivi)

72,370,274,9

4,0

4.8

19.0

11,0

14,0

20,1

23,0

Fonte: Libyan Arab Jamahiriya – Demographic indicators

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Educazione

Il tasso di alfabetizzazione degli adulti era dell’89% (2006, 94% per i maschi e 83% per le femmine). Il 99,9% degli adulti è alfabetizzato (dati UNESCO 2006, vedi UNESCO, Libya Country Report).

I dati delle iscrizioni alla scuola primaria era del 97% per i ragazzi e del 97% per le ragazze (vedi le tabelle dell’UNESCO).

Il rapporto tra insegnanti e alunni nella scuola primaria della Libia è pari a 17 (dati UNESCO del 1983), il 74% di chi ha finito la primaria viene iscritto alla secondaria (dati dell’UNESCO del 1983)

Analizzando dati più recenti, che confermano un incremento significativo delle iscrizioni scolastiche, il Tasso di Iscrizione Lordo (GER) nelle scuole secondarie era del 108% nel 2002. Il GER indica il numero di alunni iscritti a un dato livello scolastico senza considerare l’età espresso con la percentuale della popolazione nella fascia di età teorica per quel livello di educazione.

Per le iscrizioni alla scuola terziaria (post-secondaria, college e università), il Tasso di Iscrizione Lordo (GER) era del 54% nel 2002 (52 per i maschi, 57 per le femmine).

(Per ulteriori dettagli, vedi Education (all levels) profile – Libian Arab Jamahiriya).

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Diritti delle donne

Per i diritti delle donne i dati della Banca Mondiale mostrano miglioramenti significativi:

In un periodo di tempo relativamente breve, la Libia ha ottenuto l’accesso universale alla formazione primaria, con un’iscrizione lorda pari al 98% per l’educazione primaria e il 46% per quella terziaria. Nello scorso decennio, le iscrizioni femminili sono incrementate del 12% in tutti i livelli di formazione. Nell’educazione secondaria e terziaria, le ragazze superano i ragazzi del 10%.

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Controllo dei prezzi per i generi alimentari essenziali

Nella gran parte dei paesi in via di sviluppo, i prezzi dei cibi essenziali sono saliti alle stelle a causa della deregolamentazione del mercato, l’abolizione del controllo dei prezzi le l’eliminazione dei sussidi per seguire i consigli del “libero mercato” forniti da Banca Mondiale e FMI. Negli ultimi anni gli alimenti basici e i prezzi dei carburanti hanno sempre più alti per gli scambi speculativi sulle maggiori commodity.

La Libia era uno dei pochi paesi del mondo in via di sviluppo che ha mantenuto un sistema di controllo dei prezzi per i cibi fondamentali.

Il presidente della Banca Mondiale, Robert Zoellick, ha riconosciuto nell’aprile del 2011 che i prezzi dei cibi fondamentali era incrementato del 36 per cento nel corso dell’ultimo anno. Vedi Robert Zoellick, Banca Mondiale.

La Jamahiriya Araba libica ha introdotto un sistema di controllo dei prezzi sugli alimenti di prima necessità che ha mantenuto fino allo scoppio della guerra guidata dalla NATO.

Mentre i prezzi degli alimenti nelle vicine Tunisia ed Egitto ha causato le rivolte sociali e il dissenso politico, in Libia il sistema dei sussidi in agricoltura è stato mantenuto in vigore.

Questi sono i fatti confermati da numerose agenzie specializzate delle Nazioni Unite.

“Diplomazia dei Missili” e “Libero Mercato”

La guerra e la globalizzazione sono intimamente collegate. Il FMI e la NATO lavorano in tandem, in accordo ai think tank di Washington.

Le nazioni che sono riluttanti ad accettare i proiettili placcati di zucchero delle “medicine economiche” del FMI saranno eventualmente oggetto di un’operazione umanitaria R2P della BATO.

Déjà Vu? Sotto l’Impero Britannico, la “diplomazia delle cannoniere” era un sistema per imporre il “libero scambio”. Il 5 ottobre 1850 l’inviato inglese nel Regno del Siam, Sir James Brooke, raccomando a Sua Maestà che:

“nel caso in cui queste richieste [per imporre il libero scambio] vengano rifiutate, una forza si paleserà immediatamente per sostenerle nella rapida distruzione delle difese del fiume [Chaopaya]. […] Il Siam potrebbe dover subire una lezione che da tempo sta provocando; il suo governo potrebbe venire rimodellato, un re meglio disposto potrebbe essere insediato al trono e verrebbe stabilita un’influenza nella nazione che sarebbe di estrema importanza per l’Inghilterra” (La Missione di Sir James Brooke, citata in M.L. Manich Jumsai, Re Mongkut e Sir John Bowring, Chalermit, Bangkok, 1970, p. 23)

Oggi lo chiamiamo “cambio di regime” e “Diplomazia dei Missili” che invariabilmente prende la forma di una “No Fly Zone” sponsorizzata dall’ONU. Il suo obbiettivo è quello di imporre la terribile “medicina economica” del FMI a base di misure di austerità e di privatizzazioni.

La Banca Mondiale ha finanziato i programmi per la “ricostruzione” dei paesi distrutti sono coordinati con la pianificazione Stati Uniti-NATO. Vengono invariabilmente formulati prima dell’avvio della campagna militare…

La confisca dei beni finanziari libici

Gli asset finanziari libici congelati oltre oceano sono stimati nell’ordine di 150 miliardi di dollari, con i paesi Nato che ne hanno più di 100.

Prima della guerra la Libia non aveva debiti. All’opposto. Era una nazione creditrice che investiva nella vicine nazioni africane.

L’intervento militare R2P aveva l’obbiettivo di costringere la Jamahiriya Araba Libica in una camicia di forza rendendola una nazione indebitata per il proprio sviluppo, sotto la sorveglianza delle istituzioni basate a Washington.

Con una punta di ironia, dopo aver derubato la ricchezza petrolifera della Libia e aver confiscato i suoi beni finanziari, la “comunità dei donatori” ha promesso di prestare il denaro (rubato) per finanziare la “ricostruzione” post-conflitto.

Il FMI ha promesso altri fondi per 35 miliardi di dollari ai paesi in cui si sono avute le rivolte della Primavera Araba e ha formalmente riconosciuto il consiglio ad interim che è al potere in Libia come un potere legittimo, aprendo la porta a una miriade di prestatori internazionali quando il paese [la Libia] cerca di ricostruirsi dopo una guerra durata sei masi.

Avere il riconoscimento del FMI è importante per i dirigenti temporanei libici dato che permette l’offerta di finanziamenti da parte delle banche internazionali per lo sviluppo e da altri donatori come la Banca Mondiale.

Le dichiarazioni pronunciate a Marsiglia sono giunte solo alcuni giorni dopo che i leader mondiali si erano accordati a Parigi per sbloccare miliardi di dollari in asset congelati [denaro rubato] per aiutare [attraverso prestiti] i governanti ad interim della Libia per ripristinare i servizi vitali e per ricostruire dopo il conflitto che ha posto fine alla dittatura durata 42 anni.

L’accordo finanziario sancito dal G-7 più la Russia ha lo scopo di sostenere gli sforzi per le riforme [gli aggiustamenti strutturali sponsorizzati dal FMI] al termine delle rivolte in Nord Africa e in Medio Oriente.

I finanziamenti sono principalmente sotto forma di prestiti, e non di sovvenzioni, e sono forniti per metà dal G8 e dai paesi arabi, e l’altra metà da vari prestatori e dalle banche per lo sviluppo.

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29/09/2011

fonte:  http://www.nexusedizioni.it/apri/Argomenti/Geopolitica/LIBIA-COSA-AVEVA-RAGGIUNTO-E-COSA-E-STATO-DISTRUTTO/

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DAL MIT, BIODIESEL – I batteri, le nuove raffinerie

I batteri, le nuove raffinerie

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di Elena Comelli

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Un batterio salverà l’Amazzonia. E non ci metterà neanche tanto tempo: «Quattro o cinque anni», sostiene Greg Stephanopoulos, professore di ingegneria chimica e biotecnologie al Mit di Boston, in Italia per partecipare a un convegno organizzato da Federchimica e dall’Accademia dei Lincei in occasione dell’anno mondiale della chimica. Stephanopoulos è il “papà” di quel batterio: lo ha educato a trasformare i carboidrati in olio e ora la creatura è capace di farlo in maniera rapida ed efficiente.

«Molto di più di tutti gli altri esempi pubblicati dalla letteratura scientifica», precisa il genitore. Il suo batterio produce biodiesel da risorse rinnovabili a 25-30 centesimi di dollaro al litro, quindi competitivo con il diesel da petrolio, senza sussidi statali e senza far concorrenza alle coltivazioni alimentari. Ora il processo, sviluppato nei laboratori del Mit, dev’essere industrializzato. E Stephanopoulos ci sta provando con una startup chiamata Novogy. Da qui, alla produzione di massa, ci vorrà qualche anno. Ma Stephanopoulos è ottimista, perché vede in arrivo un grosso investimento da parte di una major petrolifera.

Certo è che la gara dell’ingegneria genetica per la produzione di biocarburanti è cominciata e chi arriverà per primo potrebbe diventare il prossimo Rockefeller post-oil. Sulla linea di partenza non c’è solo Stephanopoulos, ma anche diversi suoi colleghi, a partire da Jay Keasling, altra star della ricerca che si occupa di biologia sintetica al Joint BioEnergy Institute di Emeryville, a due passi da Berkeley. Keasling ha fondato una startup chiamata Amyris, in concorrenza con Novogy.
Come disse lo sceicco Yamani, l’era del petrolio non finirà per l’esaurimento del petrolio. Un prodotto altrettanto economico ed efficace, ma più facile da industrializzare e più ecologico, alla lunga potrebbe avere la meglio sull’originale. Non a caso, tutte le compagnie petrolifere sono molto interessate alla ricerca sui combustibili non convenzionali, tanto che Stephanopoulos ha vinto qualche mese fa l’Eni Award 2011. «Ormai non si parla più di idrocarburi solo in termini di riserve sotterranee, ma anche di riserve “above ground”, riferendosi alle coltivazioni destinate a biofuel», spiega. Peccato che queste riserve comportino l’abbattimento di miglia e miglia di foreste, per destinare quei territori alla coltivazione della soja, da cui estrarre l’olio per produrre biodiesel.

Oggi, il 90% del biodiesel mondiale deriva dalla soja. La deforestazione dell’Amazzonia procede al ritmo di 7.000 km2 all’anno. Gli studi di Stephanopoulos e compagni, invece, mirano a utilizzare i batteri come “raffinerie” sempre più efficienti nella trasformazione di materie prime rinnovabili in biocarburanti con prestazioni uguali a quelle dei carburanti petroliferi, con procedimenti abbastanza poco costosi da renderli competitivi. Il risultato più rilevante ottenuto da Stephanopoulos è l’incremento della tolleranza delle coltivazioni microbiche alla tossicità dei prodotti. In questo modo aumenta la produttività nella fabbricazione di biofuel e la versatilità di trasformazione. Il batterio ingegnerizzato al Mit può produrre biodiesel da qualsiasi zucchero, acido acetico, glicerina o biomassa cellulosica. Non ha bisogno di materie prime da coltivazioni alimentari né ad hoc: basta dargli in pasto i rifiuti delle nostre tavole o delle attività agricole. «E il rendimento è doppio rispetto ai nostri concorrenti», sostiene fiero Stephanopoulos.

La ricerca, sia per Stephanopoulos che per Keasling, parte dal primo amore, la medicina: Stephanopoulos ha prodotto l’anti-cancro Taxol partendo dall’E. coli. Keasling ha fatto lo stesso con l’antimalarico Artemisinina. In tutti e due i casi, si è fatto fare a un batterio il lavoro di una pianta: il Taxol è estratto dal tasso del Pacifico mentre l’Artemisinina dall’Artemisia annua, molto diffusa in Cina. Ma perché trasferire ai batteri un compito già assolto da altre forme viventi? «I batteri sono lavoratori low cost, sostituendosi all’equivalente processo chimico che richiederebbe temperature e pressioni elevate e solventi costosi», rileva Stephanopoulos. Un buon soggetto per Charlie Chaplin e un altro Modern Times.

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  € 19,60 Iva Inc.

I buoni e i cattivi

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09 ottobre 2011

fonte:  http://www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2011-10-08/batteri-nuove-raffinerie-132905.shtml?uuid=AaDd9GBE

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Santoro torna anche su Sky “Comizi d’amore” fra gli “eventi”

Santoro torna anche su Sky “Comizi d’amore” fra gli “eventi”

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Il programma che segna il rientro del giornalista in tv sarà trasmesso anche da Sky Tg24. Si comincia il 3 novembre. Il satellite aveva già ospitato “Raiperunanotte” e “Tutti in piedi entra il lavoro”. Il direttore Sarah Varetto: “Interpretiamo le richieste dei nostri abbonati”

Santoro torna anche su Sky "Comizi d'amore" fra gli "eventi" La home page del sito
aperto da Santoro (ansa)

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ROMASarà Sky Tg24 a ospitare il ritorno in video di Michele Santoro 1. Comizi d’amore, il nuovo programma 2 sull’attualità prodotto e realizzato dal giornalista, e che dal 3 novembre sarà trasmesso da varie piattaforme televisive e sul web, andrà in onda sul canale “eventi”, quello dedicato agli avvenimenti italiani e internazionali e visibile a tutti gli abbonati di Sky – nella posizione 504 del bouquet o nella griglia interattiva di Sky Tg24, alla quale si accede attraverso il tasto verde del telecomando Sky. Intanto ha superato i 90 mila utenti unici il sito serviziopubblico.it 3, la cui apertura era stata annunciata da Santoro con un video, attraverso il quale il giornalista aveva anche lanciato l’appello a versare dieci euro per sostenere la trasmissione che segna il suo rientro davanti alle telecamere.

VIDEO Santoro: “Dateci 10 euro” 4

VIDEO “Tutti in piedi” 5

VIDEO Raiperunanotte 6

La prima puntata, ha annunciato oggi Santoro, “la facciamo a Cinecittà, nel cuore di quella che è l’industria più importante di Roma, il 3 novembre. La concessionaria ha fatto il contratto solo fino a dicembre, se facciamo un milione e mezzo di persone ci diremo soddisfatti – spiega – se dimostriamo che questa cosa sta in piedi economicamente, proveremo che è il programma che fa il successo del canale e non il suo contrario. Siamo quelli che non vogliono l’assistenzialismo né la lotta di classe né il bunga bunga, che secondo me è un ridicolo format”. “Se noi saremo in tanti – continua Santoro – alla fine di questo anno rappresenteremo una enorme lobby democratica, ad esempio per dirigere la Rai”. E replica alle critiche mosse dopo il lancio della raccolta di contributi: “Qualcuno, come Libero e Il Giornale, mi ha accusato di chiedere l’elemosina. Io invece mi sto muovendo per fare una cosa che ‘scassa’, come direbbe De Magistris”.

Quanto alla messa in onda su Sky, “siamo lieti di ospitare il nuovo programma di Santoro – dice il direttore di Sky Tg24, Sarah Varetto – sul nostro canale eventi dedicato alla grande attualità in diretta. Sky Tg24 eventi è il luogo in cui i nostri abbonati hanno l’opportunità di seguire live e integralmente tutti gli avvenimenti di rilievo della cronaca italiana e internazionale, scelti per la loro rilevanza, secondo il principio della completezza e dell’imparzialità dell’informazione. Non è un caso che, in passato,  ‘eventi’ sia stato il canale che ha già trasmesso i due speciali televisivi live realizzati da Santoro, Rai per una notte e Tutti in piedi, entra il lavoro 7. Siamo certi che con la decisione di ospitare anche Comizi d’amore – conclude Varetto – interpretiamo al meglio la richiesta dei nostri abbonati di poter sempre scegliere in diretta tra tutti gli eventi che contribuiscono a costruire il dibattito politico e sociale nel paese “.

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09 ottobre 2011

fonte:  http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2011/10/09/news/santoro_sky-22938969/?rss

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